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Africa

La pirateria e il buco nero della Somalia

30 Gen 2009 - Carlo Calia - Carlo Calia

Erano in un contenitore rosso agganciato ad un piccolo paracadute i tre milioni di dollari che i pirati somali hanno ricevuto dal cielo come compenso per la restituzione della loro più grossa preda, la petroliera saudita Sirius Star catturata nel novembre scorso. Un esito della vicenda non proprio indolore, ma neppure così oneroso per i proprietari della petroliera, tenuto conto del valore della nave e dei due milioni di barili di petrolio che trasportava. Nei giorni seguenti sono stati liberati un cargo iraniano con trentaseimila tonnellate di grano ed una nave turca carica di prodotti chimici. Ma diciassette altre navi con 300 membri di equipaggi sarebbero ancora nelle mani dei rapitori, ivi compresa una nave ucraina con 34 carri armati destinati, pare, al governo autonomo del Sud Sudan.

L’avanzata dei pirati
I dati in materia sono però approssimativi, l’elenco degli episodi di pirateria avvenuti negli ultimi tempi è poco noto e non si hanno notizie sui negoziati in corso. In effetti le società di navigazione preferiscono affrontare le spese inflitte loro dai pirati ed evitare troppa pubblicità su queste questioni. Una maggiore pubblicità, infatti, potrebbe comportare spese molto superiori per far fronte a richieste o di aumento delle spese di assicurazione o di adozione di più lunghe e costose rotte per tenersi ad una distanza maggiore dalla costa somala. Per lo stesso motivo le compagnie marittime sono contrarie ad adottare la misura che potrebbe porre rapidamente fine al fenomeno: mettere guardie armate sulle navi in transito nell’area. Senza guardie, infatti, non vi sono sparatorie a bordo e gli spargimenti di sangue sono minimi.

Il fenomeno della pirateria sta assumendo, però, dimensioni preoccupanti. Attraverso il Golfo di Aden e le altre aree lungo la costa somala passa il 14% del trasporto mondiale di merci ed il 30% di quello di petrolio. Nel 2008 gli atti di pirateria in quell’area si sono moltiplicati: sono aumentati gli attacchi e si è estesa l’area a rischio. Gli assalti, riusciti o meno, sarebbero stati una settantina e il “guadagno” per i pirati ammonterebbe a circa 50 milioni di dollari. I pirati sono più numerosi nel Puntland, al nord della Somalia, la zona di maggior passaggio di navi attraverso il golfo di Aden, ma non mancano altre concentrazioni a sud di Mogadiscio, zona controllata da forze islamiche.

Nel 2006 gli islamisti, ricorrendo a punizioni draconiane, erano riusciti a contrastare il fenomeno nell’area da loro controllata, da dove però sono stati successivamente scacciati dalle forze del Governo federale di transizione (Tfg), appoggiate dai soldati etiopici e dagli aerei americani. Gli islamisti sono ritornati a dominare il sud del paese, ma sono adesso divisi tra di loro e hanno a che fare con gruppi di pirati più ricchi ed armati di prima. In Puntland è invece funzionante un governo locale che esercita un ragionevole controllo del territorio. Ma in un caso come nell’altro le bande di pirati e le loro organizzazioni in terraferma sono diventate economicamente autonome ed hanno ormai un vasto seguito di persone e di armati che vivono grazie ai loro guadagni. I pirati non sono collegati e non hanno ambizioni politiche, ma non hanno bisogno di aiuti. Sono loro, al contrario, a pagare i centri di potere locale per continuare ad esercitare indisturbati il loro “business”.

La flotta contro la pirateria
L’estensione della attività dei pirati somali e la varietà degli interessi colpiti ha portato alla formazione contro di loro di un fronte unico internazionale che ignora divisioni politiche e geografiche. Una ventina di navi militari provenienti da paesi come la Spagna e gli Stati Uniti, ma anche dalla Cina e dall’Iran pattugliano adesso la zona. Alcune di queste navi sono presenti nell’area in maniera indipendente, v’è però stata una prima flottiglia diretta dagli Stati Uniti, alla quale ha partecipato anche la nave italiana Durand de la Penne, e ne è ora operativa una seconda dell’Unione Europea, nella quale gli italiani non sono più presenti per ristrettezze di bilancio.

Il Professor Ronzitti ha ben spiegato su questa rivista le difficoltà giuridiche che comportano le azioni contro i pirati, ma apposite Risoluzioni dell’Onu e autorizzazioni del morente Governo federale di transizione somalo hanno fornito basi legali più ampie al tradizionale diritto abitudinario contro la pirateria internazionale. Sarebbero adesso possibili interventi nelle acque territoriali somale e perfino contro le basi stesse dei pirati in terraferma. Ma permane il problema pratico di riuscire ad intervenire immediatamente, nei minuti successivi ad un tentativo di assalto, prima che i pirati giungano a prendere il controllo della nave mettendo da quel momento in pericolo, in caso d’intervento, l’incolumità del battello e la vita stessa dei membri dell’equipaggio.

D’altronde l’area da controllare è divenuta vastissima e i mezzi militari a disposizione sono potentemente armati, ma adatti piuttosto a mettere fuori combattimento una nave avversaria che non a fermare dei pirati che operano con modesti battelli o barchini veloci difficili da distinguere dalla normale flotta di pesca o di piccolo commercio presente nella zona. È come in una città rincorrere un ladro in bicicletta con un camion Tir, ha commentato l’ammiraglio Giovanni Gumiero al rientro dalla sua missione nel Golfo. Ciononostante dei risultati sono stati raggiunti. Innanzitutto quello di assicurare con scorte specifiche il regolare sbarco degli aiuti umanitari internazionali, un obiettivo non a torto ritenuto primario, tenuto conto che dal regolare flusso di quegli aiuti dipende la sopravvivenza di almeno un terzo dell’intera popolazione somala.

La situazione in Somalia
Prima che nel golfo di Aden, lo stesso flagello aveva colpito un’altra cruciale via marittima mondiale, quella dello stretto di Malacca. La pirateria è stata lì efficacemente contrastata, quando i paesi della regione si sono accordati per intervenire regolarmente sulle basi di partenza dei pirati, in qualunque Stato esse si trovassero. Ma la Somalia è un paese pieno di armati pronti a coalizzarsi contro intrusi e perciò, con l’eccezione di qualche incursione punitiva di commando francesi, nessuno pensa ad interventi sul terreno. Si ritorna dunque al punto centrale: la pirateria somala è conseguenza della mancanza di un governo. È questo che da un lato spinge locali disperati a correre ogni rischio per assicurarsi una fonte di sussistenza, dall’altro rende impossibile il controllo del territorio da parte di autorità locali di fatto o di diritto.

È paradossale che l’unico paese africano con una popolazione quasi omogenea dal punto di vista etnico, un’unica lingua ed una medesima religione, sia quello che da ormai 17 anni non riesce a darsi una autorità statale. Il fatto è che la Somalia è anche il paese africano dove più che altrove sono fortissimi i legami di clan, tribali e familiari. Quando a fine anni ‘80, con la cessazione della guerra fredda, è crollato l’ultimo governo somalo, le forze centrifughe si sono scatenate in un inarrestabile circolo vizioso. Le truppe etiopiche che hanno mantenuto in vita l’ultimo tentativo di governo, si sono ritirate adesso ai bordi del paese. Addis Abeba torna dunque con meno timore, visto il caos crescente anche tra le forze islamiche, ad una politica di osservazione piuttosto che di aiuto alla costituzione di un governo stabile a Mogadiscio. Gli attacchi suicidi e le indecisioni dei governi africani coinvolti porteranno tra breve alla partenza da Mogadiscio anche dello sparuto e spaurito gruppo di soldati dell’Unione africana. Ed è improbabile che i negoziati in corso tra le forze in campo giungano a qualche risultato positivo. Milizie locali e pirati possono dunque ripartire per un altro giro di giostra.