IAI
Programma spaziale Cosmo SkyMed

Spazio, l’incognita dei fondi pubblici

29 Ott 2008 - Lucia Marta - Lucia Marta

La notte del 25 ottobre l’Italia ha mandato in orbita, dalla base californiana di Vandenberg, il terzo satellite della costellazione Cosmo-SkyMed, programma italiano che vede coinvolti l’Agenzia spaziale italiana (Asi), il Ministero della Difesa e Finmeccanica. I frutti di questo importante investimento rischiano tuttavia di non essere raccolti nel lungo periodo, a meno che non si pensi da ora a garantire le risorse per la continuazione del programma, ovvero per lo sviluppo e il lancio della seconda generazione di Cosmo SkyMed.

Finalità civili e militari
Il programma Cosmo SkyMed per l’osservazione globale della terra prevede una costellazione di 4 satelliti con tecnologia radar ad apertura sintetica (Sar) che, diversamente dai satelliti ottici, garantiscono una visione della terra anche in assenza di luce (notte) e in qualsiasi condizione metereologica (presenza di nubi). Anche se la costellazione non è completa, i due satelliti lanciati fino ad ora erano operativi già dal mese di agosto e hanno fornito 900 immagini al giorno. Con il terzo satellite in orbita le immagini saliranno a 1.350, mentre con l’ultimo lancio previsto nel 2010, la costellazione sarà completa.

Cosmo SkyMed è inoltre il primo programma di osservazione che nasce “duale”: è stato infatti pensato e realizzato per usi sia civili (tra cui la prevenzione e la gestione dei disastri ambientali, il controllo degli oceani e delle coste, delle risorse agricole e forestali nonché degli edifici, l’esplorazione geologica) sia militare. L’Unione Europea, per mezzo del Centro satellitare europeo (Eusc) di Torrejòn (Madrid), sta infatti negoziando con l’Italia un accordo per l’utilizzo di immagini classificate di Cosmo SkyMed a sostegno delle operazioni Pesc/Pesd dell’Unione. Il carattere duale di Cosmo non è di poco conto, se si considerano le difficoltà che una tale condivisione comporta (sicurezza del dato nella fase di ricezione, elaborazione e distribuzione, per esempio).

Responsabile della realizzazione di Cosmo SkyMed è una cordata di Pmi italiane con a capo Thales Alenia Space, industria di Finmeccanica per un terzo, in joint-venture con la francese Thales, mentre la società Telespazio, per due terzi di Finmeccanica e un terzo di Thales, è responsabile dei segmenti di terra e della gestione del programma, ossia della ricezione e l’elaborazione delle immagini (attraverso il centro del Fucino, vicino all’Aquila). Il finanziamento di Cosmo SkyMed (del costo di 1,2 miliardi di euro circa, fino ad ora) è stato sostenuto sia dall’Agenzia spaziale italiana (finanziata dal Ministero della Ricerca) che dal Ministero della Difesa. La dualità si riflette, infatti, non solo nelle sue applicazioni, ma anche nel suo finanziamento, aspetto fondamentale vista la scarsità di risorse per entrambi i Ministeri.

Il nocciolo della continuità
La vita operativa dei satelliti Cosmo è però breve: tra 5-10 anni i satelliti dovranno essere sostituiti, e il finanziamento necessario deve quindi essere già sull’agenda dei responsabili politici e industriali. A questo scopo, L’Asi e Telespazio, in joint-venture, hanno creato la società e-Geos per la commercializzazione delle immagini per applicazioni civili. I ricavi della vendita dovrebbero contribuire al finanziamento per la continuazione del programma. Il mercato per l’osservazione della terra è stato stimato in 2,5 miliardi di euro, di cui meno di 1 miliardo per l’osservazione via satellite, e di questi solo 400 milioni per l’osservazione da satelliti radar – cifra che non arriva a coprire neanche metà dell’investimento attuato.

È difficile dunque che la commercializzazione dei dati arrivi a coprire l’investimento futuro, a meno che non si trovino nuovi mercati fino ad ora non considerati. Ciò sarebbe possibile dato che le capacità e le applicazioni di Cosmo SkyMed sono nuove nel panorama commerciale (costellazione di satelliti – e quindi rivisitazione frequente – con tecnologia Sar). Uno studio in tal senso potrebbe aiutare le amministrazioni e le industrie ad immaginare nuovi utilizzi di tali immagini e ad individuare nuovi utenti finali privati disposti a comprare i dati di Cosmo.

D’altro canto, la commercializzazione stessa è possibile se si garantisce al cliente che il servizio non verrà semplicemente e brutalmente interrotto con la fine della vita operativa del satellite. La garanzia di una seconda generazione è quindi a sua volta necessaria per coinvolgere un potenziale utente commerciale a scegliere i servizi di Cosmo SkyMed. La doppia relazione che lega i due aspetti porta dunque a concludere che, finché non sarà possibile garantire il finanziamento – anche parziale – di Cosmo II attraverso servizi commerciali, lo Stato italiano e le industrie dovranno trovare un finanziamento alternativo o quantomeno complementare.

L’Italia non è il solo paese europeo ad avere difficoltà nella sostituzione futura dei propri assetti spaziali, che divengono sempre più costosi e le cui funzionalità e applicazioni trovano spesso un quadro di comune interesse europeo (vedi lo studio condotto per il Parlamento Europeo). La tendenza generale è quindi verso il finanziamento collettivo di grandi programmi spaziali, partendo dalla federazione di assetti spaziali nazionali per arrivare – in un futuro si spera non molto lontano – alla messa in orbita di satelliti europei per coprire necessità comuni.

Un esempio concreto già in atto in questo senso è il programma Kopernikus (ex Gmes, Global Monitoring for Environment and Security) dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e della Commissione europea. I satelliti di Cosmo SkyMed andranno ad integrare, infatti, questa architettura comune. I molteplici servizi che deriveranno dall’utilizzo di Gmes sono oggetto di un vasto progetto di R&S della Commissione chiamato Limes ed hanno la fondamentale caratteristica di rispondere a bisogni comuni europei, consolidando perciò l’evoluzione politica dell’Unione e razionalizzando le scarse risorse nazionali.

Naturalmente è ancora difficile immaginare una condivisione/convergenza europea di satelliti per applicazioni militari, vista la natura sensibile dei dati usati a questo fine e lo sviluppo lento e tortuoso di una politica di difesa comune europea. Se l’Unione potrà dunque sostituire gli stati nazionali nella messa in orbita di satelliti per usi civili, l’Italia dovrà comunque continuare a finanziare i suoi satelliti di osservazione militare. L’Europa non sembra dunque essere la soluzione per il finanziamento di programmi duali.

Il finanziamento pubblico
Se dunque la commercializzazione non sembra poter garantire il finanziamento di Cosmo II, e se esso non potrà, per via del suo lato duale, essere sostituito da un programma equivalente europeo, non resta che l’investimento pubblico a livello nazionale.

Le previsioni di bilancio sono tutt’altro che felici in questo senso, visto il debole tasso di crescita economica del paese e la tendenza ai tagli di spesa, che rischiano di essere resi ancora più gravi dalla crisi finanziaria globale. È perciò importante che i decisori politici prendano fin d’ora in seria considerazione un piano di finanziamento pluriennale per un programma strategico che ha richiesto un importante investimento, ha dato fino ad ora ottimi risultati e non può esaurirsi in pochi anni. Ne uscirebbero penalizzati il ritorno stesso dell’investimento, le Pmi e le grandi industrie nel loro percorso di sviluppo tecnologico, le amministrazioni che usano Cosmo SkyMed (Ministero della Difesa ma anche Protezione Civile), la sicurezza stessa del cittadino e l’Italia in generale, che perderebbe credibilità e faticherebbe a restare nell’esclusivo club europeo dei “paesi spaziali”.

Insomma, la seconda generazione di Cosmo SkyMed, peraltro già allo studio dell’Asi, deve essere garantita: in gioco ci sono interessi italiani di ampio respiro, non solo politici ma anche industriali e di sicurezza.