IAI
Politica commerciale Usa

Obama e le sirene del protezionismo

19 Gen 2009 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

La recessione si aggrava un po’ ovunque e sale di pari passo il rischio di una nuova ondata di misure protezionistiche. Governi in difficoltà sono sempre più tentati di farne uso, per cercare di fronteggiare la pesante perdita di posti di lavoro generata dalla grave crisi in corso. L’arrivo di Barack Obama e della sua Amministrazione non suscita, a questo riguardo, grandi speranze. Anzi, contribuisce a accrescere, per taluni aspetti, i timori e le preoccupazioni esistenti.

I dubbi sul libero commercio
Il fatto è che il nuovo Presidente si è sempre mostrato scettico, in tutto il periodo della lunga campagna elettorale, sulle virtù del libero commercio. Ha rivendicato, per contro, la supremazia del ‘commercio equo’ (fair trade), una formula tanto generica quanto i molteplici significati che gli si possono attribuire. È arrivato a accusare apertamente le imprese americane che investono all’estero di essere responsabili della distruzione di posti di lavoro domestici. Ha chiesto addirittura una revisione del Nafta l’accordo commerciale con Canada e Messico, proponendo l’introduzione di clausole ambientali e sociali più stringenti soprattutto nei confronti del Messico.

Certo, si potrebbe non dare troppo peso a queste posizioni, interpretandole come meri espedienti elettorali volti a catturare il consenso e i voti di vasti strati di cittadini americani che oggi sono profondamente delusi dalla globalizzazione. Una delusione che la crisi in corso ha contribuito non poco ad accentuare.

Preoccupa, tuttavia, che anche dopo la sua elezione il Presidente Obama abbia accuratamente evitato di pronunciarsi sui temi commerciali. Ancora più grave è stato il suo silenzio di fronte all’appello che i paesi del G20 hanno lanciato dopo la riunione di Washington lo scorso novembre a favore di una rapida conclusione del Doha Round come argine contro i rischi di una nuova possibile ondata di misure protezionistiche. Tutto ciò ha contribuito a accrescere i timori che il nuovo Presidente possa non considerare una priorità la difesa dell’apertura commerciale e del contesto multilaterale di scambi oggi esistente.

I rischi di un nuovo protezionismo
Di fronte a una grave recessione – qual è l’attuale – i governi possono essere tentati di adottare misure commerciali difensive di vario tipo, nel tentativo di mantenere i posti di lavoro in patria e di migliorare gli standard di reddito dei propri cittadini. Ma la dura lezione della storia ci dice che sarebbe un errore. Le restrizioni commerciali possono servire, certo, a incrementare il reddito nazionale di un singolo paese catturando fette di domanda mondiale a suo favore. Il problema è che gli altri non staranno a guardare, ma seguiranno la stessa strada, col risultato finale di ridurre il volume di scambi a disposizione di tutti e aggravare la depressione in corso. È quanto si verificò negli anni Trenta contribuendo a generare la Grande Depressione. Molto meglio mantenere aperti i mercati e aumentare la domanda mondiale aggregata.

Certo, la globalizzazione e l’integrazione produttiva tra le diverse aree e paesi sono oggi assai più avanzate e gli interessi in gioco molto più variegati di allora, e rendono assai improbabile una ‘escalation’ del protezionismo su scala altrettanto diffusa.

Ma il rischio è comunque serio. Secondo gli ultimi dati il numero delle pratiche antidumping è salito vertiginosamente (circa il 40 per cento) nella prima parte dello scorso anno. Molti paesi stanno pensando di innalzare le tariffe o sono in procinto di farlo. Tanto più che la loro decisione potrebbe non infrangere le regole del Wto. Gran parte delle diminuzioni tariffarie negli ultimi anni è avvenuta su base unilaterale e nell’ambito di accordi bilaterali-regionali e quindi al di fuori di impegni multilaterali.

Va inoltre considerato che al di là delle classiche barriere tariffarie i governi possono mettere in atto oggi discriminazioni nei confronti dei prodotti importati utilizzando misure domestiche di vario genere, giustificabili in nome della tutela della salute, dell’ambiente e della sicurezza dei propri cittadini, e quindi in forme del tutto compatibili con le norme Wto. Per ora la dimensione del fenomeno è modesta. Ma se la recessione, com’è nelle attese, divenisse più grave ci si può attendere una brusca accelerazione nell’uso di queste pratiche e strumenti protezionistici.

La pericolosa miscela di protezionismo e bilateralismo
Al quadro prima ricordato si aggiunge un dato di fatto: la prevedibile ulteriore crescita degli accordi bilaterali e commerciali preferenziali (Preferential Trade Agreements) tra paesi, che si sono moltiplicati nel corso di questi ultimi anni, divenendo uno strumento largamente utilizzato dalla quasi totalità dei paesi membri del Wto. Nel periodo più recente, la domanda di ulteriori liberalizzazioni economiche e commerciali derivante dall’aumento dei processi di frammentazione internazionale delle imprese, è stata soddisfatta, anche a causa della crisi del Doha Round, da una crescita spettacolare del numero di accordi bilaterali e preferenziali.

Più che il ritorno a forme di chiusura e protezionismo selvaggio stile anni Trenta è questa miscela esplosiva di crescente protezionismo ‘legale’, compatibile con le norme del Wto, e dilagante bilateralismo senza controlli a rappresentare oggi il vero rischio da scongiurare nei rapporti tra le aree in generale e con i nuovi paesi emergenti in particolare. È una tendenza che, se non contrastata, potrebbe spingere in direzione di confronti neomercantilistici tra aree e paesi generando una crescente frammentazione e tensione delle relazioni commerciali. Gli effetti sulla recessione in corso sarebbero certamente tutti negativi e tali da aumentarne la durata e l’intensità.

Per contrastare queste tendenze e scongiurare i conseguenti rischi di ‘escalation’ protezionistica è necessaria in realtà una decisa azione da parte dei maggiori paesi in favore di un rafforzamento della cooperazione internazionale nel campo delle relazioni e delle politiche commerciali. Il che significa innanzi tutto mettere in pratica l’appello del G20 dello scorso novembre e finalizzare un accordo entro i prossimi dodici–sedici mesi nell’ambito del negoziato Doha Round, che rappresenterebbe la più efficace assicurazione contro una eventuale nuova fiammata protezionistica. Una volta sbloccato il negoziato ci si potrebbe occupare, subito dopo, delle necessarie riforme da apportare allo stesso Wto.

In una fase di transizione delicata come l’attuale si potrebbero inoltre attivare speciali meccanismi di monitoraggio delle politiche commerciali nell’ambito del Wto per scoraggiare ogni tentazione di nuovo protezionismo da parte dei singoli paesi membri.

Per una iniziativa in tale direzione è evidente che le future scelte e decisioni della nuova amministrazione americana avranno un ruolo fondamentale. Potranno far pendere il piatto della bilancia mondiale da una parte o dall’altra. Il pacchetto di misure economiche espansive – di dimensioni che non si erano mai viste in passato – annunciate dal Presidente Obama, eserciterà certamente effetti positivi nel contribuire a combattere la recessione e servirà così a ridurre le pressioni protezionistiche. Ma è inutile illudersi: non sarà sufficiente. Occorre in realtà una forte azione di guida, una rinnovata leadership da parte degli Stati Uniti, spalleggiata dall’Europa naturalmente, nella direzione prima auspicata. Un atteggiamento attendista e in qualche modo ambiguo del nuovo Presidente finirebbe inevitabilmente per aggravare pericolosamente i rischi insiti nella grave recessione in corso e contribuirebbe in modo decisivo all’esplosione di una nuova spirale protezionistica.