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La guerra a Gaza

Hamas potrebbe rinascere dalle sue ceneri

7 Gen 2009 - Lorenzo Trombetta - Lorenzo Trombetta

Gaza brucia ancora, ma le recenti cronache già offrono alcune anticipazioni dei futuri scenari interpalestinesi e regionali che seguiranno la “Guerra della Striscia”. Israele non ha mai dichiarato ufficialmente di voler distruggere Hamas con l’operazione ‘Piombo fuso’. È questa una lezione appresa dalla guerra del 2006 contro Hezbollah in Libano: se Tel Aviv riuscisse a indebolire, ma non a sradicare il movimento radicale palestinese, sarà più difficile parlare di fallimento dell’operazione militare.

La dubbia efficacia di “piombo fuso”
L’operazione israeliana mira a distruggere le infrastrutture militari di Hamas e, prima di tutto, ha l’obiettivo di smantellare la rete dei servizi di sicurezza e di polizia costituita negli ultimi 18 mesi dal movimento radicale per assicurarsi il controllo del territorio conquistato agli uomini di Fath nel giugno 2007. Non a caso, tra gli obiettivi colpiti nei primi giorni dell’offensiva, figurano le caserme di polizia e delle forze di sicurezza, il ministero degli interni con il carcere principale.

Oltre a voler eliminare la minaccia dei razzi sul sud di Israele, i vertici dello Stato ebraico hanno considerato come obiettivo prioritario quello di impedire ad Hamas di riprendere il controllo del territorio forse anche in vista di un eventuale rientro nella Striscia degli uomini di Fath e dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen). Il timido, se non addirittura imbarazzante, atteggiamento tenuto durante la prima settimana di violenze dallo stesso Abbas di fronte all’uccisione di centinaia di quelli che lui chiama suoi “fratelli”, confermano questo disegno, condiviso anche dal regime egiziano.

A Tel Aviv, al Cairo e a Ramallah hanno però forse preferito ignorare un dato evidente a tutti: l’aviazione e la fanteria israeliana potranno anche “estirpare” la presenza dei miliziani di Hamas dalla Striscia, ma questo territorio e la sua gente non potranno certo accettare, tantomeno dopo il “piombo fuso” fatto colare sulle loro teste, di sottomettersi alla volontà israeliana o a quella dell’Autorità nazionale palestinese.

Anche se Hamas dovesse esser sradicato da Gaza, come desidera il candidato premier israeliano e attuale ministro degli esteri, Tzipi Livni, un altro movimento od organizzazione nascerà sulle ceneri di Hamas. Un movimento che sarà caratterizzato da un carico di odio ancor maggiore verso lo Stato ebraico e con un fortissimo risentimento nei confronti sia dell’Anp che del regime egiziano di Muhammad Hosni Mubarak, sospettato di aver sostenuto dietro le quinte l’intervento israeliano.

Hamas inoltre è oggi forte di un accresciuto consenso panarabo e panislamico: contrariamente a quanto accade in Occidente, nessuno dimentica nelle capitali arabe che la tregua, dichiarata finita dal movimento palestinese poco prima dell’avvio dei raid israeliani, è stata infranta prima di tutto da Israele con l’uccisione di sette palestinesi nella Striscia di Gaza. L’appoggio morale e propagandistico di ampi settori del mondo arabo-islamico legittimerà in futuro altre azioni, anche più violente, da parte di Hamas o dal movimento che nascerà dalle sue ceneri.

Hamas non è Hezbollah
La capacità offensiva del movimento palestinese è inferiore a quella degli sciiti del Partito di Dio (Hezbollah) libanese. Le dimensioni assai più ridotte del territorio e la sua collocazione geografica sono i fattori che più determinano questa debolezza. I quadri di Hamas non godono inoltre della stessa libertà operativa, politica, diplomatica di cui godono i responsabili di Hezbollah. I paragoni che di recente sono stati tracciati da alcuni analisti tra la guerra in corso a Gaza e quella del 2006 in Libano, indotti forse dall’analogia delle immagini televisive delle macerie di Gaza e di quelle della periferia sud di Beirut, non sempre tengono conto di questa fondamentale differenza.

Il Partito di Dio, al di là della retorica espressa incessantemente anche negli ultimi giorni per “solidarietà alla popolazione di Gaza”, non ha dal canto suo alcuna intenzione di riaprire il fronte di guerra con Israele. Hezbollah non può soccorrere militarmente Hamas per ovvii ostacoli geografici e logistici, ma cerca di sfruttare per propri interessi politici l’azione israeliana contro la Striscia. Le drammatiche immagini a cui tutti, nel mondo arabo, assistono da quasi due settimane, ha dato al Partito di Dio nuovamente il destro per sostenere che quella contro Israele è una guerra “giusta” e per difendere la scelta di mantenere un proprio arsenale militare.

In Libano è infatti ancora in corso la polemica politica sulla legittimità dell’arsenale di Hezbollah. Gli avversari del Partito di Dio sostengono che la sua ala armata deve integrarsi con l’esercito regolare di Beirut e rispondere agli ordini dei vertici delle forze armate. Il movimento sciita risponde invece affermando che l’esercito libanese è troppo debole per costituire una difesa efficace contro Israele e che la “Resistenza islamica” (il braccio armato di Hezbollah) potrebbe perdere la sua forza se sottomessa alle decisioni politiche di Beirut.

Proprio per evitare di riaprire a proprio svantaggio questa polemica, Hezbollah non può attaccare Israele oggi in soccorso di Hamas. Almeno la metà dei libanesi non accetterebbe di tornare sotto il fuoco nemico per aiutare i palestinesi, la cui presenza nel Paese dei Cedri sin dalla fine degli anni Sessanta ha sempre suscitato forti ostilità in ampi settori dell’opinione pubblica. Il fronte nord israeliano si potrebbe riaprire, quindi, solo se Israele fornisse a Hezbollah un valido pretesto. Finora però, né l’uccisione un anno fa a Damasco di Imad Mughniye (alto responsabile del Partito di Dio) attribuita a Israele, né la giornaliera violazione dello spazio aereo libanese da parte di caccia di Tel Aviv, hanno costituito per i vertici sciiti e i loro padrini iraniani un motivo per ridare fuoco alle polveri. In coordinamento con Teheran, Hezbollah oggi punta soprattutto a danneggiare il più possibile presso l’opinione pubblica arabo-islamica la già traballante immagine dei regimi arabi sunniti filoamericani, Egitto, Giordania e Arabia Saudita.

Il nodo egiziano…
Proprio l’Egitto, più che il regno hascemita giordano e la casa reale saudita, continua a essere sotto il fuoco incrociato di critiche e accuse di complicità con Israele. Nelle piazze arabe in molti hanno trovato riprovevole la prontezza con cui Mubarak è sembrato conformarsi alla linea di Israele e di Washington. Non è un caso che il ministro degli esteri Livni si sia recato a colloquio proprio col presidente egiziano alla vigilia dell’inizio dei raid aerei. Come non è un caso che l’Egitto si sia rifiutato per giorni di aprire il valico di Rafah. Il ministro degli esteri egiziano, Ahmad Abu al-Ghayth, intervistato dalla tv panaraba al-Arabiya, è riuscito addirittura ad affermare, a conferma di quanto già detto, che “Hamas non è un’autorità legittima” e che “se Fath assumesse il controllo di Rafah, noi saremo pronti ad aprire il valico”. Non v’è dubbio che per il Cairo, il movimento radicale palestinese, così legato alla Fratellanza musulmana egiziana, costituisce un serio pericolo alla stabilità del suo sistema politico.

…l’attivismo turco…
La Turchia esce invece rafforzata e si conferma come il principale e più autorevole polo di diplomazia regionale. Ad Ankara sono convinti che, in quanto musulmani laici membri della Nato e alleati da 12 anni di Israele, hanno tutte le carte in regola per parlare con chiunque. Il premier turco Tayyep Recep Erdogan, assieme ai suoi rappresentanti, è stato il primo a sedersi a parlare con Hamas e con Abbas, con la Siria e l’Egitto, con l’Arabia Saudita e la Giordania. Da sola, Ankara non può risolvere di certo la crisi, ma è stato l’unico attore a essersi impegnato concretamente, al di là di appelli e condanne, nella prima settimana di “crisi”. L’Unione europea è invece rimasta al palo, limitandosi a chiedere un cessate il fuoco e la missione diplomatica di Bruxelles è partita troppo in ritardo. Così come in ritardo era stata avviata la sua macchina di consultazione tra i membri. In un’area di primario interesse strategico, l’Ue ha perso l’ennesima occasione di mostrarsi come attore di mediazione alternativo agli Stati Uniti, quasi del tutto assenti (ma non giustificati) in questa crisi.

…e l’attendismo siriano
La Siria, al di là degli aiuti umanitari che ha inviato tramite la Giordania alla popolazione di Gaza e qualche timida iniziativa diplomatica accompagnata dagli immancabili anatemi contro “il terrorismo sionista”, si è limitata ad attendere. Come vuole la tradizione, nelle gravi crisi regionali che non la riguardano direttamente, la diplomazia di Damasco preferisce aspettare. Per il momento, sulla scia dei suoi due alleati, Hezbollah e l’Iran, la Siria si gode il vento mediatico favorevole, mostrandosi come il difensore dei diritti del popolo palestinese.

Attraverso canali non ufficiali, da Damasco sono però circolate nei giorni scorsi voci sull’interruzione dei colloqui di pace indiretti che, da maggio a settembre 2008, si sono svolti in Turchia con la mediazione dell’onnipresente Ankara. Voci in seguito confermate dal ministero degli esteri turco. Nel mezzo della “mattanza” ai danni dei palestinesi, la Siria non poteva certo non prendere le distanze da Israele. E lo ha fatto in questo modo, attraverso “fonti anonime” che hanno parlato alla stampa.

È invece probabile che i colloqui indiretti, per ora mai trasformatisi in negoziati diretti (che furono interrotti nel gennaio 2000), potranno riprendere forse già tra qualche mese, quando lo sdegno e l’orrore per il sangue versato a Gaza si saranno placati e, soprattutto, quando sarà chiaro, dopo le elezioni del 10 febbraio in Israele, quale nuovo primo ministro guiderà la diplomazia dello Stato ebraico. La Siria ha bisogno di tenere aperta la porta – anche solo retorica – a un accordo di “pace” anche perché la restituzione delle Alture occupate del Golan continua a rimanere un obiettivo strategico della casa degli al-Asad di Damasco.