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Asia

Rischio Pakistan

24 Ott 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sulla crisi economica, in Afghanistan e Pakistan scontri militari e contrasti politici si succedono e si aggravano a ritmo accelerato. Il nuovo presidente americano potrà in politica estera prendersi un tempo di attesa nella trattazione di vari problemi internazionali. Ma sul problema del rinnovato potere talebano Washington ed i suoi alleati dovranno intervenire al più presto.

Un paese in bilico
Mentre in Afghanistan gli Stati Uniti sono presenti militarmente e economicamente, in Pakistan la frontiera è troppo vasta per poter condurre efficaci azioni militari, troppo grande e complicato il paese per essere “comprato” nel suo complesso con massicci aiuti economici. Solo i pachistani possono provare a risolvere i loro problemi.

Contrariamente all’India da cui si è separata nel 1948, il Pakistan ha sofferto sin dalla sua fondazione di una sostanziale mancanza di legittimità storica. Gli oltre 170 milioni di abitanti del Pakistan sono al 97% di religione musulmana, in maggioranza sunniti ed una sostanziale minoranza di 20% di sciiti. Ma malgrado le tesi dei suoi fondatori, l’Islam non è riuscita ad unificare una nazione che è straordinariamente composita. L’unità nazionale è perciò garantita dall’azione di istituzioni ereditate dalla colonizzazione inglese: un sistema politico che pur interrotto da frequenti dittature cerca di selezionare i dirigenti del paese attraverso dei meccanismi di voto, un apparato giudiziario che si sforza di rimanere indipendente e, soprattutto, la forza dei militari.

Tra i numerosissimi gruppi etnici e culturali pachistani si delineano tre divisioni principali. Al nord v’è il Punjab, regione economicamente avanzata dove vive il 56% della popolazione e da dove provengano i quadri amministrativi e politici, oltre che i tre quarti dei militari pachistani. Nawaz Sharif, il leader di uno dei due grandi partiti del paese, il Pakistan Muslim League, appartiene ad una grande famiglia di industriali della regione. Al sud il Sind con il 40% della popolazione e la cui capitale ed ex-capitale del Pakistan, Kharachi, continua ad essere il centro economico del paese. I Bhutto, a cui fa capo l’altro grande partito, il People Party, sono grandi proprietari agrari del Sind. Infine la North West Frontier Province e le semi-autonome Tribal Areas, dove dominano i Pashtun, presenti anche nel sud e nel centro dell’Afghanistan. Una popolazione numericamente ridotta, ma ferocemente gelosa della propria indipendenza, la quale, dimorando in una vastissima regione montagnosa senza frontiere precise, è sfuggita in questi anni al controllo di Islamabad.

Le elezioni politiche del dicembre 2007 hanno chiuso l’ultima parentesi dittatoriale con le dimissioni del Generale Musharraf. Il People Party ed il Pakistan Muslim League sono tornati al potere e hanno formato il governo. Ma successivamente il partito dei Bhutto, avvantaggiato nei risultati elettorali dalle forti emozioni ed il cordoglio popolare suscitati dall’assassinio di Benazir Bhutto, ha reclamato tutto il potere ed installato al posto di presidente della repubblica il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari. Nel corso di questi caotici eventi la situazione economica si è degradata, l’inflazione è salita al 25%, i capitali stranieri, all’origine di un boom economico agli inizi del duemila, fuggono spaventati. Gli estremisti islamici, da parte loro, moltiplicano gli attentati, ogni giorno più frequenti, ogni volta più sanguinosi.

Il paese, dotato tra l’altro di armi nucleari, ha dunque adesso tutti gli ingredienti per un collasso completo: crisi economica, estesa povertà, ingiustizia, fervore bellico di elementi estremisti. Ma non è detto che esso sia inevitabile in un Pakistan che ha superato tante precedenti crisi interne o guerre esterne.

Minaccia estremista
Zardari è stato a suo tempo un play boy, successivamente ha speso più tempo in prigione per reati di corruzione che non in attività pubbliche, ma adesso, a capo di un governo ritenuto debole ed incompetente, è stato capace di fare scelte di fondo che Musharraf nel pieno del suo potere non aveva fatto. Oltre a separarsi dal vagamente più confessionale Pakistan Muslim League di Sharif, Zardari ha rotto i ponti con i religiosi estremisti e tutti i complici dei Talebani in Pakistan ed in Afghanistan. Alla cerimonia di insediamento come Capo dello Stato aveva a fianco, quale plateale simbolo di questa scelta, il presidente dell’Afghanistan, Karzai. Zardari sembra dunque aver valutato bene le forze in gioco e gli interessi fondamentali del suo paese, mostrando abilità nei confronti degli avversari politici e nell’accordarsi con le Forze Armate. Forse il suo risulterà alla fine essere un altro di quei casi in cui un poco di buono rivela alla lunga più doti di uomo di stato di altri.

All’origine del movimento estremista c’è ancora una volta un ventennio e più di intenso indottrinamento religioso da parte dell’Arabia Saudita. Ma soprattutto la politica dei militari che lo hanno utilizzato sia come strumento per attaccare gli indiani in Cachemir, sia per creare in Afghanistan, servendosi della religione e della presenza dell’etnia pashtun in ambo i paesi, lo stato vassallo dei talibani. Nelle elezioni in Pakistan, però, i partiti islamici più o meno estremisti, pur favoriti da brogli elettorali, raramente hanno superato il 10% dei voti. Anzi, nelle elezioni parlamentari del febbraio scorso, considerate libere e regolari, la destra religiosa vera e propria ha avuto meno del 3% dei voti. In realtà in moltissime zone montagnose e periferiche le elezioni non hanno luogo ed inoltre i terroristi non hanno bisogno di voti, ma soprattutto di un’organizzazione e molti aspiranti suicidi. Tuttavia, questo dato elettorale è significativo.

L’esercito e l’attesa degli Usa
Nella storia politica del Pakistan si parla spesso di tre A: “Allah, Army and America”. In effetti, come in una matrioška russa, dietro Zardari, si cela una nuova politica dell’esercito. I militari, abbandonato Musharraf, hanno cambiato i vertici dell’ISI, l’agenzia di intelligence che appoggiava ed un tempo controllava gli estremisti, ed hanno attaccato in forze i terroristi nei loro territori di origine. A sua volta dietro questa svolta dei militari si intravedono le pressioni di Washington, esercitate con più discrezione ed abilità di un tempo, ma condite da attacchi aerei in territorio pachistano giustificati militarmente, ma lanciati anche come segnali ad Islamabad di finale impazienza. E l’esercito pachistano non può fare a meno degli aiuti americani.

Poco si sa in Europa di tutto ciò, ma gli eventi in corso nella regione sono di grandi dimensioni. Terroristi di Al Qaeda o formazioni simili hanno lasciato l’Iraq in via di pacificazione e si sono riversati in Pakistan come in Afghanistan, elevando il livello militare della lotta. In Pakistan oltre duecentocinquantamila persone sono fuggite dall’area degli scontri. Tribù locali sono state sospinte ad organizzare milizie di autodifesa contro i talebani, le lashkar, generando per reazione attacchi suicidi contro i Capi clan non meno sanguinosi di quelli effettuati nel Pakistan centrale. Tutti aspettano ora l’arrivo della nuova amministrazione a Washington.