IAI
Uno studio di Chatham House

Le ambizioni di Obama e i limiti della leadership Usa

26 Gen 2009 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Con Obama gli Stati Uniti hanno l’occasione di riaffermare la propria leadership internazionale negoziando pragmaticamente con alleati e avversari. È una delle conclusioni del rapporto di Chatham House, uno dei più prestigiosi istituti britannici di politica internazionale, anticipato dal direttore Robin Niblett all’indomani del giuramento di Obama. Il rapporto analizza i limiti strutturali della leadership americana e offre interessanti prospettive sulla nuova presidenza.

I limiti degli Stati Uniti
L’ambizione dell’amministrazione Obama è chiara e dichiarata: rinnovare la leadership americana nel mondo, principalmente attraverso quello che è stato definito smart power, cioè un’accorta combinazione di soft power – ad esempio la forza dell’esempio morale attraverso la chiusura di Guantanamo – e hard power – ad esempio i 20.000 marines che si preparano a partire per l’Afghanistan. Tuttavia, secondo l’analisi di Chatham House, la realtà internazionale pone oggi, rispetto a otto ani fa, una serie di nuovi limiti all’influenza americana nel mondo. In primo luogo, altri poli del sistema internazionale stanno chiaramente emergendo nelle varie regioni del mondo, in primis la Cina, che contende agli Stati Uniti l’influenza sia in Africa che in America del Sud, ma anche Brasile e Russia che vogliono affermarsi o riaffermarsi come potenze regionali. Strettamente legato a questo fenomeno vi è l’intensificarsi delle cooperazioni regionali da cui gli Stati Uniti sono esclusi: ad esempio la Shanghai Cooperation Organization, a cui partecipano Russia, Cina e quattro repubbliche centroasiatiche, punta a diventare il principale forum panasiatico in funzione antiamericana, mentre l’Ue costituisce l’ossatura di un autonomo polo europeo.

In secondo luogo, l’America è percepita oggi più come fonte che come soluzione dei problemi internazionali, dalla crisi economica, che ha avuto origine proprio negli Usa, alle emissioni di gas serra, di cui Washington è, in termini quantitativi, il maggiore responsabile. In un mondo sempre più interdipendente ciò danneggia l’immagine e, di riflesso, la leadership americana. Infine, la presenza delle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan rende gli Stati Uniti non più un attore esterno della regione, ma un attore interno, “fisicamente” soggetto ad attacchi e rappresaglie, e quindi con una libertà di azione limitata.

Una leadership più accorta
La leadership americana è quindi destinata a finire? No, per diversi motivi. Dal punto di vista interno, gli Stati Uniti rimangono, per peso economico, dinamica demografica, primato tecnologico e forza militare, l’unica superpotenza mondiale. Dal punto di vista esterno, secondo Chatham House non vi sono alternative alla leadership americana, considerando che la Cina ha troppi problemi interni da affrontare, che la Russia per demografia ed economia può ambire al massimo ad essere una potenza regionale, e che l’Ue, vista da questa sponda della Manica, manca sia della volontà che delle capacità necessarie per un ruolo di leadership mondiale. Assumendo come inevitabile e anche desiderabile il ruolo guida di Washington, in linea con il tradizionale approccio britannico, Chatham House formula una serie di pragmatiche e interessanti raccomandazioni al nuovo presidente americano.

In primis, il “tone”, cioè lo stile, la forma, la retorica usata a livello internazionale, è fondamentale nei rapporti tanto con gli alleati che con gli avversari e va pertanto attentamente calibrata. In questo senso, bene ha fatto Obama ad abbandonare la formula della “war on terror” e ad affermare, come primo punto del suo discorso inaugurale, che gli Stati Uniti “sono in guerra contro un network di violenza e odio”: la sostanza della guerra ai terroristi non cambia ma l’impatto mediatico è stato migliore. Il consiglio perciò è “keep the war, change the tone”. Inoltre, l’efficacia della politica estera di Obama dipenderà anche da quanto la sua amministrazione riuscirà a superare la competizione e i contrasti tra le agenzie che si occupano della politica estera americana, in particolare tra Dipartimento di Stato e Pentagono. In questo senso la nomina di inviati speciali per il conflitto israelo-palestinese (George Mitchell, già inviato speciale di Clinton in Irlanda del Nord, dove fu fondamentale per gli accordi di pace del 1998) e per quello in Kashmir (Richard Holbrooke, già protagonista degli accordi di Dayton in Bosnia, nel 1995) sono un segnale positivo, poiché evidenziano la volontà di garantire un maggiore coordinamento dell’azione statunitense in quei teatri.

Una diplomazia più dinamica
In secondo luogo, se si vuole negoziare efficacemente con Russia e Cina tanto sull’Iran quanto sulla questione energetica, è necessario “attenuare” l’enfasi sulla promozione della democrazia. Gli Stati Uniti possono creare positivi stimoli esterni per i processi di democratizzazione, ma non esserne il motore interno. Inoltre la nuova amministrazione potrebbe e dovrebbe sostenere gli sforzi degli alleati nell’affrontare problemi comuni, valorizzando ad esempio il crescente ruolo di mediazione che la Turchia sta assumendo in Medioriente. Più in generale Washington dovrebbe agire più efficacemente all’interno delle istituzioni internazionali esistenti, cercando di riformarle, anziché puntare su coalizioni ad hoc.

L’assunto di base è che si deve negoziare non solo con chi è più vicino alle proprie posizioni di politica estera, ma anche e soprattutto con chi ha le capacità di incidere sulla realtà internazionale. In quest’ottica – e in linea anche con la nuova politica del governo britannico – Chatham House evidenzia come il G8 di fatto non rappresenti più l’economia globale, e occorra raccogliere la sfida del negoziato con potenze emergenti all’interno del G20. Un’impostazione del genere rappresenta una sfida anche per i paesi europei membri del G8, e in generale per tutti gli alleati transatlantici. Secondo Chatham House, la forma che assumerà il rapporto dei paesi europei con il nuovo presidente sarà determinata non tanto dai legami storici di alleanza quanto dal contributo che potranno concretamente offrire sulle questioni che Washington considera prioritarie.

Ad esempio la Francia potrebbe esercitare un’importante influenza sulla Siria per la soluzione del puzzle mediorientale, la Germania svolgere un ruolo di ponte con Mosca, e la Gran Bretagna offrire una stretta cooperazione militare e di intelligence in Afghanistan e altrove. Secondo questa analisi, in linea con il tradizionale punto di vista britannico, l’Unione Europea in quanto tale riceverebbe invece ben poca attenzione da Washington.

Insomma, passata l’euforia per l’insediamento di Obama, è importante che ora si consideri con realismo quanto vorrà e potrà fare la nuova leadership americana in campo internazionale. Sarà verosimilmente un mix di continuità e discontinuità rispetto alle precedenti amministrazioni. E per l’Europa non saranno tutte rose e fiori.

Sul tema vedi anche:

The Limits and Potential of Obama’s Foreign Policy , Robin Niblett

Obama e il mantra dell’Unione europea