IAI
L’Italia e il programma JSF

Un ponte tecnologico verso il futuro

17 Ott 2008 - Giovanni Gasparini, Alessandro Marrone - Giovanni Gasparini, Alessandro Marrone

La partecipazione industriale italiana al programma a guida americana F-35 Joint Strike Fighter, destinato a produrre ed acquisire una nuova linea di velivoli da attacco al suolo, ha subito un’accelerazione grazie alla firma tra Alenia Aeronautica e Lockheed Martin di un primo contratto per la Low Rate Initial Production (Lrip) delle ali del velivolo, che sarà utilizzato dalle aeronautiche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Canada, Olanda, Turchia, Danimarca, Norvegia e Australia.

Nei prossimi mesi il Governo e il Parlamento italiano dovranno prendere importanti decisioni in merito al futuro del programma: dovranno essere infatti definiti gli stanziamenti pluriennali per l’acquisizione da parte delle Forze Armate della flotta di F-35 e per le infrastrutture necessarie per una effettiva partecipazione industriale italiana, in particolare con la costruzione nell’aeroporto militare di Cameri, in Piemonte, della linea d’assemblaggio (Final Assembly and Check Out, Faco), che agirà anche da centro per la manutenzione (Maintenance, Repair, Overhaul and Upgrade, Mrou).

Al fine di valutare l’impatto di tali scelte, l’Istituto Affari Internazionali ha recentemente presentato in un convegno uno studio su “Il programma F-35 – JSF e l’Europa”.

L’aspetto politico internazionale
La scelta di partecipare al programma Jsf è frutto di un accordo politico bipartisan che si è consolidato nell’ultimo decennio, grazie al sostegno di governi e maggioranze parlamentari differenti, di centro destra e di centro sinistra.

Partecipare al Jsf significa, infatti, proseguire sulla strada di una sempre più necessaria interoperabilità a livello transatlantico ed europeo, fattore indispensabile per il mantenimento della solidarietà e solidità degli strumenti di difesa occidentali.

L’aspetto transatlantico è evidente: il rafforzamento del vincolo bilaterale con gli Stati Uniti e l’Alleanza Atlantica sono un obiettivo importante per la coesione di uno dei due pilastri su cui si basa la politica di difesa italiana.

Lo sviluppo dell’ambito europeo del programma è invece presente solo in nuce, nell’ambito dell’accordo fra Italia e Paesi Bassi, ed è un ambito su cui sarà necessario focalizzare gli sforzi governativi e parlamentari a livello internazionale, al fine di raggiungere quella massa critica necessaria per garantire un significativo ritorno di natura tecnologica.

Il centro Faco di Cameri, in virtù anche dell’accordo sottoscritto con l’Olanda in merito alla “divisione del lavoro” per quanto riguarda avionica e motoristica, si pone anche come importante passo verso un maggiore coordinamento europeo all’interno della cooperazione transatlantica. Uno sforzo congiunto europeo dovrebbe puntare a ottenere un maggiore trasferimento di tecnologie sensibili da parte degli Stati Uniti, mettere in comune le capacità europee e dividere così i costi, costruire un “European Footprint”, base tecnologia e modello di organizzativo per future cooperazioni europee nell’ambito dei programmi d’armamento.

Ci si dovrà, quindi, impegnare per promuovere con forza la multilateralizzazione dell’accordo bilaterale in essere, ponendolo alla base della strategia di europeizzazione del programma.

Tale aspetto richiede decisioni politiche ai massimi livelli, nonché un maggiore coordinamento delle richieste di maggior apertura della controparte americana, rendendo progressivamente meno restrittivo il regime di trasferimento delle informazioni e delle tecnologie, grazie ad accordi transatlantici più equilibrati.

La valenza tecnologica ed industriale
Il favore politico e militare per il programma è rafforzato dalle sue potenziali ricadute economiche, industriali e tecnologiche.

Da parte degli Stati Maggiori vi è la consapevolezza che non esistono nel prossimo futuro programmi alternativi a questo velivolo di quinta generazione sviluppato nell’alveo della cooperazione transatlantica. Inoltre, il programma F-35 è un indispensabile sbocco, e un ulteriore stimolo, per le capacità industriali e tecnologiche italiane maturate con il programma Eurofighter, nel momento in cui quest’ultimo si avvia a conclusione.

L’F-35 avrà ricadute industriali significative per i prossimi 20-30 anni e potrebbe costituire una sorta di “ponte” tecnologico verso una futura cooperazione europea nel settore dei velivoli da combattimento senza pilota (Unmanned Combat Aerial Vehicles, Ucav), al momento troppo prematura per rappresentare una seria alternativa al Jsf.

Il nodo centrale della strategia di sviluppo tecnologico ed industriale italiano ed europeo, con i relativi vantaggi per quanto riguarda la sovranità operativa sul velivolo ed il ritorno economico, è rappresentato in primo luogo dalla realizzazione del centro Faco/Mrou di Cameri.

Avere infatti sul proprio territorio nazionale la struttura industriale che si occuperà dell’assemblaggio finale del velivolo, e in prospettiva della sua manutenzione durante il suo intero ciclo di vita, consentirà sia di sviluppare una più completa e profonda conoscenza del sistema d’arma sia di massimizzarne il beneficio in termini di trasferimento di tecnologia e di investimenti per l’industria italiana della difesa.

Nuovo programma, nuove regole
Per rendere effettivamente possibile questo importante coinvolgimento italiano, un passo avanti significativo deve giungere dalla revisione della normativa vigente sul controllo dell’esportazione dei sistemi d’arma.

La nuova impostazione di gestione industriale e logistica promossa dal Jsf prevede un elevatissimo livello di internazionalizzazione ed integrazione, incompatibile con una legge sull’export concepita negli anni ’80 e molto complessa.

Si dovrebbe pertanto differenziare la regolamentazione di riferimento per tali programmi intergovernativi, evitando che il controllo dello stato italiano su sé stesso diventi un inutile e insostenibile spreco di risorse in termini di tempo, mezzi e personale, che data l’aumentata complessità e dimensione dei programmi di cooperazione internazionale, ormai mette a rischio la stessa partecipazione delle industrie.