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Unione europea

Tre opzioni per una risposta europea alla crisi finanziaria

8 Nov 2008 - Maria Teresa Salvemini - Maria Teresa Salvemini

La gravità della attuale crisi dell’economia mondiale imporrà, a breve termine, decisioni che potranno rappresentare un passaggio importante per il rafforzamento dell’Unione europea. Anche in passato cambiamenti istituzionali significativi si sono avuti al presentarsi di fatti rilevanti, che hanno reso evidente l’impossibilità di una reazione a livello di singoli stati. L’Eurogruppo è riuscito a prendere decisioni coordinate per affrontare la crisi finanziaria. Anche i più convinti euroscettici ne hanno dovuto prendere atto, e la stessa opinione pubblica potrebbe aver maturato una percezione diversa, più positiva, del ruolo che l’Unione può svolgere.

Si possono immaginare tre diverse ipotesi per una risposta “europea”, e non semplicemente nazionale, all’esigenza di contrastare l’allargarsi e l’approfondirsi di una crisi che dal settore finanziario si è già trasferita al settore reale dell’economia, con effetti evidenti sia sui consumi, che sugli investimenti, pubblici e privati.

Allentare il Patto di stabilità
La prima alternativa consiste in un ulteriore ampliamento dei limiti posti dal Patto di Stabilità ai disavanzi e ai debiti dei singoli Paesi. Ulteriore nel senso che si dovrebbe non solo “consentire” che in periodi di crisi economica a un calo delle entrate possano corrispondere più ampi disavanzi, ma anche nel senso che si dovrebbero imporre azioni concrete (minori tasse o maggiori spese) capaci di dare sostegno alla domanda. Tale ampliamento del disavanzo, dovrebbe essere consentito solo in via temporanea da un nuovo accordo. Vi è un interesse a prendere una decisione comune che stabilisca nuove regole di comportamento valide per tutti, in modo da evitare che il singolo paese sia tentato ad agire da “free rider” traendo vantaggio dalle politiche di sostegno alla domanda adottate in altri paesi senza pagarne i costi.

Un piano europeo
La seconda alternativa è quella di un Piano europeo, che usi risorse finanziarie aggiuntive a quelle dei singoli stati. Risorse che non possono che essere trovate attraverso emissione di debiti dell’Unione (eurobonds). L’utilizzo di tali risorse deve essere beninteso soggetto a limiti molto stretti: non per dare sussidi, per accrescere i Fondi strutturali, o per altre spese che non abbiano, in sè, la caratteristica di basarsi su un rapporto di prestito, ovvero che siano rimborsabili anche se in un futuro non prossimo. Solo così si può giustificare la contabilizzazione del prestito Ue “sotto la linea” tra le “partite finanziarie” ( come ho già spiegato su questa rivista).

L’obiettivo di questo tipo di intervento non dovrebbe essere il sostegno delle istituzioni finanziarie, avendo già gli Stati europei messo in atto adeguati interventi. Il vincolo sull’utilizzo dei fondi raccolti sul mercato, anche nel caso di passaggio attraverso un Fondo, consentirebbe invece all’Unione europea di dare sostegno alla domanda di investimenti, in particolare di quelli delle imprese che producono beni o servizi di pubblica utilità, ma che sono contabilmente fuori dell’aggregato Pubblica Amministrazione, o di quelli di imprese private, tipicamente nella forma di credito agevolato. Si tratterebbe di un intervento del tipo di quello messo in atto negli Stati Uniti negli anni Trenta, del tipo cioè di quello che Keynes teorizzò, sempre in quegli anni, come via di uscita da una recessione: una domanda pubblica aggiuntiva, di durata temporanea, finanziata con debito. Questo darebbe all’Ue un ruolo molto significativo, soprattutto se l’intervento venisse indirizzato su settori strategici per l’Unione nel suo insieme: nuove reti di trasporto, nuove fonti di energia, nuove tecnologie di difesa, nuovi terminali con il resto del mondo. Si darebbe così sostanza al concetto di “bene pubblico europeo”.

Accordo nell’Eurogruppo
La terza alternativa potrebbe rivelarsi necessaria dall’incapacità a trovare un accordo sulle prime due, oppure se la crisi si aggravasse ulteriormente. Si tratta di dar vita ad un accordo all’interno dell’Eurogruppo, su una politica di bilancio che usi in maniera espansiva gli stessi strumenti, sia dal lato delle entrate che da quello delle spese, in modo da fare anche passi significativi sulla strada, auspicata, di una maggiore armonizzazione delle politiche di bilancio. Non si modificherebbero cioè le regole del Patto di Stabilità, ma se ne sfrutterebbero, in maniera sincrona, tutti gli spazi. Inoltre, si potrebbe agire, sempre tutti d’accordo, usando anche nei bilanci nazionali le possibilità offerte dalla regola per cui le partite finanziarie sono fuori dai disavanzi; si potrebbe così dare aiuti alle imprese, nelle forme opportune e con qualche fresca idea. Questa uniformità di comportamenti renderebbe questi aiuti compatibili con le regole del mercato unico. Il vantaggio di questa ipotesi sta nel fatto che esiste già una struttura che potrebbe intervenire, l’Ecofin. In questa sede il tema potrebbe essere posto all’ordine del giorno, e si potrebbe decidere uno studio finalizzato ad una rapida decisione. Dal punto di vista delle procedure decisionali questa ipotesi sarebbe peraltro quella più facilmente percorribile.

Queste ipotesi potrebbero essere perseguite tutte insieme, rendendone perciò più forte l’impatto. Agli stati spetterebbe il sostegno immediato ai redditi, all’occupazione, e alla domanda di consumi; all’Unione la rimozione del forte vincolo finanziario che impedisce a molti stati di fare adeguate politiche di infrastrutture e di investimenti, ed anche una maggiore finalizzazione strutturale della politica di sostegno della domanda. Il Consiglio potrebbe chiedere alla Commissione di predisporre, rapidamente, delle proposte concrete, oppure avviare una consultazione sulla base di proposte di singoli Stati, come si è fatto per la crisi finanziaria.

Il momento per l’Europa, su questo terreno, è arrivato: va utilizzato al meglio.