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Politica estera Usa

Iran: sarà davvero svolta con Obama?

19 Gen 2009 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro
L’accento posto da Obama sul ruolo della diplomazia e la sua dichiarata disponibilità a interloquire direttamente con gli iraniani anche al più alto livello ha contribuito a creare l’aspettativa di un effettivo cambio di rotta della politica americana verso l’Iran. Iraq a parte, la questione iraniana è stato l’argomento di politica estera su cui più acceso è stato lo scontro con il candidato repubblicano alla presidenza, John McCain, fautore di una linea molto intransigente e contrario all’apertura di un dialogo con Teheran.

Obama ha avuto buon gioco nel presentare McCain – filmato durante la campagna per le primarie mentre cantava “bomb bomb bomb Iran” sulle note dei Bee Gees – come un continuatore delle politiche mediorientali di George W Bush. La questione Iran non ha influito di per sé sull’esito delle presidenziali, ma è probabile che il continuo accostamento da parte di Obama delle politiche proposte da McCain sull’Iran a quelle di Bush abbia rafforzato la percezione dell’elettorato che un’eventuale vittoria di McCain sarebbe equivalsa ad un “terzo mandato Bush”. Ma se è vero che la linea sull’Iran di McCain era effettivamente distante da quella di Obama, più discutibile è che la si possa equiparare a quella di Bush Jr. La politica dell’amministrazione uscente verso l’Iran è stata troppo incostante, irregolare e contraddittoria per essere assimilata all’aggressiva intransigenza ostentata da McCain.

L’eredita’ di Bush
Sul piano retorico, non c’è dubbio che l’amministrazione. Bush abbia fatto dell’Iran un ‘nemico’ degli Stati Uniti: lo ha inserito nel famigerato “asse del male” con l’Iraq e la Corea del Nord, lo ha denunciato come il principale “sponsor” del terrorismo e lo ha ripetutamente accusato di armare gli insorti contro le forze americane e britanniche in Iraq. La Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti del 2006 definiva l’Iran “la sfida più grande” agli interessi americani in Medioriente.

Il quadro però è meno lineare quando si guarda alle politiche concrete. Pur ammonendo sui rischi inaccettabili di un Iran nucleare, l’amministrazione Bush ha prima abbandonato la sua iniziale forte opposizione al tentativo degli Ue3 (Francia, Germania e Regno Unito, a nome dell’Ue) di negoziare con l’Iran un accordo sulla questione nucleare; poi ha sostenuto il processo in modo indiretto nel nuovo quadro negoziale dei P5+1 (gli Ue3 più i membri permanenti non europei del Consiglio di sicurezza: Cina Russia e, appunto, Stati Uniti); successivamente ha espresso la disponibilità a trattare direttamente con gli iraniani a condizione che questi ultimi arrestassero l’arricchimento dell’uranio; e ha infine partecipato in qualità di osservatore ad un round di colloqui tra i rappresentanti dell’Iran da una parte e quelli degli Ue3, Cina e Russia dall’altra (svoltisi la scorsa estate a Ginevra).

Anche se Bush si è ben guardato dall’escludere l’opzione militare per impedire all’Iran di dotarsi di capacità nucleari militari, gli alti comandi Usa non sono mai stati autorizzati a sviluppare altro che routinari piani di contingenza per operazioni contro l’Iran. Quando Israele la scorsa estate ha richiesto agli Stati Uniti la fornitura di tecnologie e sistemi d’arma impiegabili in un attacco aereo contro l’Iran, Washington ha opposto un deciso diniego, e alla richiesta israeliana di sorvolo dello spazio aereo israeliano, Bush avrebbe risposto, se le indiscrezioni stampa sono attendibili, “No, che diavolo!”. L’amministrazione americana ha più volte invocato l’inasprimento delle sanzioni contro l’Iran, ma è anche stata attenta a salvaguardare l’unità del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla questione, ritenendo che il coinvolgimento delle Nazioni Unite conferisca maggiore legittimità agli sforzi internazionali di contenimento delle ambizioni nucleari del governo di Teheran.

L’atteggiamento oscillante degli Stati Uniti verso l’Iran non si è limitato al solo dossier nucleare. Tra un’accusa e l’altra di fomentare disordini e violenze in Iraq, diplomatici americani si sono incontrati diverse volte tra il 2007 e il 2008 con le loro controparti iraniane per discutere della sicurezza dell’Iraq, riconoscendo così tacitamente che il coinvolgimento degli attori regionali – Iran in testa – è necessaria alla stabilizzazione del paese.

Nel caso dell’Afghanistan si è assistito al processo inverso: Stati Uniti ed Iran hanno cooperato con profitto nel 2001-2002, e cioè nel periodo compreso tra la deposizione dei talebani (ostili all’Iran) e la prima iniziale stabilizzazione del paese. Dopo l’inserimento dell’Iran nell'”asse del male” da parte di Bush nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 2002, la collaborazione è andata riducendosi fino ad interrompersi del tutto.

In ultima analisi, la politica di Bush verso l’Iran è stata contrassegnata da una retorica ostile e a tratti aggressiva, ma da azioni concrete oscillanti tra misure punitive, tentativi di cooperazione su questioni limitate, e significative aperture. La stessa disponibilità degli Stati Uniti a riprendere contatti diplomatici con l’Iran, a condizione che quest’ultimo sospenda l’arricchimento dell’uranio, non può essere liquidata come una mera concessione di facciata.

La “finestra di opportunità” di Obama
Che tipo di cambiamento potrà imprimere l’entrante amministrazione Obama a questa politica zigzagante? Stando a dichiarazioni rilasciate sia prima che dopo le elezioni, Obama è d’accordo con Bush che un Iran nucleare sarebbe una “minaccia intollerabile”. Non più di una settimana fa, il neo-presidente, parlando della minaccia del terrorismo, ha fatto riferimento al sostegno dell’Iran a Hezbollah e Hamas. Più volte Obama ha dichiarato che chiederà agli alleati europei un ulteriore sforzo per dare maggiore credibilità alla minaccia di sanzioni più aspre e incisive, come ha fatto del resto l’amministrazione Bush negli anni scorsi. L’unità del fronte Onu resterà ovviamente una priorità anche per l’amministrazione Obama. E nemmeno il nuovo presidente democratico ha escluso del tutto l’opzione militare. Su che base, dunque, ci si può aspettare un cambiamento di rotta sull’Iran?

L’unica, benché significativa, differenza esplicita è la maggiore enfasi posta da Obama sulla diplomazia, e la sua aperta disponibilità ad impegnare gli Stati Uniti in un dialogo diretto con gli iraniani. Ma al di là della retorica, come si è visto, anche l’amministrazione Bush non è stata inattiva sul fronte diplomatico. Se vorrà davvero superare l’attuale impasse diplomatica Obama dovrà però concedere qualcosa di più, riconsiderando la richiesta di una sospensione indeterminata dell’arricchimento dell’uranio.

Fare un passo indietro sulla richiesta di sospensione dell’arricchimento – finora la “linea rossa” non negoziabile indicata dagli Usa e dagli europei – non è privo di rischi. In Iran ne potrebbero uscire rafforzati i conservatori che fanno capo al presidente Mahmoud Ahmadinejad, che potrebbero dichiarare di aver vinto il braccio di ferro sull’arricchimento. Inoltre diverrebbe ancora più difficile verificare la natura solo pacifica del programma nucleare.

Rinunciare alla richiesta di interrompere l’arricchimento appare però sempre più come una scelta realistica, visto che l’Iran sembra ormai possedere il know-how e le tecnologie necessarie ad arricchire l’uranio al livello richiesto per armare una bomba. Deve però ancora operare alcuni fondamentali passaggi prima di poter vantare la sua prima bomba atomica. Il più importante è la scelta politica da parte della leadership – e si intende qui il leader supremo Ali Khamenei, che ha l’ultima parola sul dossier nucleare – di fare dell’Iran una potenza atomica. È sui costi di questa scelta, e soprattutto sulle opportunità che potrebbero aprirsi in caso di rinuncia, che l’iniziativa diplomatica americana – o meglio: a guida americana – deve concentrarsi. In che modo?

Come visto, finché l’obiettivo primario degli Usa resta esclusivamente l’ottenimento di garanzie di sicurezza sul dossier nucleare, l’amministrazione Obama non avrà a disposizione molte opzioni tattiche in più rispetto all’amministrazione Bush. Le cose potrebbero cambiare però se si operasse un cambio di rotta a livello strategico. Obama potrebbe sfruttare i canali diplomatici che intende aprire non tanto per discutere più apertamente la questione nucleare – che resta un argomento intrattabile nelle attuali circostanze – quanto per convincere Teheran che gli Stati Uniti sono disponibili a lavorare per una normalizzazione dei rapporti bilaterali.

La stabilizzazione di Afghanistan e Iraq è nell’interesse sia degli Stati Uniti sia dell’Iran. Quest’ultimo avrebbe inoltre notevoli vantaggi dalla fine del suo relativo isolamento internazionale – in particolar modo in un frangente storico come l’attuale, in cui la crisi economica mondiale e il crollo del prezzo degli idrocarburi rischiano di ripercuotersi pesantemente sulla sua economia. Non c’è dubbio che ci siano in Iran resistenze molto forti ad attenuare le tensioni con gli Stati Uniti – anche perché la rivalità con gli americani costituisce un potente strumento per veicolare consenso. Eppure, la prospettiva di porre fine all’inimicizia con gli Usa non è affatto esclusa dalla leadership iraniana: lo stesso Khamenei, la scorsa primavera, ha ammesso che non potrà sempre scorrere cattivo sangue tra i due paesi. Si ricordi anche che l’Iran nel 2003 (sotto la presidenza del riformista Khatami) fece pervenire a Washington la richiesta, respinta da Bush, di una normalizzazione dei rapporti in cambio di assicurazioni sul dossier nucleare e della fine del sostegno a Hezbollah e altri gruppi armati che contrastano gli interessi americani in Medio Oriente.

Il cambio di rotta che Obama potrebbe imprimere, parte dunque dalla cancellazione dell’Iran dalla lista dei “nemici” degli Stati Uniti. L’amministrazione Obama potrebbe segnalare la disponibilità a sviluppare una relazione bilaterale basata su un equilibrio di interessi con l’attuale leadership. L’iniziativa dovrebbe essere rivolta al leader supremo Khamenei, senza però ignorare Ahmadinejad, in modo da chiarire che gli Usa ragionano su un orizzonte di lungo periodo, non vincolato cioè dall’esito delle presidenziali iraniane di giugno 2009.

In questo modo si potrebbero creare le condizioni per un accordo su nuovi meccanismi di verifica della natura solo civile del programma nucleare iraniano, sulla falsariga per esempio della proposta dell’International Crisis Group di consentire un regime di arricchimento limitato e soggetto a ispezioni intrusive. Le difficoltà di un simile negoziato non sembrano superiori a quelle che la stessa amministrazione Bush ha incontrato nella complicata trattativa per la de-nuclearizzazione della Corea del Nord. Ma – e questo costituirebbe l’autentico punto di rottura – il negoziato sul nucleare verrebbe inquadrato in un più ampio disegno strategico di ricollocazione dell’Iran nel sistema di relazioni internazionali degli Stati Uniti: non più “nemico”, ma interlocutore.

È questa l’autentica “finestra di opportunità” apertasi con l’elezione di Barack Obama. L’alternativa è un rigido isolamento internazionale dell’Iran, che verrebbe però attuato solo dagli Usa e da un’Europa in parte riluttante, o un attacco militare contro le infrastrutture nucleari iraniane da parte degli Stati Uniti o di Israele, che però stando alle fonti militari disponibili rallenterebbe, ma non bloccherebbe lo sviluppo del programma nucleare. In nessuno dei due casi le probabilità di evitare un Iran nucleare sembrano superiori rispetto alla politica di coinvolgimento sopra auspicata. Al contrario, sembrano più scarse.

Sul tema vedi anche:

Gaza, Obama, e il futuro del Medio Oriente

Obama e il rebus Iran