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Rapporti Usa – Ue

Obama e il mantra dell’Unione europea

18 Gen 2009 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

“Yes we can” è il mantra che verrà ripetuto nei prossimi giorni e mesi sull’auspicato miglioramento dei rapporti fra la nuova amministrazione americana e l’Unione europea. Non è un tema nuovo, quello di un’autentica partnership transatlantica: affonda le sue radici addirittura all’inizio degli anni ’60 quando alla Casa Bianca fu eletto John Kennedy. Obama, il nuovo Kennedy come lo definisce la stampa popolare, suscita aspettative analoghe. Per di più, oggi, il bisogno americano di appoggiarsi ad un valido partner per attenuare la caduta della propria leadership mondiale fa intravedere una finestra di opportunità. Rispetto alle crisi del passato, infatti, gli Usa comprendono bene che la via dell’isolazionismo non è più praticabile e che per riprendere forza è necessario trovare stabili e credibili alleanze esterne.

Alla ricerca dello “smart power”
Questa obbligata interdipendenza è stata evocata da Hillary Clinton nella sua recente audizione al Congresso, allorquando ha sottolineato che gli Usa non possono esercitare la stessa leadership unilateralista del recente passato, ma che al contempo, specie quando si tratta di problemi globali, nessuno potrà prescindere dalla partecipazione americana.

Si tratta di un notevole mutamento di rotta rispetto all’unilateralismo di Bush, mai completamente dismesso neppure di fronte ai rovesci in Iraq o ai primi sintomi della crisi finanziaria, che ha avuto origine proprio in America. In realtà lo stesso Bush, all’inizio del suo secondo mandato, aveva cercato di “aprire” all’Unione europea, addirittura recandosi, primo presidente americano, a Bruxelles nelle sedi comunitarie: ma si era trattato di una mossa senza convinzione e priva di proposte innovative, a cui nulla di realmente concreto è poi seguito.

Ma, al di là della sincerità o meno delle mosse americane, c’è da chiedersi se l’assenza nel passato di un reale mutamento nelle relazioni transatlantiche sia da attribuire solo alla scarsa volontà americana e se davvero, con la nuova amministrazione Obama, l’Europa sarà in grado di rispondere efficacemente all’apertura di credito che molto verosimilmente arriverà da Washington. Anche questi sono interrogativi non nuovi e, anzi, va detto che molte volte negli ultimi decenni abbiamo dovuto ammettere che il mancato miglioramento dei rapporti fra Washington e Bruxelles era dipeso dalla scarsa capacità di proposta e di iniziativa dell’Europa.

Le chance dell’Unione europea
Oggi rischiamo di ricadere nello stesso circolo vizioso: apertura americana e mancata risposta europea. E ciò malgrado alcuni recenti segnali di una maggiore capacità europea di agire sullo scacchiere internazionale. Segnali che si sono manifestati particolarmente nell’ultimo semestre di presidenza francese e che hanno fatto intravedere le potenzialità di un’Unione europea “attore internazionale”, come viene definita dai politologi. Dalla crisi in Georgia alla riunione di Washington del G20, dai rapporti con Mosca agli interventi pubblici per fronteggiare la crisi economica è stato un succedersi di iniziative europee che non vedevamo da anni e che in qualche modo sono state subìte o seguite da Bush. Ma a fare la differenza, va detto, è stata la presidenza francese dell’Ue, in particolare l’attivismo di Sarkozy, non un sostanziale miglioramento delle capacità politiche e istituzionali dell’Unione.

Già nella crisi mediorientale di questi giorni è riemersa la scarsa coesione dell’Unione, con un Sarkozy che ancora non accetta di smettere le vesti di Presidente di turno dell’Ue e la Troika comunitaria guidata dalla Repubblica Ceca che arranca in competizione con il Presidente francese. Il timore è quindi che il bluff europeo vanga scoperto rapidamente, anche perché quasi tutti i temi caldi sull’agenda internazionale – rapporti con la Russia, Iran o Israele – vedono gli europei su posizioni leggermente diverse da quelle tradizionali americane; ma anche perché essi sono divisivi sul fronte interno europeo, mettendo quindi a repentaglio l’immagine di coesione dell’Ue. Il rischio che ancora una volta si corre è che da una parte riemergano le ambizioni di Parigi o di Londra o di altri paesi europei a muoversi in anticipo sull’Unione e che dall’altra gli americani, di fronte alle mancate risposte o alle divisioni dell’Unione, si convincano nuovamente a rivolgersi direttamente a Parigi, Londra o Berlino, saltando a piè pari Bruxelles.

Tuttavia la Presidenza di turno francese dell’Ue ha mostrato come una forte Presidenza e una politica estera europea guidata da una figura stabile e autorevole possano colmare le attuali debolezze politiche dell’Unione. E qui torna a galla il vero mantra europeo: è urgente che il Trattato di Lisbona sia ratificato, poiché con un Presidente del Consiglio europeo che rimarrebbe in carica fino ad un massimo di cinque anni e con un Alto Rappresentante che presiederebbe il Consiglio dei ministri degli Esteri e gestirebbe un servizio diplomatico comune si potrebbero sviluppare le potenzialità di azione esterna dell’Ue che la presidenza Sarkozy ha concretamente, anche se volontaristicamente, evidenziato. Allora e solo allora saremo davvero nelle condizioni di rispondere all’offerta di partnership di Obama: “yes we can”.