IAI
Presidenziali americane 2008

I dilemmi della sicurezza nazionale

5 Nov 2008 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

La sicurezza nazionale è una delle priorità dell’agenda di Barack Obama, forse seconda solo alla crisi finanziaria ed economica mondiale. La piattaforma elettorale domocratica vi dedica 16 dense pagine (un terzo del documento) significativamente intitolate “Rinnovare il ruolo guida degli Stati Uniti”. Sia l’elettorato americano che i tradizionali alleati degli Usa, europei in testa, si attendono un cambiamento di fondo nella politica di difesa e di sicurezza di Washington. Ma sarà Barack Obama capace di muovere il formidabile potenziale di difesa degli Stati Uniti fuori dalle secche in cui si è cacciato negli ultimi anni? Da chi si farà aiutare il nuovo Presidente? E cosa potrà concretamente fare per migliorare i rapporti con gli alleati europei? Proviamo a fare qualche ipotesi in merito.

Una questione di personalità L’attuale Segretario alla Difesa repubblicano, Robert Gates, è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio di manovra all’interno dell’amministrazione repubblicana e si è così guadagnato il rispetto di diversi democratici. Non è pertanto irrealistico pensare che Obama, nell’intento di allargare il Gabinetto ad esponenti repubblicani, decida di confermare Gates al suo posto almeno per un paio d’anni, favorendo una soluzione di continuità ben vista dal mondo militare e tutto sommato anche dai principali esponenti democratici, i quali al momento non sembrano sgomitare per ottenere una posizione assai impegnativa, dalla quale si può facilmente rimanere “scottati”. Un secondo potenziale candidato repubblicano è Colin Powell, già Capo di Stato Maggiore delle forze armate e Segretario di Stato dei primi anni dell’Amministrazione di Bush figlio, che un po’ a sorpresa ha preso posizione per Obama nella fase finale della campagna elettorale.

Se la scelta dovesse invece cadere su un democratico d’esperienza, c’è la candidatura nemmeno troppo nascosta di Richard Danzig, già Segretario alla Marina sotto Clinton e advisor di Obama durante la campagna elettorale.

Nel campo democratico non mancano personalità anche più giovani, provenienti soprattutto da istituti di ricerca prestigiosi come la Brookings, Rand Corporation, Csis, Johns Hopkins University, che potrebbero essere prescelti in base a una tradizione ben radicata che mira a valorizzare le competenze.

Di certo i compiti che attendono il nuovo Segretario alla Difesa sono molto impegnativi: dovrà occuparsi, fra l’altro, della riforma della macchina interna, incrementando le unità e le capacità dell’esercito, e della delicatissima ristrutturazione, se non rifondazione, dei numerosissimi servizi d’intelligence, che sono stati oggetto di aspre critiche a causa della percepita inefficienza e politicizzazione durante l’Amministrazione uscente. Il tutto senza sacrificare il mantenimento della capacità operativa nelle missioni in corso, secondo quanto promesso dal neo-Presidente durante la campagna elettorale.

Nuove e vecchie missioni
Il ritiro dall’Iraq è stata una delle promesse centrali di Obama durante la campagna elettorale; il programma democratico prevede poco meno di un anno e mezzo per completare un ritiro ordinato che lasci comunque una presenza militare residua per sostenere il governo centrale di Baghdad e la lotta al terrorismo. Realisticamente, se tutto procede per il meglio, ci si può aspettare che il processo termini verso metà mandato, entro le elezioni di mid-term del novembre 2010, sempre che si determinino condizioni di stabilità sufficienti a far sopravvivere il governo iracheno anche in assenza delle truppe americane.

L’Afghanistan dovrebbe invece diventare il fulcro della politica di contrasto al terrorismo della nuova Amministrazione; ci si deve pertanto aspettare un incremento delle risorse, militari e non, impegnate in quel teatro, e una richiesta più pressante agli europei e alla Nato di aumentare il loro contributo. Obama ha promesso una nuova strategia in Afghanistan che, anche attraverso un aumento considerevole dei fondi destinati agli aiuti, crei finalmente le condizioni per una stabilizzazione del paese. Obama si è peraltro mostrato ben consapevole che il destino dell’Afghanistan è strettamente legato a quello del Pakistan. L’obiettivo del nuovo presidente è di creare un nuovo rapporto con il Pakistan, sostenendo lo sforzo della nuova leadership per il controllo delle frontiere con l’Afghanistan, attualmente santuario della guerriglia talebana e quaedista.

Guerra al terrore
Una volta cadute le esigenze retoriche ed ideologiche della “guerra globale al terrore”, che tante divisioni hanno determinato anche con i principali alleati, il contrasto al terrorismo rimane un terreno elettivo di collaborazione internazionale di primaria importanza. Peraltro, qualora un nuovo attentato dovesse essere compiuto sul suolo americano, la lotta al terrore diverrebbe nuovamente il centro della politica di sicurezza Usa.

Rimane l’incognita Iran: il nuovo Presidente è propenso a un approccio diplomatico e dialogante, ma potrebbe trovarsi ad affrontare le provocazioni di un Ahmadinejad in difficoltà a causa del crollo della sua popolarità in un anno elettorale; in tal caso non si può escludere che il nuovo inquilino della Casa Bianca finisca per adottare una politica muscolare, soprattutto se si profilassero serie minacce contro Israele.

Obama ha posto una certa enfasi sulle politiche di non proliferazione delle armi di distruzione di massa, di quelle nucleari in particolare, di cui sarebbe idealmente favorevole a promuovere la totale eliminazione. Quanto questo obiettivo finale sia realistico rimane oggetto di dibattito. Di certo vi sarà un approccio più incline a sviluppare accordi multilaterali e trattati per il controllo degli armamenti non convenzionali.

L’incognita risorse
Non sarà facile mantenere fede a tutti questi impegni. Quello che Obama si trova ad affrontare è infatti un dilemma di non facile soluzione: come riformare il sistema di difesa americano, elemento centrale della sua preminenza mondiale, in una situazione di gravissima crisi economica?

La spesa per sostenere il sistema finanziario ed economico potrebbe essere astronomica e pertanto richiedere pesanti tagli alla spesa pubblica. C’è il rischio che ad essere sacrificato sia proprio il bilancio della difesa. In realtà, si può prevedere che la spesa per la difesa americana scenderà sì, rispetto ai livelli degli ultimi anni, ma che ad essere ridotti saranno i costi vivi delle operazioni (man mano che avviene il ritiro dall’Iraq), attualmente coperti da fondi aggiuntivi specificamente votati dal Congresso in aggiunta ad un bilancio “ordinario” stabilizzato attorno ai 500 miliardi di dollari (circa la metà della spesa militare mondiale).

I fondi ordinari potrebbero pertanto rimanere sostanzialmente invariati, anche perché, per far fronte alla crisi economica, l’Amministrazione Obama potrebbe intervenire con politiche keynesiane di spesa pubblica, e la spesa per la difesa rientra a pieno titolo in questa categoria: per oltre metà dedicata ad attività produttive su larga scala di natura tecnologica, industriale e dei servizi, essa “produce burro grazie ai cannoni”, ovvero agisce effettivamente da moltiplicatore dell’impresa privata in moltissimi settori. Inoltre, il programma democratico prevede un incremento di quasi 100.000 unità di terra: una promessa a cui sarà difficile mantenere fede tagliando contemporaneamente il budget.

In ogni caso, gli Usa manterranno una capacità militare di tutto rilevo, ma diverranno più cauti e meno unilaterali nell’impiego diretto della forza laddove non sia in gioco la difesa del territorio o vitali interessi nazionali; potrebbe di conseguenza attenuarsi l’impegno nelle operazioni di stabilizzazione e difesa dei diritti umani. Washington porrà certamente una maggiore enfasi sulla necessità di una partecipazione più cospicua degli alleati, europei in testa, agli interventi per mantenere la sicurezza e la stabilità su scala globale.

Il rapporto con l’Europa e la Nato
Obama ha definito l’Europa “l’alleato indispensabile” e si è detto favorevole al rafforzamento dell’Unione Europea e della capacità dell’Alleanza Atlantica. Ma quale tipo di Europa (federale? confederata? intergovernativa?) e di Nato (europea o allargata anche all’Asia? in funzione di contenimento della Russia?) abbia in mente Obama non è chiaro, e rimane oggetto di dibattito fra i diversi advisor del Presidente e lo stesso Vice-Presidente Biden.

La nuova Amministrazione cercherà probabilmente di sviluppare una nuova partnership con Mosca, anche nel settore militare e di sicurezza, pur a condizioni al momento non chiarissime. Sicuramente rispetto al periodo Bush vi sarà una minore enfasi sulle difese missilistiche strategiche, destinate a ritornare nell’ambito delle ricerche tecnologiche di punta: gli attuali piani di dispiegamento saranno quantomeno rinviati nel tempo.

In generale, l’impostazione della politica di sicurezza americana in un’era sempre più “non-polare” (per usare l’espressione coniata da Richard Haas), ovvero a potere diffuso, dovrebbe tornare ad essere caratterizzata da un’impostazione realista internazionalista e da un maggior sforzo di coinvolgimento attivo dei partner, non solo europei, ma su scala globale.

Ma saranno pronti gli europei ad assumere questo ruolo? Permangono forti dubbi, dato anche il peggioramento delle economie, che rappresenterà un ostacolo di non poco conto quanto meno nei primi due anni del mandato presidenziale.

In conclusione, l’elezione di Obama dovrebbe portare a una nuova impostazione della politica estera americana e aprire così una finestra d’opportunità per la rifondazione delle relazioni transatlantiche che potrebbe però durare non più di un paio d’anni. Se, a causa delle loro divisioni interne, gli europei non sapranno essere all’altezza di quest’occasione storica si saranno definitivamente condannati all’irrilevanza.