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La riscoperta dell’Osce

Una strada paneuropea per reintegrare la Russia

7 Nov 2008 - Guido Lenzi - Guido Lenzi

La crisi in Georgia è apparsa ai più come una fastidiosa, anacronistica distrazione, imputabile a riflessi condizionati di un secolo tragico che andrebbe finalmente archiviato. In una ennesima eterogenesi dei fini, l’intervento russo ha infatti riportato al centro dell’attenzione internazionale la situazione di cronica instabilità lungo l’intera fascia di comune contiguità fra l’UE allargata e la Russia, troppo a lungo trascurata per la maggior urgenza di altre contingenze, specie balcaniche. Determinati dall’horror vacui, e perciò ineluttabili, gli allargamenti della Nato e dell’Ue sono stati indebitamente interpretati dal Cremlino, in particolare dopo l’avvento di Putin, come intenzionalmente aggressivi.

Cercare convergenze strategiche
Non senza tensioni interne, sia la Nato che l’Ue sono andate fuori area, con uno sforzo di coinvolgere anche la Russia, rispettivamente mediante il Consiglio Nato-Russia e l’Accordo di Partenariato e Cooperazione. Una politica, quella dell’Ue e della Nato, elaborata man mano, sotto l’urgenza degli eventi, per contenere le conseguenze potenzialmente destabilizzanti del dissolvimento dell’Urss (e dell’ex-Jugoslavia). È d’altronde proprio nell’allargamento e nella ‘prospettiva europea’ rivolte ad Est e ai Balcani che si è sostanziata la Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione, tuttora in fase di consolidamento. ‘Congelata’, e affidata all’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa, l’Osce, è invece rimasta quella fascia di Stati, dalla Bielorussia al Caucaso (con il prolungamento centro-asiatico), verso la quale Washington, Bruxelles e Mosca avrebbero invece dovuto sforzarsi di adottare una comune visione politica, se non una strategia condivisa.

La principale questione da risolvere in Europa, premessa di ogni ulteriore sviluppo dei rapporti continentali e transatlantici, è infatti quella di trovare il modo di coinvolgere la Russia nel processo di reintegrazione continentale. Ne va della stessa ricomposizione del sistema di rapporti internazionali secondo il modello multilaterale proprio dell’Onu, invocato da tutti, ma rispettato da pochi. Ne va anche della credibilità dell’ambizione dell’Unione europea di accrescere il proprio ruolo e influenza nell’area del vicinato.

Terreno “paritario”
Fra Washington e Mosca si sono purtroppo nuovamente innescati istinti antagonistici da superpotenza. Comuni regole di comportamento paneuropee non possono quindi che scaturire da un accordo fra l’Unione europea e la Russia, anche se con l’inevitabile coinvolgimento a distanza degli Stati Uniti. È un obiettivo che si deve perseguire non mediante negoziati fra parti contrapposte bensì, almeno inizialmente, su di un terreno ‘paritario’ quale quello, eminentemente diplomatico e politico, offerto dall’Osce, organizzazione paneuropea per eccellenza.

Il presidente russo Sergei Medvedev ha indicato di essere interessato a riprendere la strada paneuropea. Sia prima che dopo l’intervento in Georgia, il 3 giugno a Berlino e l’8 ottobre a Evian, Medveved ha invocato una “nuova architettura di sicurezza”, sostitutiva delle istituzioni esistenti, la cui inadeguatezza sarebbe stata – a suo dire – dimostrata dalle recenti vicende georgiane. La Presidenza europea, per bocca di Sarkozy, ha subito risposto che la sede più adatta per avviare un confronto sull’argomento è appunto l’Osce.

Va ricordato che il graduale allentamento delle sclerosi della Guerra Fredda e la progressiva erosione del Muro di Berlino si deve proprio al ‘processo della Csce’, avviato nel 1975 con l’Atto di Helsinki e di cui l’Osce è la più matura incarnazione. Fondata su impegni di ordine politico che accomunano una gamma quanto mai eterogenea di ‘Stati partecipanti’ (compresi Andorra e San Marino, persino la Santa Sede, fino alle repubbliche centroasiatiche), l’Osce costituisce una sorta di versione europea dell’Onu che persegue le politiche consensuali e l’applicazione, la più ampia possibile, delle migliori pratiche nel campo dei diritti umani e della democrazia, ma ha anche dimostrato la capacità di realizzare importanti ‘missioni’ sul terreno con compiti di osservazione e consulenza.

Dopo il dissolvimento del Patto di Varsavia, Mosca aveva individuato nell’Osce lo strumento sostitutivo della Nato e dell’Ue, o quanto meno ad esse sovraordinato, Un’ambizione maturata nella concitata fase della de-sovietizzazione, ma rivelatasi irrealistica. Progressivamente esautorata delle sue funzioni di strumento per la co-gestione della sicurezza paneuropea, trascurata da un’Ue in altre faccende affaccendata, utilizzata prevalentemente – soprattutto da Washington – come leva per le auspicate riforme democratiche ad Est, l’Osce è diventata per Vladimir Putin un elemento irritante, inducendolo a rinnegare l’impegno preso dal suo predecessore, Boris Eltsin, al Vertice Osce di Istanbul nel 1999, di ritirare gradualmente le truppe russe rimaste in Moldova e Georgia con compiti di peacekeeping unilateralmente assunti. Da allora Mosca ha inutilmente preteso una radicale riforma dell’organizzazione, nel tentativo di acquisire maggior peso e influenza al suo interno.

Aprire una nuova stagione politica
L’Osce offre oggi la cornice istituzionale più appropriata in cui perseguire una comune visione del processo di reintegrazione europea che è rimasto palesemente incompiuto. È soprattutto nell’ambito dell’Osce che andrebbe sondata l’effettiva disponibilità di Mosca a collaborare nei principali cantieri europei tuttora aperti. E Bruxelles dovrebbe vedere nell’Osce il terreno di elezione per una definizione più compiuta della Pesc e della ‘politica di vicinato’. In questo modo l’Ue darebbe fra l’altro sostanza al ‘multilateralismo efficace’ di cui si fa un vanto. Si tratta in definitiva di far valere i principi politici e l’impianto normativo paneuropei stabiliti oltre un trentennio fa ad Helsinki e ribaditi nella Carta di Parigi del 1990.

La nuova stagione politica americana offre l’opportunità di riproporre un partenariato a tre fra Stati Uniti, Unione europea e Russia, imperniato su Bruxelles piuttosto che sull’asse Washington-Mosca, che il Cremlino continua palesemente a perseguire. Una migliore articolazione del sistema di sicurezza transatlantico potrà infine servire da esempio e stimolo a più largo raggio, per chiamare a raccolta gli altri paesi emergenti in vista di una più funzionale organizzazione del sistema globale che contribuisca, fra l’altro, a rilanciare i principi del diritto internazionale.