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India

La strage di Mumbai e la questione del Kashmir

1 Dic 2008 - Eva Pföstl - Eva Pföstl

Tra le informazioni lasciate filtrare dalla polizia indiana (ma ancora incontrollate) c’è quella che il terrorista arrestato a Mumbai, nel corso della recente strage, sarebbe stato addestrato dal Laskar-e-taiba, formazione militare terroristica vicina ad al-Qaida, con il suo centro operativo nel Kashmir pachistano. Benché questo gruppo condivida con altri movimenti “jiahdisti” l’obiettivo strategico di instaurare un governo religioso fondamentalista in Pakistan, la sua particolarità è quella di essere anche legato alla guerriglia anti-indiana nella regione contesa del Kashmir.

Banco di prova per Usa e Ue
Avviene così che la strage di Mumbai finisca per porre all’Unione europea, a Obama e al suo futuro segretario di Stato Hillary Clinton una priorità che il consigliere del neo presidente per le politiche di sicurezza nel sud-est asiatico, Bruce Ridel, aveva già individuato: disinnescare la questione del Kashmir e con essa quella dei rapporti tra musulmani e induisti in una regione strategicamente vitale.

Sotto il profilo giuridico e politico il conflitto del Kashmir – occorre aggiungere lo Jammu, regione gemella del Kashmir indiano, perché oramai pienamente coinvolta nella guerriglia – è uno dei più complicati. Dal 1947 a oggi sono all’incirca quaranta le proposte ufficialmente avanzate per uscire dal pantano del Kashmir, ma nessuna ha ottenuto il consenso di tutte le parti in causa.

La rivendicazione del diritto all’autodeterminazione avanzata dalle forze pro-azadi (le forze indipendentiste del Kashmir), a parte la sua apparente non applicabilità concreta nelle condizioni attuali, è viziata da una fatale contraddizione: costoro chiedono un referendum per l’autodeterminazione di tutti i territori dell’ex-principato dello Jammu e del Kashmir, entro le frontiere dell’agosto 1947, includendovi quindi non solo l’Azad Kashmir e il Kashmir, ma anche il Gilgit, il Baltistan e il Ladhak. Questa posizione non tiene conto del fatto che la divisione tra India e Pakistan ha comportato sviluppi divergenti nelle varie parti dell’ex-principato, né tiene conto delle profonde differenze esistenti all’interno dello Jammu e del Kashmir indiano, cioè fra la Vallata del Kashmir, lo Jammu e il Ladhak.

È assai improbabile che la maggioranza degli indù dello Jammu (66,3% indu e il 29,6% musulmani) e la maggioranza dei buddisti del Ladakh (83%) possano mai esprimersi a favore di uno stato indipendente dominato da una maggioranza musulmana. La maggioranza degli abitanti di queste due regioni non mette in discussione l’appartenenza all’India. Inoltre, la maggior parte degli analisti vede l’indipendenza di tutto o di parte del territorio kashmiri come un’utopia irrealizzabile senza che il “nuovo Stato” ricada sotto l’influenza di una delle tre potenze regionali rimettendo così in discussione i già fragili equilibri della situazione attuale.

Ipotesi di “co-tutela”
Il Kashmir Study Group (Ksg), basato negli Usa propone un nuovo stato indipendente (oppure quasi-indipendente sotto “tutela comune” del Pakistan e dell’India) che dovrebbe comprendere solo la Vallata del Kashmir e Azid Kashmir, mentre Jammu indiano e Ladhak resterebbero parti dell’India e il Gilgit e il Baltistan parti del Pakistan. Il Ksg ha aggiornato e concretizzato il piano del diplomatico australiano Sir Owen Dixon del 1950, che propose di ridefinire le frontiere seguendo i confini naturali del fiume Chinab, facendo confluire la popolazione kashmiri musulmana nella zona pachistana e lasciando il resto del territorio alle altre comunità religiose dell’India. Il piano Dixon prevedeva lo spostamento di 800mila persone e venne bocciato perché avrebbe causato gli stessi massacri avvenuti tra i vari gruppi religiosi ai tempi della partizione del 1947.

La proposta del Ksg prevede che il territorio ammesso al referendum potrebbe essere delimitato in funzione della creazione di un’entità limitata ad una o due regioni dell’ex-principato. Ma in questo caso si aprirebbero nuovi problemi di minoranze. Cosa accadrebbe ai pajdits, i kashmiri indu che hanno il diritto di ritorno alla loro case nella Vallata del Kashmir? Cosa accadrebbe a quei distretti dello Jammu che hanno una maggioranza musulmana e condividono il desiderio di indipendenza degli abitanti della Vallata? Cosa capiterebbe al distretto di Kargil, parte del Ladhak, la cui popolazione è all’ 83% musulmana?

In una variante della sua proposta il Ksg prevede un referendum per tutti i distretti a maggioranza musulmana. Ma anche tracciando la linea più sottile possibile, nella regioni dello Jammu sarebbe impossibile realizzare delle unità territoriali ben distinte per religione ed etnia. Finora tutte le forze politiche pro-azadi e anche la National conference e il Consiglio dei mujahedin si oppongono alla tripartizione dello stato dello Jammu e del Kashmir su basi religiose e etniche. Una ripartizione per linee religiose etniche potrebbe causare ciò che accadde in India nel 1947: scontri religiosi-etnici, trasferimento di massa di popolazioni, rivendicazioni di autodeterminazione da parte di unità territoriali minori.

I rapporti indo-pachistani
Nel 2004 sono partiti colloqui ufficiali di pace fra Pakistan e l’India; nel 2005 è passato il primo autobus di linea che collega le rispettive capitali del Kashmir indiano e pachistano; sempre nel 2005 il governo indiano ha ricevuto in visita ufficiale la parte moderata del fronte Hurriyat, la piattaforma delle politiche kashmiri per l’autodeterminazione. La tensione in Kashmir è tornata alle stelle dallo scorso giugno, dopo alcuni anni di relativa calma. La scintilla è stata la disputa sull’assegnazione di terre forestali al tempio indù di Amarath. Il governo statale aveva deciso di donare nuovi terreni intorno al tempio, provocando le proteste dei musulmani, maggioritari nella valle del Kashmir e nella capitale estiva Srinagar. Di fronte alle violenze il governo ha fatto marcia indietro, ma a quel punto a scendere in piazza sono stati gli indù, maggioritari nella parte meridionale dello stato e nella capitale invernale Jammu. Le manifestazioni degli indù hanno portato anche alla chiusura dell’unica strada che consente i rifornimenti alla valle del Kashmir, ancora non servita da nessuna ferrovia. Qualche settimana fa c’è stata la riapertura di una vecchia strada commerciale in Kashmir tra la parte amministrata dall’India e quella sotto controllo pachistano, che, dopo oltre sessant’anni, prevede il passaggio di camion di merci una volta la mese.

Oggi, il ripristino di una forma di autonomia sembra l’unica soluzione in grado di evitare ogni ipotesi di partizione (con tutte le difficoltà prima elencate). Per essere efficace, tale autonomia dovrebbe fondarsi su uno stabile dialogo tra tutte le parti. Servirebbero però due condizioni fondamentali. La prima: la formulazione di chiare garanzie internazionali (anche se attualmente l’India esclude il coinvolgimento di altri stati oltre il Pakistan) ed un quadro generale di normalizzazione del rapporto fra l’India ed il Pakistan, che consenta nuove forme di cooperazione a tutti livelli, se non addirittura un condominio sulle parti centrali del Kashmir, cioè la Vallata e l’Azad Kashmir. La seconda: un assetto autonomista differenziato nella parte indiana, che possa soddisfare le esigenze diverse delle popolazioni dei vari distretti che formano lo stato dello Jammu e del Kashmir, cioè lo Jammu, la Vallata del Kashmir ed il Ladakh.

Se non si introduce un elemento di “transnazionalità”, il nodo gordiano non sarà mai sciolto in modo appropriato. Per trovare una soluzione di lunga durata è necessario aprire le frontiere, consentire alla gente di incontrarsi. Oggi ci sono ancora migliaia di famiglie, divise dalla partizione, che per 50 anni non si sono più potute riunificare. Un tale quadro potrebbe quindi consentire di indire elezioni democratiche, sotto garanzia internazionale, sull’insieme dei territori di entrambe le parti. I due Parlamenti potrebbero elaborare accordi sulla cooperazione transfrontaliera, sulla cultura e sugli scambi commerciali.

In questo contesto il modello di cooperazione transfrontaliera dell’Unione europea potrebbe essere molto interessante. L’esportabilità di modelli sviluppatisi in situazioni economiche, sociali, demografiche del tutto diverse può apparire pretenziosa, tuttavia il “modello” della cooperazione transfrontaliera europea si è rivelata negli anni un ottimo strumento per migliorare la coesione territoriale. Uno strumento in grado di potenziare la comunicazione tra le regioni confinanti e di porre le basi per una collaborazione che abbatta i confini, creando un “territorio europeo”, portando pace, stabilità e benessere con reciproco vantaggio delle parti coinvolte.