IAI
La guerra a Gaza

L’impasse strategica di Israele

9 Gen 2009 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Come era prevedibile, dopo aver lasciato ad Israele un certo periodo di libertà d’azione, anche gli Stati Uniti si sono risolti a chiedere la fine delle ostilità a Gaza, consentendo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di approvare una risoluzione in tal senso. Pur non essendo formalmente obbligatoria, la risoluzione è un segnale politico forte che influenzerà certamente le prossime mosse del governo israeliano. Probabilmente il nuovo Presidente eletto, Barack Obama, non perdonerebbe facilmente Israele se la sua inaugurazione, il prossimo 20 gennaio, dovesse essere offuscata dalla prosecuzione delle operazioni militari a Gaza. I tempi di questa operazione sono ormai limitati, e così anche i risultati che potranno essere conseguiti.

Per sessant’anni Israele è sopravvissuto grazie alla forza delle sue armi. Le ripetute vittorie conquistate dalle Forze Armate israeliane, dal 1948 ad oggi, gli hanno permesso di consolidare il suo territorio e di imporsi a chi, inizialmente, gli negava il diritto di esistere e pensava di poterlo cancellare dalla carta geografica, inclusa una larga parte degli stessi arabi palestinesi. Tuttavia negli ultimi anni questo strumento si è rivelato insufficiente.

Nel 2006 Israele è ancora riuscito ad ottenere un successo parziale contro la minaccia degli Hezbollah nel Libano meridionale, ed ora sta conducendo una dura e difficile campagna repressiva nei confronti di Hamas, nella striscia di Gaza, ma non sembra che si aspetti di conseguire nuove vittorie strategiche, capaci cioè di rovesciare gli equilibri politici e militari e di imporre agli avversari la ricerca dell’accordo e della pace, bensì più modesti successi tattici, di breve durata e dai limitati effetti politici. Certo, Israele resta la maggiore potenza militare regionale, che nessun avversario è oggi in grado di sconfiggere, ma sembra anche sempre meno capace di ottenere reali vittorie.

Il problema non sembra essere militare, ma politico. In realtà, dopo la campagna militare contro gli Hezbollah, sembrava delinearsi la possibilità di un nuovo successo strategico, grazie ai negoziati con la Siria condotti attraverso i buoni uffici della Turchia. Un accordo di pace con Damasco, dopo quelli con il Cairo ed Amman, avrebbe mutato profondamente gli equilibri regionali, e rafforzato enormemente la sicurezza di Israele, anche se fosse stato pagato con la restituzione delle alture del Golan e altre concessioni minori.

Sarebbe stato il coronamento della strategia impostata da Sharon, con il ritiro unilaterale da Gaza e il rifiuto di ulteriori negoziati globali sul futuro della Palestina. Ma qualcosa non ha funzionato, non sappiamo se a Gerusalemme o a Damasco (o più probabilmente in ambedue i paesi). La guerra con Hamas (la cui direzione strategica, vedi caso, risiede proprio in Siria) è probabilmente anche la spia di questo fallimento, più che la sua causa.

Per anni la classe dirigente israeliana ha dibattuto le diverse opzioni politiche a sua disposizione, a volte privilegiando la strada del dialogo diretto con i palestinesi, altre puntando ad un accordo con i maggiori paesi arabi confinanti. L’opzione siriana è stata molte volte evocata, in questo contesto, ma non è mai riuscita a concretizzarsi, a differenza di quella egiziana o giordana. L’interesse siriano nei confronti del Libano e le ripetute incursioni israeliane in territorio libanese hanno ulteriormente complicato il raggiungimento di un accordo con Damasco. E il rafforzarsi dei due partiti fondamentalisti armati (Hezbollah ed Hamas), ha portato al contempo ad un ulteriore deterioramento della situazione in Palestina e ha consentito all’Iran, già rafforzato dagli sviluppi in Iraq, di inserirsi prepotentemente nel gioco.

Ciò rende il quadro strategico israeliano molto più complesso e difficile. Al limite, Israele potrebbe ancora concepire una campagna militare vittoriosa contro la Siria, ma non ha la possibilità concreta di fare lo stesso nei confronti dell’Iran (o dell’Iraq se alla fine finisse sotto l’influenza di Teheran) senza il contributo militare diretto degli Stati Uniti. In altri termini, non è più pienamente libero di agire e di decidere autonomamente. Per cui ripiega su operazioni militarmente e politicamente limitate, che però hanno il difetto di non essere risolutive.

Ciò rende però anche più complesso e improbabile il successo di una nuova iniziativa negoziale globale, poiché moltiplica il numero degli interlocutori e allarga quindi l’agenda a problematiche non direttamente collegate al futuro della Palestina, ma di interesse strategico per la Siria, l’Iran, l’Arabia Saudita e gli altri interlocutori regionali, spesso in duro contrasto tra loro.

È possibile immaginare approcci diversi? Uno spiraglio sembrava essersi delineato grazie alle parziali aperture di Israele nei confronti di alcune presenze internazionali di sicurezza, nel Sud del Libano (Unifil 2) e per qualche tempo anche a Gaza (alla frontiera con l’Egitto). Siamo però ancora ben lontani dall’ipotesi di affidare la sicurezza di Israele o anche solo il controllo dei territori palestinesi ad una coalizione internazionale. Se poi dovessimo assistere ad una ripresa massiccia degli attacchi verso Israele a partire dal Libano meridionale, senza che le forze libanesi e delle Nazioni Unite riescano a bloccarli, un tale spiraglio si chiuderebbe, forse per sempre.

Qualsiasi soluzione negoziale dovrebbe evidentemente risolvere anche il problema Hamas. Gli Usa e l’Ue hanno inserito tale fazione nella lista delle organizzazioni terroristiche, ma il problema è di capire se essa abbia la voglia e la capacità di evolvere politicamente, come in passato accadde per l’Olp e Al Fatah. I segnali raccolti in questa direzione esistono, ma sono anche incerti, deboli e contraddittori e soprattutto mai espressi in modo unitario da una parte sostanziale della dirigenza politica di questo movimento. Alcuni pensano che esista un frattura potenziale tra i leader in esilio in Siria e quelli presenti a Gaza e nei territori palestinesi, altri ritengono che il dibattito interno coinvolga gruppi in ambedue i contesti, ma il fatto è che nulla di tutto questo si concretizza in una precisa presa di posizione, e l’attuale fase di scontro militare sembra più compattare l’insieme di Hamas attorno alla linea del rifiuto che approfondire i contrasti interni.

Israele è attualmente in un periodo di campagna elettorale e questo non facilita certo un dibattito approfondito sulle scelte strategiche. Tuttavia l’insufficienza della sua tradizionale opzione militare diviene sempre più evidente ed esige una risposta consapevole e di alto livello. Chiunque vinca queste elezioni, ammesso che riesca a vincerle in modo convincente, si troverà di fronte alla necessità di ripensare una strategia che, dopo sessant’anni di successi, sembra ora essere arrivata al limite della sua efficacia.