IAI
Gli Usa e la lotta al terrorismo

Chiudere Guantanamo. Ma come?

19 Gen 2009 - Valerio Briani - Valerio Briani

Nelle prime dichiarazioni successive al suo insediamento, il Presidente Obama ha ribadito la volontà di procedere, nei tempi più rapidi possibili, alla chiusura del carcere di Guantanamo. La decisione ha un forte valore simbolico e politico, e segnerebbe una netta rottura con le politiche dell’amministrazione uscente. Obama sarebbe in procinto di firmare un ordine esecutivo che prevede la chiusura del campo di prigionia entro un anno, la revisione dello status di tutti i detenuti e la ricerca di luoghi alternativi (tra cui alcuni anche in Europa) per ospitarli. Smantellare il carcere cubano pone però una serie di problemi giuridici, politici e logistici di non facile soluzione. Il modo in cui Obama li affronterà sarà indicativo dell’orientamento generale della nuova presidenza nella lotta al terrorismo.

Guantanamo, Cuba
Il campo di prigionia di Guantanamo è uno dei simboli negativi della guerra al terrore dell’amministrazione Bush. Il nome della base cubana è divenuto, al pari di quello di Abu Grahib, sinonimo di violazione dei diritti umani, lunghe detenzioni senza processo, interrogatori irregolari al limite della tortura (e a volte oltre). La chiusura della base è divenuta perciò necessaria per ridare agli Stati Uniti quella statura morale che costituisce uno dei fondamenti della politica estera e della stessa identità democratica del paese.

La prigione è stata istituita nel gennaio del 2002. Nel corso degli anni sono stati detenuti nella prigione circa 700 sospetti terroristi e combattenti stranieri. Il campo di prigionia ospita oggi circa 250 persone. Alcuni detenuti sono ritenuti particolarmente pericolosi. Tre (Abu Zubaydah, Ramzi bin al-Shibh e Hajj Abdu Ali Sharqawi) sono considerati dirigenti di al Qaeda. Sedici sono accusati di aver partecipato a vario titolo ad alcuni tra i maggiori attentati terroristici degli ultimi dieci anni, inclusi quelli alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania, l’attacco alla fregata Cole, e gli attacchi dell’11 settembre. Una ventina sono ritenuti essere guardie del corpo di Bin Laden.

I detenuti di Guantanamo sono sottoposti ad interrogatori condotti con metodi discutibili, al limite della tortura e forse oltre. Per determinare se i prigionieri siano effettivamente dei terroristi, e per processarli in caso di risposta affermativa, l’amministrazione Bush ha istituito un sistema di speciali commissioni che operano in segretezza. La legalità di questa procedura è stata però contestata in numerosi casi dalla Corte suprema americana, che con numerose sentenze ha nel corso degli anni costretto l’amministrazione a continue modifiche procedurali. Nel luglio 2008, ad esempio, la Corte ha decretato che i prigionieri hanno il diritto di contestare la detenzione di fronte ad una corte giudiziaria normale, aprendo quindi la strada ad una serie di ricorsi. Il sistema delle commissioni speciali è considerato unanimemente fallimentare, e va sostituito. Se davvero Obama intende chiudere Guantanamo, si troverà quindi di fronte ad un interrogativo: in che modo processare i prigionieri? e con quali procedure?

Le opzioni di Obama
L’approccio più semplice è quello di processare i detenuti in un normale tribunale americano. Questa è la soluzione auspicata dall’ala liberal del partito democratico e dalle associazioni per i diritti civili. In passato, lo stesso Obama si era detto favorevole a questo approccio. “Il sistema giudiziario americano”, aveva dichiarato durante la campagna elettorale, “è in grado di gestire situazioni come queste”. Ora che è stato eletto presidente Obama sembra aver mutato opinione. È certo che questa soluzione potrebbe portare alla scarcerazione o all’assoluzione di individui potenzialmente molto pericolosi. Gli imputati potrebbero essere scarcerati per irregolarità nelle procedure di arresto. Altri sarebbero rilasciati per irregolarità nella conduzione degli interrogatori, condotti con metodi legalmente discutibili e comunque non accettabili da un normale tribunale americano. Infine, è prevedibile che i servizi segreti, per ragioni di sicurezza, non potranno rendere pubbliche molte delle prove a carico degli imputati. Un approccio “try or release”, dunque, rischierebbe di mettere in libertà individui pericolosi per la sicurezza degli Stati Uniti.

Una soluzione alternativa, proposta da un certo numero di esperti di diritto,è quella di elaborare una “legge di detenzione amministrativa” che istituisca un particolare regime di detenzione a tempo indeterminato, senza processi. La legge dovrebbe includere delle procedure intese ad accertare se l’individuo sia effettivamente il pericoloso terrorista che le autorità ritengono che sia. Questo approccio concilierebbe l’esigenza di togliere dalla circolazione personaggi pericolosi e quella di evitare detenzioni immotivate. Sembra che il team di Obama abbia però già escluso questa opzione, che verrebbe probabilmente vista da molti supporter del presidente come un tradimento delle promesse elettorali.

Altri osservatori ritengono che non sia necessaria una nuova legge; che gli Usa abbiano già il diritto, sancito a livello internazionale, di detenere combattenti nemici, senza processo e senza accuse, fino al termine del conflitto, così come venivano detenuti i prigionieri di guerra italiani e tedeschi nella seconda guerra mondiale. Anche ammesso che la cosiddetta “guerra al terrore” sia assimilabile ad un conflitto tradizionale, però, rimarrebbe comunque aperto il problema di come essere certi che le persone catturate siano effettivamente terroristi o membri dei Talebani.

Infine, i prigionieri potrebbero semplicemente essere rimandati al paese d’origine. Più facile a dirsi che a farsi. In questo modo gli Usa perderebbero qualsiasi controllo sui prigionieri, che potrebbero essere rilasciati, o torturati, o evadere. Per di più, molti paesi non hanno accordi con gli Usa per il trasferimento di prigionieri, o non hanno intenzione di assumersi una tale responsabilità. Sessanta detenuti di Guantanamo, giudicati innocenti dai tribunali speciali, non sono ancora stati trasferiti proprio per questo motivo. Altri stati potrebbero rifiutarsi di collaborare per non apparire alleati o collaboratori dell’America (è il caso dello Yemen, paese d’origine di circa metà dei detenuti di Guantanamo).

Il dilemma che il nuovo presidente si trova di fronte è enorme. Obama dovrà trovare un equilibrio tra le esigenze di sicurezza degli Stati Uniti ed il rispetto dei principi di base della cultura giuridica americana. La sua decisione su Guantanamo, quindi, segnalerà il modo in cui gli Usa condurranno in futuro la lotta al terrorismo. La presidenza Obama, come quella Bush, privilegerà i metodi spicci della coercizione? O pretenderà il rispetto assoluto delle norme nazionali ed internazionali? È probabile che la soluzione che Obama sceglierà sarà una via di mezzo.

Non è probabile quindi che la decisione di chiudere il carcere venga presa senza ponderarne attentamente le conseguenze. Il neo presidente ha annunciato che darà ordine di chiudere il campo appena insediato alla presidenza, ma ha poi messo le mani avanti: “È più difficile di quanto molta gente non pensi”, ha dichiarato. L’ordine esecutivo sarà una dichiarazione di intenti, una mossa necessaria per non deludere la sua base elettorale e l’opinione pubblica mondiale che osserva. L’effettivo smantellamento del campo richiederà molto più tempo.