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La presidenza italiana del G8 e l’ascesa del G20

28 Nov 2008 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Il prossimo anno l’Italia avrà la presidenza di turno del G-8, e ospiterà quindi il 35mo Vertice annuale di questi paesi nell’isola sarda della Maddalena, tra l’8 e il 10 luglio 2009. Molti però dubitano che riuscirà ad essere un vertice significativo. Alcuni arrivano persino ad ipotizzare che potrebbe essere l’ultimo Vertice in questa configurazione, o comunque uno degli ultimi della lunga serie iniziata nel 1975 nel castello di Rambouillet, presso Parigi.

L’ombra del G20
Il fatto è che la grave crisi economica e finanziaria ha improvvisamente portato alla ribalta un’altra conferenza internazionale, quella del G-20, originariamente varata dallo stesso G-8 nel 1999 (quando in verità era ancora il G-7, senza la Russia), come riunione allargata dei ministri delle finanze di 19 paesi, più l’Unione Europea, oltre agli esperti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Per anni questa conferenza ha “vivacchiato” senza grande efficacia, né alto profilo. Il governo britannico (che assicura la presidenza di turno del G-20) ha improvvisamente deciso di elevare il livello della riunione, convocando a Washington i Capi di Stato e di Governo, e non i loro ministri economici, per avviare la necessaria riforma del sistema di governo dell’economa internazionale (la cosiddetta “nuova Bretton Woods”). Il fatto che questa forma rafforzata di G-20 si sia già data appuntamento a cento giorni di distanza (dopo l’insediamento del nuovo Presidente americano) fa pensare che si voglia continuare a lavorare su tale base.

In tal modo però il G-8 italiano sarà come stretto tra la riunione di Londra del Vertice G-20 ed un’eventuale (da molti già preconizzata) terza riunione del G-20, sempre nel corso del 2009. In altri termini finirebbe per farsi sfuggire di mano proprio il punto più importante della sua agenda: la discussione e le decisioni sul nuovo sistema di governo dell’economia internazionale.

La cosa ha una sua logica. I paesi presenti nel G-20 producono attualmente il 90% del Pil mondiale, rispetto al 58% di quelli del G-8, e rappresentano i 2/3 della popolazione mondiale rispetto al 13% circa di quelli del G-8. In altri termini il G-20 è considerato più rappresentativo del G-8 e potrebbe quindi rendere più facile raccogliere il consenso dei paesi chiave che ne fanno parte (e che non sono nel G-8) come la Cina, l’India, il Brasile, l’Indonesia, il Messico, l’Arabia Saudita, la Corea del Sud, l’Australia, l’Argentina e la Turchia. È vero che anche il G-8, a partire dal vertice del 2007 in Germania, ha lanciato un suo programma di parziale allargamento ai cosiddetti O-5 (gli Outreach 5: Brasile, Cina, India, Messico e Sud Africa), ma si tratta comunque di una loro partecipazione limitata, solo ad alcune riunioni del Vertice, che peraltro organizza in genere anche altri eventi con molti altri paesi, a cominciare da quelli africani. Il nucleo decisionale degli 8 rimane comunque invariato.

Soluzioni intermedie
Alcuni pensano che la soluzione potrebbe essere quella di allargare formalmente il G-8 agli O-5, magari con l’aggiunta dell’Arabia Saudita (o dell’Egitto, come preferirebbe, ad esempio, l’Italia), facendolo diventare il G-13 o G-14. In tal caso però potrebbe diventare difficile spiegare perché siano stati esclusi alcuni (cinque o sei) paesi del G-20, e bisognerebbe fare i conti con il loro risentimento. D’altro canto l’allargamento dell’attuale G-8 potrebbe finire per far scomparire la sua unica vera caratteristica saliente, che è quella di organizzare riunioni di Vertice tra pochissimi partecipanti che, almeno in linea di principio, potrebbero più facilmente trovare un terreno di intesa tra loro perché condividono largamente l’approccio ai problemi della stabilità internazionale. Questo non è possibile nel G-20, ma probabilmente sarebbe molto difficile anche in un eventuale futuro G-14.

Una soluzione intermedia, che alcuni membri del G-8 sembrano favorire, potrebbe essere quella di creare due gruppi gemelli, da un lato il vecchio G-8 e dall’altro il nuovo G-13/-14, suddividendo l’agenda in una parte più decisionale e ristretta, ed una parte allargata più di riflessione, consultazione e prospettiva (che potrebbe includere anche le altre riunioni con paesi terzi, da quelli africani ad altri eventuali invitati “speciali”, ad hoc, da decidere volta per volta). In tal modo, si sostiene, il G-8/G-14 svolgerebbe anche una sorta di ruolo educativo e propedeutico in vista di un maggiore coinvolgimento delle potenze emergenti nel governo globale.

L’impatto della crisi finanziaria
Il problema riguarda anche l’oggetto stesso delle discussioni al Vertice. In questo particolare momento la questione principale all’ordine del giorno è quella della crisi economica. L’obiettivo ambizioso è di arrivare ad una riforma delle grandi istituzioni di governo dell’economia globale e delle loro regole. In questo caso le competenze e le caratteristiche del G-20 finiscono per prevalere su quelle del G-8. In molti altri casi però il G-8 ha discusso di tutt’altro, dall’installazione degli “euromissili” in Europa, per rispondere al riarmo nucleare sovietico, sino alla lotta contro la proliferazione dei missili balistici e delle armi e delle tecnologie nucleari, arrivando ad accordi di sicurezza importanti come il Mtcr o la Psi. In altri termini, se pure l’economia e la finanza sono una grande parte della governance globale, non sono certo tutto, ed è anzi sempre più necessario operare collegamenti stretti tra le decisioni economiche e quelle politiche e di sicurezza. Per cui o si allarga l’agenda del G-20 a queste altre materie, rischiando però di rendere impossibile o comunque difficilissimo, il raggiungimento del consenso necessario su scelte significative ed efficaci, oppure si deve cercare di mantenere in vita un gruppo più ristretto ed omogeneo di paesi che, per le loro caratteristiche e capacità, abbiano comunque il modo di imporre al mondo le loro scelte.

Non sarà un processo facile, e non è affatto chiaro, oggi, se il Vertice della Maddalena riuscirà a sormontare tutti gli ostacoli che si frapporranno ad un suo successo (a cominciare dal come funzionerà il collegamento tra il nuovo Presidente americano e gli altri leader presenti, per finire con la posizione più o meno cooperativa che sceglierà di assumere la Russia). Una cosa però sembra chiara: se si vorrà veramente “salvare” il G-8 e rilanciarlo come centro del sistema globale di governabilità, bisognerà probabilmente sottolineare in particolare gli aspetti politici dell’agenda dei lavori (magari anche affrontando con decisione i nodi politici che resteranno probabilmente irrisolti dopo la riunione del G-20 di Londra).

L’alternativa, molto spiacevole per l’Italia e per il Canada, ma in fondo anche per la Germania e per il Giappone (oltre che per l’Unione Europea) sarebbe quella di un progressivo ritorno in forze del vecchio G-5 (le 5 potenze con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), a cui si affiancherebbe un più largo G-20.