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Parlamento europeo

Una nuova legge per le elezioni europee

11 Nov 2008 - Pierpaolo Settembri - Pierpaolo Settembri

L’attuale dibattito sulla riforma del sistema elettorale per le elezioni europee è quasi esclusivamente incentrato sull’introduzione di liste bloccate in sostituzione del voto di preferenza e sulla previsione di una soglia di sbarramento per l’assegnazione dei seggi. Prima di entrare nel merito delle proposte è opportuno scorrere rapidamente i cinque motivi principali per cui è necessario metter mano all’attuale legge elettorale:

1) il mandato di un eurodeputato italiano dura in media due anni (invece dei cinque previsti), il che non solo non aiuta alla creazione di una futura classe dirigente di respiro europeo ma pregiudica, nel presente, anche la difesa dell’interesse nazionale;
2) i deputati italiani, in media sessantenni, sono sette anni più anziani dei colleghi polacchi, cinque dei tedeschi, tre degli spagnoli e degli inglesi, due dei francesi;
3) soltanto un sesto dei nostri deputati sono donne, contro un terzo nell’intero PE;
4) le regioni italiane sono mal rappresentate. Nelle due ultime legislature, ad esempio, non è risultato eletto alcun rappresentante sardo;
5) last but not least: il contingente italiano è poco efficace. Dal 1979 (data delle prime elezioni dirette) ad oggi, l’Italia, al contrario di tutti gli altri “grandi paesi europei”, non ha espresso alcun Presidente: Germania, Francia e Spagna ne hanno eletti tre ciascuno. Lo stesso divario emerge dall’assegnazione delle cariche interne: se paragonata ai soli due “grandi paesi” che eleggono lo stesso numero di deputati (Francia e Gran Bretagna), l’Italia risulta esprimere il minor numero di presidenti di commissione, presidenti di gruppo e membri dell’ufficio di presidenza.

Le cause di queste anomalie sono molteplici e le riflessioni che seguono non possono tener conto di tutti i fattori che concorrono a determinarle: il sistema elettorale, in questo contesto, può soltanto fornire incentivi alla classe dirigente ed agli elettori, ma non determina le qualità, le motivazioni né la condotta di chi verrà eletto. Nel caso delle elezioni europee, poi, la disciplina è soltanto in parte nelle mani del legislatore nazionale, dal momento che alcuni principi comuni sono stabiliti a livello europeo.

Detto questo, ecco le riforme che, congiuntamente, potrebbero far fare un salto di qualità alla rappresentanza italiana presso il PE: aumentare il numero delle circoscrizioni elettorali, assegnare i seggi a livello circoscrizionale, ampliare il ventaglio delle cause di ineleggibilità e vietare le candidature multiple, senza rinunciare al voto di preferenza.

Ridurre la frammentazione
La frammentazione del contingente italiano a Strasburgo è evidente: non solo vi sono eurodeputati italiani in tutti i gruppi politici europei (compresi tra i non-iscritti), ma vi sono spesso più partiti italiani all’interno dello stesso gruppo politico, il che mina anche la nostra credibilità come sistema partitico.

Il problema è figlio di un sistema elettorale che consente anche a formazioni con appena lo 0,67% dei voti di eleggere parlamentari europei e che, nella scelta tra rappresentanza dei partiti e dei territori, non prevede alcun correttivo a favore dei secondi. Ed infatti, al momento dell’assegnazione, alcuni seggi “migrano” verso circoscrizioni più popolose e/o in cui più alta è stata la partecipazione al voto. A ciò si aggiunge il fatto che il voto di preferenza, praticato in circoscrizioni così ampie, avvantaggia i candidati provenienti dalle regioni più popolose. Di qui il paradosso “sardo” di cui sopra.

I rimedi vanno ricercati in un sistema elettorale che scoraggi l’accesso al PE per le formazioni più piccole e meno inserite nell’arena europea. Una soluzione consisterebbe nel dividere il territorio nazionale in 21 circoscrizioni elettorali (19 regioni e le due province autonome di Trento e Bolzano) e nel prevedere che in ciascuna circoscrizione sia eletto almeno un deputato. Gli altri seggi sarebbero assegnati alle circoscrizioni in proporzione alla loro popolazione. Infine, sarebbe auspicabile optare per un metodo di assegnazione dei seggi a livello circoscrizionale (quindi regionale/provinciale), anziché nazionale, rispettando così la rappresentanza dei territori. In tal caso, sarebbe superfluo prevedere una soglia di sbarramento a livello nazionale. Al tempo stesso, il possibile rischio di frammentazione dell’offerta politica – dovuto all’assegnazione dei seggi a livello circoscrizionale – potrebbe essere contenuto subordinando l’accesso ai seggi alla presentazione di liste con il medesimo contrassegno in un numero minimo di circoscrizioni, ad esempio la metà.

Pur riducendo sensibilmente la frammentazione partitica della delegazione italiana al PE, questa soluzione non pregiudicherebbe la natura complessivamente proporzionale del sistema elettorale, come richiesto a livello europeo.

Collegare meglio elettori e eletti
È inoltre necessario migliorare le condizioni per l’espressione del voto di preferenza. In controtendenza rispetto all’attuale dibattito italiano, infatti, chi scrive ritiene che siano proprio le preferenze, espresse in un ambito territoriale ridotto, ad assicurare il collegamento tra elettori ed eletti.

Gli studiosi che si sono occupati del problema (si segnalano i lavori del Prof. Simon Hix, in particolare il suo recente articolo Small Districts with Open Ballots: A New Electoral System for the European Parliament), hanno infatti individuato una chiara corrispondenza tra la natura “aperta” o chiusa delle schede elettorali, le dimensioni delle circoscrizioni elettorali ed il collegamento tra elettori ed eletti. La conclusione è che voto di preferenza e circoscrizioni elettorali ridotte rafforzano il collegamento tra elettori ed eletti.

Coloro che si oppongono al voto di preferenza nel contesto delle elezioni europee fanno riferimento a due argomentazioni di fondo. La prima tesi è che il voto di preferenza associato a circoscrizioni sterminate farebbe lievitare i costi delle campagne elettorali (proprio nel periodo in cui si parla di riduzione dei costi della politica) e, avvantaggiando i candidati con più risorse, vanificherebbe la vera raison d’être del voto di preferenza. Se ciò è vero, la soluzione non sta nell’abbandonare il voto di preferenza tout court, bensì nell’inserirlo in un contesto compatibile con costi elettorali ragionevoli e, auspicabilmente, in circoscrizioni più piccole. Rimane poi da chiarire se ed in che modo il sistema delle liste bloccate, pur riducendo presumibilmente il costo delle campagne elettorali, favorirebbe il collegamento tra elettori ed eletti.

La seconda tesi è che l’Italia è l’unico tra i grandi paesi europei a consentire il voto di preferenza. Questo è vero, ma in modo incompleto: l’ultimo sondaggio Eurobarometro disponibile (giugno 2008) rivela che “[i] cittadini europei in media confidano nei rispettivi parlamenti e governi nazionali con percentuali due volte superiori a quanto riscontrato in Italia”. Il parlamento italiano gode della fiducia di appena il 16% degli intervistati, il che equivale a meno della metà della media europea ed è significativamente al di sotto dei valori degli altri grandi paesi europei. Quanto alla fiducia di cui godono i nostri partiti politici, è sufficiente affidarsi alle parole della relazione dell’Eurobarometro dedicata all’Italia: “Se Parlamento e governo non brillano, in Italia i partiti restano indiscutibilmente il fanalino di coda nella classifica della fiducia. Il 79% degli intervistati dice di non fidarsi, in aumento dal 76%. Solo un ultimo bastione del 13% continua a professare fiducia nei partiti.” A titolo informativo, si ricorda che quest’ultimo valore sale al 40% nel caso della Spagna. Più della metà dei cittadini italiani (51%), invece, ha fiducia nel PE.

Alla luce di questi dati, è così fuori luogo pensare che l’affidamento esclusivo ai partiti politici nostrani della scelta dei deputati europei potrebbe andare a discapito dell’autorevolezza e della legittimità del Parlamento Europeo?

Tecnicamente, l’espressione di una preferenza sarebbe senz’altro sufficiente, salvo approfondire la proposta, certo suggestiva, ma forse di non agevolissima applicazione, di un obbligo di doppia preferenza, una per un uomo e una per una donna.

Una classe dirigente autenticamente europea
Nel corso del quinquennio parlamentare, il contingente italiano al PE subisce ingenti emorragie in corrispondenza di ogni tornata elettorale nazionale. Se un certo ricambio è fisiologico ed è proprio anche di altri paesi, la magnitudine del fenomeno italiano non ha pari: dal 2004 ad oggi, e senza contare coloro che – pur eletti – rinunciano sin dall’inizio al mandato europeo, il 45% dei deputati italiani (35 su 78) ha abbandonato il proprio seggio prima della scadenza naturale, contro il 5% dei tedeschi e degli inglesi, il 10% dei francesi, l’11% dei polacchi ed il 13% degli spagnoli.

Questo avvicendamento vorticoso è lo specchio di come vengono vissute in Italia le elezioni europee, cioè come un test sul governo nazionale. Non potrebbe essere altrimenti, visto il coinvolgimento diretto di quasi tutti i leader politici nazionali come capolista in tutte le circoscrizioni elettorali nella tornata del 2004; un coinvolgimento reso possibile dalle cosiddette “candidature plurime”. Anche il risultato è letto ed interpretato per le sue conseguenze nella vita politica nazionale. In queste condizioni, come potrebbe la campagna elettorale focalizzarsi su tematiche europee? E quali incentivi hanno i nostri partiti a coordinarsi con le altre grandi famiglie politiche europee?

Proprio per questa continuità tra rappresentanza nazionale ed europea, l’Italia esporta a Strasburgo anche le sclerotizzazioni deteriori del suo sistema partitico compresa, dunque, una rappresentanza essenzialmente maschile e anagraficamente (oltre che politicamente) attempata. Purtroppo non vi è formula magica per porvi rimedio, ma due semplici accorgimenti potrebbero essere d’aiuto:

Proibire le candidature plurime. È un’anomalia italiana, che oltre a distogliere l’attenzione dal vero oggetto del contendere – l’Europa – disorienta gli elettori laddove li induce a votare per candidati di forte richiamo che poi non accetteranno il mandato. Vale la pena di riflettere sulle ulteriori manipolazioni possibili qualora la prassi delle candidature plurime si accompagnasse ad un sistema di liste bloccate, peraltro con un numero di circoscrizioni presumibilmente maggiore.

Prevedere delle cause di ineleggibilità. Per favorire la candidatura e l’elezione di volti nuovi, e anche per assicurare la necessaria continuità dell’impegno politico degli eletti sarebbe opportuno prevedere l’ineleggibilità di chi, ad esempio, detiene incarichi di governo o altre cariche pubbliche, quali membro di una delle due Camere o sindaco di una grande città. Rispetto all’incompatibilità, l’ineleggibilità impone a chi intende partecipare alle elezioni europee di dimettersi dalla carica che detiene entro il giorno fissato per la presentazione delle candidature.