IAI
Africa

Quale via d’uscita per lo Zimbabwe?

19 Gen 2009 - Elisa Martucci - Elisa Martucci

Lo Zimbabwe è colpito da una profonda crisi umanitaria; mentre l’instabilità politica determina un costante peggioramento della situazione economica del paese, centinaia di migliaia di persone continuano a morire a causa delle epidemie, della fame e delle conseguenze della violenza scatenatasi all’indomani delle elezioni presidenziali del giugno 2008.

Un governo di mediazione
Un recente rapporto realizzato dall’International Crisis Group (Icg) tenta di individuare una possibile via d’uscita dalla situazione di stallo “degenerativo” in cui versa lo Zimbabwe. Nonostante la firma dell’accordo tra il Presidente Robert Mugabe e il leader dell’opposizione interna Morgan Tsvangirai (Global Political Agreement Gpa), lo scorso settembre, avesse dato la sensazione di una effettiva svolta, sono bastate poche settimane perché la situazione tornasse a deteriorarsi.

Il rapporto dell’Icg considera comunque inadeguata l’imposizione di ulteriori sanzioni/pressioni dall’esterno, se non accompagnate da un nuovo e più realistico approccio che eviti il tracollo completo del paese. L’Icg ritiene si debba realizzare un vero e proprio trasferimento di poteri dal governo in carica ad un mediatore neutrale: un’amministrazione di transizione composta da esperti non-partisan, dalla quale siano esclusi Mugabe e Tsvangirai, e che sia guidata da un rappresentante scelto da una maggioranza parlamentare di due terzi ed ineleggibile nelle successive elezioni presidenziali (oltre che interdetto dal ricoprire la carica di primo ministro).

Il rappresentante eletto avrà il potere di nominare i nuovi funzionari dei diversi ministeri sostituendoli a quelli attualmente al potere. La possibile strada da percorrere per mettere fine all’incubo dello Zimbabwe viene dunque individuata nella creazione, in tempi brevi, di un’amministrazione non-partisan di transizione, capace di preparare nuove elezioni presidenziali (in un arco di tempo di 18 mesi) e di fronteggiare le disastrose condizioni umanitarie ed economiche che il paese sta attualmente vivendo.

François Grignon, Direttore del Programma africano dell’International Crisis Group, ha affermato l’urgente necessità per lo Zimbabwe di un nuovo e competente governo capace di conquistare la fiducia all’interno e all’esterno del paese. Unica istituzione nazionale legalmente eletta, il Parlamento, dovrebbe tentare di introdurre un emendamento alla Costituzione per permettere a questa nuova amministrazione ed ai suoi dirigenti di insediarsi. Inoltre, ricostituire una Commissione elettorale di supervisione risulterà indispensabile per il regolare svolgimento della successiva tornata elettorale. Al fine di rendere operativa questa soluzione, sarà tuttavia necessario allontanare il presidente ed il primo ministro lasciando “scoperte” le loro posizioni all’interno dell’amministrazione di transizione.

Per indurre Mugabe ad accettare la proposta, potrebbero rivelarsi utili garanzie costituzionali per lui stesso, la sua famiglia ed i suoi seguaci, contro la persecuzione all’interno del paese e la possibile estradizione. Anche i membri del Comando delle Operazioni Alleate (Joc), che verrebbe smantellato e sostituito da un Consiglio di Sicurezza Nazionale (Nsc) approvato dal Parlamento, godrebbero di queste stesse garanzie, purché non fautori di attività sovversive e rischiose per la stabilità del paese. Oltre all’indispensabile supporto al governo di transizione da parte delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, potrà venir richiesto alla Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe (Sadc) di sostenere le forze di sicurezza per promuovere la stabilità all’interno del paese.

Le riforme indispensabili
Il rapporto dell’ Icg si concentra infine sull’agenda di riforme che l’amministrazione di transizione dovrebbe realizzare per bloccare la crisi che affligge lo Zimbabwe: dalla nuova costituzione, all’abrogazione delle leggi repressive contro la libertà di movimento, espressione ed associazione, alla riforma del sistema di sicurezza. Sul fronte economico, invece, servono riforme macro-economiche e monetarie per stimolare la crescita e bloccare il deficit fiscale e dei commerci, una riforma agricola e un’equa e razionale distribuzione degli aiuti umanitari. Nell’incoraggiare la realizzazione di queste riforme da parte del governo di transizione sarà essenziale l’assistenza fornita dalla comunità internazionale.

L’ambasciatore americano nello Zimbabwe, James McGee, ha recentemente sottolineato l’importanza del coinvolgimento e della mobilitazione dei leader degli stati vicini nel dar vita ad un movimento regionale capace di produrre pressioni significative nei confronti dell’amministrazione attualmente al potere. È stata in particolar modo l’amministrazione americana capeggiata da Bush, durante le ultime settimane del suo mandato, ad esercitare una pressione a livello internazionale su Mugabe.

Il Segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha dichiarato che solamente una coalizione internazionale capeggiata dagli stati vicini può mettere fine alla crisi umanitaria, politica ed economica del paese. Gli stati confinanti con lo Zimbabwe, ogni giorno, si trovano a gestire il difficile problema dei profughi, che accrescono il rischio d’instabilità della regione e di diffusione del colera nell’Africa del Sud (in Botswana, Zambia, Malawi, Sud Africa), Mentre il ministro degli esteri del Botswana, ha proposto un embargo petrolifero contro il regime di Mugabe, i leader di Sud Africa, Tanzania e Kenia si sono dichiarati favorevoli ad incrementare gli aiuti umanitari.

Unendosi ai leader europei, in particolar modo a quelli di Gran Bretagna (Brown), Francia (Sarkozy) e Spagna (Solana), la Rice ha chiesto nuovamente a Mugabe (il cui regime è stato definito “Regno del Terrore” costituitosi in seguito a false elezioni e divisioni di potere) di ritirarsi dalla scena politica; il Segretario di Stato americano ha però sottolineato come, dopo il suo ritiro, la crisi e la sofferenza per i cittadini dello Zimbabwe saranno ancora lunghe. Sarebbe dunque necessario un intervento della comunità internazionale per superare l’impasse politico determinato dal mancato accordo sulla divisione e distribuzione dei ministeri tra le opposte forze politiche: il Zanu-Pf (Zimbabwe African National Union – Patriotic Front) di Mugabe e l’Mdc (Movimento per il Cambiamento Democratico) di Tsvangirai.

Anche qualora le parti fossero in grado di raggiungere un accordo in merito alla divisione dei ministeri e alla relativa divisione del potere, la creazione di un sistema di governo bipolare come quello suggerito dal Global Political Agreement risulterebbe insufficiente a risolvere i problemi del paese in un clima di così ’intensa sfiducia tra le forze politiche. È quindi necessario un nuovo approccio.

Insieme agli Stati Uniti, la Gran Bretagna ha tentato più volte durante lo scorso anno di affrontare la questione all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma il Sud Africa, la Cina e la Russia si sono ripetutamente opposti sostenendo che la crisi fosse in primo luogo di natura interna. La Cina è la potenza internazionale che si mostra meno ostile a Mugabe e più propensa a fornire aiuti economici al suo governo.

Crisi umanitaria
Da parte sua, ad inizio dicembre, la Commissione europea ha stanziato 11,4 milioni di dollari per aiutare lo Zimbabwe a bloccare la diffusione del colera che ha causato, fino ad ora, circa 600 morti. Questi fondi verranno gestiti dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni non governative attive nello Zimbabwe al fine di fornire acqua e medicinali, e sostenere programmi igienico-sanitari per rispondere alla diffusione dell’epidemia.

L’Oxfam, gruppo di aiuto umanitario attivo all’interno del paese, ha stimato circa 300.000 persone nello Zimbabwe che, a causa della mancanza di acqua, cibo e sistema sanitario, sono a rischio di contagio del colera. Cresce la difficoltà di distribuire i medicinali e di curare i malati soprattutto in seguito alla chiusura di quattro dei più grandi ospedali del paese. Il Wfp e la Fao hanno dichiarato che alla fine di gennaio 2009 ammonteranno a sei milioni le persone che avranno bisogno di cibo; le due organizzazioni hanno inoltre stimato che saranno necessari circa 550 milioni di dollari per finanziare i programmi contro la fame.

Come ha sostenuto la Presidenza dell’Unione europea in seguito al ritiro di Tsvangirai dalla seconda tornata delle elezioni presidenziali, è di cruciale importanza restituire agli abitanti dello Zimbabwe il fondamentale diritto di esercitare il proprio voto e di esprimere liberamente il proprio pensiero. Al fine di ridare credibilità al processo democratico, bisogna interrompere la sistematica campagna di violenza ed intimidazione sponsorizzata dal governo. Qualsiasi via d’uscita per lo Zimbabwe implica quindi una risposta a crisi complementari: porre fine alla recessione economica attraverso un impegno costante e crescenti investimenti da parte della comunità internazionale, ottenere il supporto di entrambi gli schieramenti politici al fine di realizzare politiche di stabilizzazione all’interno del paese, far aumentare e gestire razionalmente gli aiuti umanitari per fronteggiare l’emergenza.

Sul tema vedi anche:

Perché Mugabe tiene ancora in scacco lo Zimbabwe

Zimbabwe: lotta dura tra Mugabe e Tsvangirai