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Sicurezza e Difesa

La crisi finanziaria e le industrie strategiche

7 Nov 2008 - Michele Nones - Michele Nones

La profonda crisi finanziaria che stiamo attraversando e il conseguente crollo delle borse sta riproponendo, fra il resto, il problema di come mantenere il controllo delle industrie strategiche ed evitare scalate sgradite. È un problema che soprattutto nell’ultimo decennio ha richiamato una sempre maggiore attenzione, soprattutto per tre ragioni: internazionalizzazione e maggiore apertura dei mercati finanziari, impetuosa crescita dei “fondi sovrani” e di nuovi gruppi industriali e finanziari non occidentali, necessità dei grandi gruppi di trovare sul mercato nuovi capitali.

Aereospazio, sicurezza e difesa
Questo rischio non riguarda solo le imprese dell’aerospazio, sicurezza e difesa, ma è in questi settori che assume una particolare rilevanza. Agli aspetti strategici sul piano economico e politico si sommano, infatti, quelli militari. Oltre tutto è questo il settore che si è aperto più recentemente al mercato ed è anche “appetibile” sul piano dei margini e dei ritorni sugli investimenti.

Va, però, tenuto presente che la componente tecnologica e industriale rappresenta uno dei tre vertici del sistema-difesa, insieme alla politica militare, definita da Governo e Parlamento, e alla componente operativa, costituita dalle Forze Armate e dalla loro organizzazione. Mantenerne il controllo significa assicurare che le attività “chiave” continuino ad essere svolte sul territorio nazionale, vengano sviluppate tenendo il passo con l’innovazione di processo e di prodotto, non vengano utilizzate per esportare tecnologia e prodotti, sotto qualsiasi forma, verso destinazioni non gradite per ragioni militari o strategiche.

In passato il problema è stato risolto attraverso il controllo delle imprese da parte di gruppi industriali o finanziari nazionali, spesso familiari o semi-familiari e in ogni caso profondamente radicati su quel mercato, o da parte dello Stato, a livello centrale o periferico o tramite istituzioni ed enti da esso dipendenti. In pratica lo Stato-azionista ha assicurato insieme i mezzi finanziari per la crescita e il controllo nazionale delle imprese. Ma la formazione degli attuali grandi gruppi industriali ha da tempo richiesto il ricorso al mercato per trovare i mezzi finanziari necessari alla loro crescita. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito il modello delle grandi imprese, e non solo di queste, è diventato la public company. In Francia, Italia e Spagna lo Stato ha continuato a svolgere il ruolo di azionista di riferimento, anche se, dopo le privatizzazioni, non più di maggioranza. In Svezia permane un controllo privato, così come in Germania, dove però un ruolo importante è svolto anche dai Land. Ma tutti i grandi gruppi europei hanno ormai la maggior parte del capitale quotato in borsa.

Come funziona negli altri paesi
Negli Stati Uniti da molti decenni sono stati, quindi, definiti specifici sistemi per controllare eventuali acquisti esteri di imprese ritenute strategiche. Più recentemente si sono aggiunti altri paesi europei, prima Regno Unito e Francia, poi Germania, Spagna e altri. Le procedure sono diverse, ma hanno alcuni tratti comuni: un controllo caso per caso in cui il margine di valutazione “soggettivo” da parte dell’Autorità politica è molto elevato; il coinvolgimento dei massimi livelli politici; la possibilità di calibrare le misure di tutela in ragione del rischio.

È, infatti, chiaro che le situazioni sono, insieme, imprevedibili e altamente differenziate. Le soluzioni non possono pertanto essere pianificate in teoria, ma devono essere costruite in ogni specifico caso. Basti pensare alle differenze legate alla natura della produzione o alla provenienza dell’investimento estero o alla sua tipologia o, ancora, alla sua dimensione. Flessibilità della risposta e valutazione caso per caso sembrano essere due componenti essenziali di ogni antidoto.

Al valore attuale delle azioni, quote consistenti potrebbero essere acquistate da imprese, banche e istituzioni finanziarie estere. In alcuni casi, come per Finmeccanica, vi sono dei limiti, inseriti nello Statuto, alla dimensione delle quote acquistabili da singoli azionisti (il 3%), ma possono essere superati con l’assenso del Governo. Il problema è, quindi, che se per ora la situazione italiana è sotto controllo, l’attuale quadro finanziario, oltre a creare qualche difficoltà a Finmeccanica nel realizzare il piano finanziario legato all’acquisizione dell’americana Drs, impedisce un’ulteriore privatizzazione che avrebbe potuto, invece, essere molto utile per le dissestate casse statali.

Ai valori precedenti e, soprattutto, a quelli che erano previsti dalla maggior parte delle banche e degli analisti, la quota pubblica di Finmeccanica poteva rappresentare un vero “tesoretto” e, se si fosse creato un adeguato quadro di controllo sugli investimenti esteri nelle attività strategiche, l’ipotesi di una progressiva alienazione avrebbe potuto essere perseguita senza conseguenze negative.

Molto più difficile da risolvere è, invece, il nodo di Fincantieri. Come noto, la sua privatizzazione è stata da tempo decisa per far fronte alle esigenze di internazionalizzazione e consolidamento delle sue attività. Non si è potuta realizzare a causa dell’opposizione di una parte del sindacato e di una piccola parte del mondo politico che se ne è fatto portavoce. Ma la necessità di reperire nuovi capitali resta e, anzi, è destinata ad aumentare, anche per il ritardo con cui l’operazione potrà essere effettuata. Questo obiettivo si scontra, però, oggi con le condizioni della borsa e con quello più generale di come mantenere, seppur indirettamente, il controllo per lo meno delle attività militari.

Questo tema ha assunto, di conseguenza, un tratto ancora più strategico perché non si può certamente tornare indietro e “nazionalizzare” o mantenere nell’area pubblica le imprese della difesa, ma non si può nemmeno rischiare che finiscano sotto il controllo di investitori non affidabili e sgraditi.

Di qui la necessità di una forte attenzione e di un tempestivo e continuo monitoraggio del mercato, anche attraverso un’informale attività di consultazione transatlantica che consenta lo scambio di informazioni riservate sui movimenti finanziari. Su questa stessa base si dovrebbero definire strategie condivise fra i Governi dei paesi più impegnati nel campo dell’aerospazio, sicurezza e difesa per attivare temporanei interventi pubblici a tutela dei settori strategici, pronti, però, a tornare sul mercato non appena la tempesta finanziaria si sarà placata.