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Medio Oriente

Il Libano in attesa delle elezioni di maggio: quali prospettive?

17 Dic 2008 - Emiliano Stornelli - Emiliano Stornelli

Il panorama politico libanese è oggi caratterizzato da alleanze meramente tattiche, ideologicamente incomprensibili, conseguenza delle profonde rivalità che intercorrono tra le comunità religiose e tra le famiglie politiche all’interno delle stesse comunità. In un clima reso instabile da autobombe, assassinii mirati, scontri e rapimenti, è difficile far sedere attorno a un tavolo le diverse anime di un paese perennemente sull’orlo della guerra civile senza un collante che le tenga insieme.

Il collante però esiste, ed è la resistenza a Israele, patrimonio di tutte le forze politiche. Accenti e obiettivi sono differenti; ad eccezione di Hezbollah e dei suoi alleati, si tratta spesso di mera retorica. In ogni caso, Israele è unanimemente riconosciuto come il nemico nazionale.

Nel corso dei primi due incontri ufficiali tra i rappresentanti dei due paesi, il 16 settembre e il 5 novembre scorsi, l’argomento all’ordine del giorno è stato appunto l’adozione di una strategia di sicurezza condivisa che abbia come perno la resistenza. Ma qui le posizioni sono tornate ad essere inconciliabili. Il blocco antisiriano denominato “14 Marzo” – uscito gravemente ridimensionato dalla crisi di maggio scorso – vuole il disarmo di Hezbollah, considera la sua armata parallela un vulnus alla sovranità dello Stato centrale e rifiuta la proposta avanzata dal generale maronita Michel Aoun di regolarizzare i miliziani sciiti integrandoli nelle forze armate libanesi (Lebanese Armed Forces, LAF).

Anche il ruolo in Libano delle potenze regionali è motivo di disaccordo. Hezbollah e i suoi alleati puntano a un coinvolgimento attivo di Damasco e Teheran nelle questioni legate alla sicurezza, mentre il movimento 14 Marzo guarda a Siria e Iran con grande sospetto. In occasione del terzo round dei colloqui, previsto per il 21 dicembre, il raggruppamento 14 Marzo dovrebbe presentare una proposta alternativa a quella di Aoun. Gli ultimi sviluppi politici hanno però già determinato l’orientamento della strategia di sicurezza e sono un chiaro indice di dove tira oggi il vento nel paese dei cedri.

Il presidente della Repubblica Michel Suleiman ha riaperto la via di Damasco recandosi in visita ufficiale dal presidente Bashar al-Assad, la prima visita ufficiale in Siria di una carica istituzionale libanese dall’assassinio del premier libanese Rafik Hariri (attribuito alla Siria). A seguire le sue orme sono stati il ministro dell’Interno Ziyad Baroud e il ministro dell’Informazione Tarek Mitri. Importante è stata la missione di Baroud, che ha siglato un accordo per la nascita di un comitato congiunto siro-libanese per il coordinamento nel campo della sicurezza.

Nel mirino c’è soprattutto Israele, accusata di aver scatenato una guerra d’intelligence in Libano per sabotare la riconciliazione nazionale. La nascita del comitato è stata oggetto di critiche da parte del blocco antisiriano 14 Marzo, ma il premier Fouad Siniora ha difeso l’operato del suo ministro. Le autorità libanesi hanno oltretutto salutato con favore il dispiegamento di circa mille soldati siriani al confine tra i due paesi. A completare il quadro è giunto infine il patto sulla sicurezza della durata di cinque anni siglato da Suleiman a Teheran, che rafforza il ruolo di primo piano del regime khomeinista in Libano.

Il leader del movimento 14 marzo Saad Hariri, figlio del premier assassinato, rimane così il principale bastione in Libano contro le ingerenze di Siria e Iran; il leader sunnita può contare sulle Lebanese Forces e il Partito della Falange, entrambi maroniti, e sui drusi di Jumblatt, ma difficilmente riuscirà a cambiare il corso degli eventi. Con l’avvio di normali relazioni diplomatiche , il Libano potrà via via acquisire una dimensione statuale indipendente dalla Siria, ma il regime di Assad continuerà ad influenzare i suoi affari interni, al pari dell’Iran che potrà sempre fare affidamento su Hezbollah, sul generale Aoun e sul movimento popolare sciita Amal.

Si è ritornati così al famoso adagio di Henry Kissinger: “date il Libano alla Siria e avrete la pace nella regione”. Della stessa opinione sembrano essere gli occidentali. Il presidente francese Sarkozy ha avviato lo sdoganamento di Damasco dall’Asse del Male, coadiuvato dal ministro degli Esteri britannico Miliband, che alla corte di Assad ha annunciato un accordo per la cooperazione tra i servizi d’intelligence. In attesa dell’apertura ufficiale di Obama, la speranza è di sottrarre Assad all’abbraccio iraniano.

Il nodo delle fattorie di Shebaa
Anche Hariri sa di non poter estromettere Damasco dagli affari libanesi e prende tempo, anteponendo a un’apertura alla Siria l’esito dell’inchiesta dell’Onu sull’assassinio di suo padre Rafik. Un’altra carta su cui punta Hariri per far uscire i suoi nemici allo scoperto è l’area dove sorgono le fattorie di Shebaa. Questo fazzoletto di 25 chilometri quadrati è l’unico territorio ancora sotto controllo israeliano dopo il ritiro a sud della linea blu tracciata nel 2000. Prima degli eventi del 1967 appartenevano alla Siria, ma i libanesi ne rivendicano il possesso e ad oggi sono l’unico appiglio rimasto ad Hezbollah per giustificare la resistenza. Dal punto di vista di Hariri, basterebbe che Israele le consegnasse al Libano e il partito di Dio non avrebbe più scuse per non disarmare. In realtà, la questione è più complicata.

La Siria non ha mai espresso una posizione netta sull’appartenenza delle fattorie, si è sempre rifiutata di trovare un accordo con il Libano e ha piuttosto lasciato che Hezbollah facesse delle fattorie di Shebaa la bandiera della resistenza, agganciando la questione al più ampio contenzioso con Israele per la restituzione delle alture del Golan. D’altronde, Israele preferisce negoziare sulle fattorie proprio con la Siria, perché una pace separata con Beirut a spese di Damasco non sarebbe credibile. Lo stesso Suleiman ha dichiarato che il Libano sarà l’ultimo paese a firmare la pace con Israele, segno che la normalizzazione dei rapporti con Gerusalemme è strettamente legata alla risoluzione del più ampio conflitto arabo-israeliano. L’avvio di colloqui, seppur indiretti, tra Siria e Israele può essere considerato un passo in avanti in direzione di un accordo complessivo che nel lungo periodo sciolga anche il nodo delle fattorie.

Tali sviluppi hanno messo in stato d’allarme Hezbollah. I miliziani sciiti temono di restare da un momento all’altro senza più terre da rivendicare per giustificare la resistenza e il mancato disarmo. Ecco allora un portavoce di Hezbollah rivelare al Daily Star libanese l’esistenza di un fantomatico accordo tra il governo di Beirut e l’Onu secondo cui l’attuale confine con Israele andrebbe modificato. “Le organizzazioni terroriste sioniste – spiega al giornale il responsabile dell’ufficio internazionale di Hezbollah – hanno spostato la linea di confine da dove era stato stabilito nel 1920 a una nuova linea nel 1923 che ha strappato al Libano sette villaggi e venti fattorie”. Hezbollah ha così trovato le nuove terre da rivendicare, per le quali, magari, scatenare un nuovo conflitto con Israele. A quel punto, stretta tra due fuochi, che cosa farà la missione Unifil?

Il ruolo della nuova amministrazione Obama
In un simile contesto gli Stati Uniti si muovono solo sullo sfondo. Il loro sostegno va naturalmente al blocco 14 Marzo, ma al momento non sembrano avere spazio d’iniziativa politica. Non gli resta che concentrarsi sul consolidamento della partnership con le LAF per tenerle dalla loro parte in caso di scoppio di nuove ostilità tra gruppi rivali o contro Israele. Lo Stato ebraico non guarda certo con favore l’assistenza alle forze armate libanesi da parte americana e anche europea, specie dopo il riconoscimento del diritto delle LAF di unirsi al popolo e alla resistenza nella difesa del territorio nazionale da un eventuale attacco israeliano. Ad Hezbollah e Aoun l’assistenza degli occidentali alle LAF non dispiace, perché un giorno gli potrebbe tornare utile. La scelta d’investire milioni di dollari e di euro per puntellare lo strumento militare libanese presenta dunque delle serie controindicazioni.

Lo sbocco della fase di transizione successiva agli accordi di Doha avviati lo scorso anno saranno le elezioni parlamentari di maggio 2009. L’adozione della nuova legge elettorale è ancora al vaglio del parlamento. Il modello di riferimento per la riforma è la legge del 1960 che impone la ridefinizione delle circoscrizioni elettorali in distretti più piccoli. A trarne vantaggio dovrebbe essere Hezbollah, che punta a garantire alla comunità sciita una rappresentanza superiore a quella cristiana, specie nelle circoscrizioni dove l’esito della competizione è più incerto. I maroniti saranno in ogni caso determinanti per i risultati finali. Se Aoun dovesse confermare l’exploit del 2005, la coalizione guidata da Hezbollah e Amal potrà ottenere la maggioranza dei due terzi necessaria a cambiare la ripartizione delle cariche istituzionali come sancita dalla costituzione. Aoun sta mettendo i cristiani del Libano al servizio di Hezbollah, Siria e Iran: i maroniti si sottrarranno a questo tentativo o preferiranno schierarsi con il più forte?

Emiliano Stornelli è analista della Fondazione Magna Carta in materia di politiche di sicurezza, difesa e relazioni internazionali.