IAI
Politica energetica dell’Ue

La strategia dell’Europa per la transizione energetica

28 Nov 2008 - Paolo Natali - Paolo Natali

A passi felpati, l’Europa sembra muoversi verso la ricerca di una politica energetica efficace. Ma come sempre i miglioramenti richiedono coraggio, e chi è coraggioso si espone alle critiche. È, in sintesi, quel che è accaduto a Bruxelles nelle ultime settimane, da quando cioè lo scorso 13 novembre la Commissione ha pubblicato la seconda Strategic Energy Review, il documento strategico che segna la strada per la politica energetica dell’Unione nel breve, medio e lungo periodo.

Il problema della sicurezza energetica
Il documento si inserisce in un quadro generale che, per stare alla metafora del Commissario all’energia, Andris Piebalgs, prevede che la politica energetica funzioni come un triangolo ai cui vertici sono la creazione di un mercato competitivo, la difesa della sostenibilità ambientale e la sicurezza dell’approvvigionamento di energia. Di questi vertici, il primo è già stato ampiamente indirizzato dai tre “Pacchetti” sul mercato energetico che si sono susseguiti a partire dai tardi anni Novanta fino a giorni molto recenti. Il secondo vertice si sostanza nel “Climate Package” che, salvo un improbabile veto italiano, sarà approvato al Consiglio Europeo di dicembre. La nuova Strategic Energy Review, dunque, deve occuparsi principalmente di sicurezza dell’approvvigionamento, che è infatti il tema portante del pacchetto appena presentato.

Il documento prevede l’attuazione di un piano per la sicurezza e la solidarietà energetica nell’Unione Europea in cinque punti: infrastrutture, relazioni esterne, efficienza, meccanismi di crisi e promozione delle risorse interne all’Unione. Nel periodo preso in esame, da oggi al 2020, si calcola che due saranno i fattori principali sul mercato energetico: un aumento della domanda, favorito dalla crescita economica (che tutti si augurano riprenda, al termine della crisi), e una maggiore difficoltà di assicurare l’offerta, associata a risorse in oggettivo, anche se non drastico, declino. Entrambi questi meccanismi, lasciato il mercato a sé stesso, porterebbero, come già capitato più volte, ad un aumento del prezzo dell’energia – finendo per limitare la crescita economica.

I cinque punti del piano di azione sono concepiti per applicare una pressione sulle curve di domanda e di offerta, cosi da correggerle e ottenere un risultato più prossimo ai desiderata europei (ovvero crescita a prezzi bassi). Per contenere i problemi legati alla curva di domanda, si pensa a migliorare l’efficienza energetica. Infatti una ottimizzazione dell’uso attuale di energia ci porterebbe a consumare meno per ottenere gli stessi risultati. Tutto il resto del pacchetto è un esercizio di espansione della curva di offerta: più relazioni esterne e più infrastrutture per facilitare, in ultima analisi, le importazioni; migliori meccanismi di crisi per fornire l’energia richiesta in tempi difficili (per effetto, per esempio, di shock esterni), o in situazioni in cui risorse comunque esistenti non troverebbero altrimenti la strada verso l’utente finale (come nel caso più banale di scompensi temporali tra domanda e offerta).

Ambizioni strategiche
Il piano della Commissione, dunque, già solido dal punto di vista dell’impianto teorico, avanza una serie di misure concrete per realizzare gli obiettivi strategici enucleati. Il testo contiene infatti sei ambiziosi progetti infrastrutturali, che ricorderanno agli amanti della classicità la costruzione degli acquedotti nell’antica Roma.

In primo luogo si propone la costruzione di un gasdotto di oltre 3000 km, capace di trasportare un 25% aggiuntivo di offerta di gas dalle regioni intorno al Mar Caspio, dove un’intensa attività di esplorazione e produzione sta facendo emergere un vasto potenziale a livello di gas. Oltre a ciò, è prevista la creazione di una rete che permetta la valorizzazione del potenziale energetico – eolico e solare – dei paesi delle coste sud del Mediterraneo e la produzione e trasporto di gas naturale (la Commissione progetta anzi di usare questa rete per raggiungere aree ancora più lontane, come l’Iraq, il Medio Oriente e l’Africa sub-Sahariana). E l’impegno sulle fonti rinnovabili non termina qui, dato che il potenziale eolico del mare del Nord viene valorizzato tramite la promozione di una rete elettrica fuori costa, che possa ottimizzare gli sforzi che diverse compagnie stanno già compiendo in questo campo.

Tornando sugli idrocarburi, tre sono i progetti mirati al miglioramento dei collegamenti europei tra paesi Membri. Riguardano l’area che un tempo si trovava ad Est della Cortina di Ferro e che dunque, storicamente, è rimasta molto dipendente dall’approvvigionamento di idrocarburi dalla Russia: si tratta dei progetti di miglioramento della rete elettrica e gasdotti nelle repubbliche baltiche, del rafforzamento della rete di trasporto degli idrocarburi verso l’area orientale dell’attuale Unione Europea, e infine della creazione di terminali di rigassificazione in luoghi ritenuti di importanza strategica. Non a caso, il documento contiene un esplicito riferimento alla zona del Mar Baltico: Estonia, Lettonia e Lituania dipendono dalla Russia per la quasi totalità del consumo di gas; un problema che preoccupa molto l’Unione Europea anche perché ne riduce lo spazio di manovra nei rapporti con la Russia.

L’importanza della dimensione ambientale
La Commissione si spinge anche ad ipotizzare un’economia in cui, entro il 2050, la produzione di elettricità e il settore dei trasporti possano non essere più dipendenti dagli idrocarburi. Ma allora perché sia il Wwf che Greenpeace hanno sparato a zero contro la Strategic Energy Review, descrivendola come “un albero di Natale” pieno di misure prevalentemente mirate a rinforzare le reti per gli idrocarburi? Non volendo dar credito alle facili critiche di dietrologia che vengono spesso rivolte contro il movimento ambientalista, la risposta va probabilmente cercata in una mancata comprensione della visione di lungo periodo su cui il documento della Commissione si basa.

L’intento strategico, infatti, è chiaramente quello di marciare verso un’economia sempre meno dipendente dagli idrocarburi, che porterebbe enormi vantaggi sia a livello di affidabilità dell’approvvigionamento – presto o tardi, infatti, gli idrocarburi finiranno – che a livello di impatto ambientale. Per raggiungere quell’obiettivo, tuttavia, esistono diversi percorsi possibili. Si può pensare ad una rivoluzione o ad una transizione: nella prima ipotesi, tutta l’attenzione politica dovrebbe rivolgersi alla creazione di un’economia basata sull’energia rinnovabile; la seconda prevede che, gradualmente, dapprima carbone e petrolio vengano sostituiti dal gas e che nel frattempo i portafogli investimenti sia privati che pubblici si focalizzino sullo sviluppo di tecnologie per lo sfruttamento sempre più ampio dell’energia rinnovabile. Non va dimenticato, infatti, che oggi questo settore copre solo l’8% del consumo energetico europeo, ed è drammaticamente assente in economie molto più inquinanti, come quella cinese e di molti altri paesi in via di sviluppo.

Se sia meglio puntare su una rivoluzione o su una transizione, è scelta che non si può chiedere al nuovo documento strategico europeo. Certo, in Europa è sempre più diffusa l’urgenza di sviluppare nuove strategie per la realizzazione di energia pulita: le fonti non rinnovabili non si rinnoveranno; in particolare, il ventiduesimo secolo non potrà più contare su riserve di idrocarburi. In altre parole, i gasdotti non dureranno quanto l’acquedotto di Roma. Ma serviranno a trasportare l’Europa verso un futuro sostenibile.