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Rapporti transatlantici

Obama o McCain: il vero spartiacque

24 Ott 2008 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

Obama o MacCain, che differenza fa per noi europei barra italiani? Siamo inondati di risposte a questo interrogativo, grazie alle quali sappiamo quasi tutto circa le diversità di politica estera e militare fra i due, in particolare per quanto riguarda le relazioni transatlantiche. In realtà fa una grande differenza innanzitutto per gli americani. Forse come mai prima un’elezione del presidente degli Stati Uniti.

Per tre motivi, essenzialmente. Innanzitutto perché il voto del 4 novembre prossimo viene in coda a un lento declino geostrategico di quella che fino a poco tempo fa ci si trastullava a chiamare iper-potenza perché super non bastava. Ha fatto seguito un repentino crollo finanziario che da Wall Street si è esteso al mondo intero e ripercosso sulle prospettive generali dell’economia, con il conseguente appannarsi di un modello americano finora attraente, il business model. A tutto ciò si è contrapposta l’immagine di una democrazia sana, verifica dell’American dream per cui ogni cittadino può diventare Presidente e caratterizzata da una gestazione selettiva dei candidati (anche se troppo lunga ormai, e costosa) a partire da un’ampia gamma di opzioni. Solo che il parto potrebbe dare luogo a una creatura non sana.

In secondo luogo, qualora il risultato fosse diverso da quello che i polls oggi sembrano dirci con sicurezza in conseguenza di un diffuso voto inconfessato, un’altra immagine degli Stati Uniti risulterebbe intaccata: quella del melting pot. Il crogiolo infatti,così fuso in superficie, si rivelerebbe sotto sotto ancora diviso, con conseguenze potenzialmente gravi per il sentire della gente nell’epoca in cui alla tradizionale questione bianchi/neri, dunque ancora non risolta, si aggiunge quella nord/sud-americani. E l’impopolarità della nazione nel mondo, a cui i suoi cittadini sono in fondo molto sensibili, che lo ammettano o no, salirebbe ulteriormente, anziché scendere dagli alti livelli a cui già si trova.

In terzo luogo si può anticipare la grande solitudine di un McCain, qualora fosse lui ad essere eletto: solo per avere dietro di sé l’eredità di un predecessore che deve disconoscere; solo per avere avanti a sé un Congresso a larga maggioranza democratico e probabilmente ostile; e solo per avere accanto a sé una vice che, come ha detto Colin Powell, non è all’altezza del suo mestiere, quello di essere pronta a sostituirlo. Le due sole compagnie di cui disporrebbe sarebbero quella, non da poco, di un’équipe di governo, presumibilmente messa assieme offrendo posizioni ad esponenti indipendenti o dell’altra parte (con il rischio tuttavia di incontrare reticenze e rifiuti), e quella di uno staff medico e di una guardia del corpo, entrambi impegnati allo spasimo per tentare di evitare la verifica ex post del giudizio di Colin Powell. La prospettiva preoccupa anche molti simpatizzanti repubblicani.

Di tutte queste difficoltà, le più ardue sono forse quelle istituzionali. George W. Bush, nel corso dei suoi otto anni, ha modificato sensibilmente l’equilibrio dei poteri tipico della federazione americana. Sia nel senso di rafforzare il governo centrale rispetto a quelli degli stati (elefantiasi del bilancio federale, per di più a debito, e introduzione surrettizia di un Ministero degli Interni, prima assente, sotto l’etichetta della Homeland Security). Sia nel senso di umiliare spesso le camere legislative con l’uso del veto o di dichiarazioni interpretative delle leggi che andavano di fatto contro le scelte dei senatori e dei rappresentanti. Una presidenza McCain correrebbe il rischio di generare una situazione di split government, in cui la “divisione” fra esecutivo e legislativo, pur non certo nuova, sarebbe più profonda che in passato, in un momento in cui, per l’economia interna e per la politica estera, l’imperativo dell’unità da conservare e della fiducia da ristabilire è primario.

Un problema solo americano, allora? No. Declino o non declino, gli Stati Uniti restano l’alleato più importante dell’Italia e il partner più importante dell’Unione Europea. Per cui le analisi della loro politica estera, delle differenze fra le due rive dell’Atlantico su questa o quella questione durante la nuova amministrazione sono di grande utilità, ma vanno scritte e lette alla luce dei due diversi stati d’animo con cui le linee guida adottate e, soprattutto, le reazioni alle inevitabili crisi saranno vissute dall’opinione pubblica americana a seguito dell’esito della prossima consultazione elettorale in quel Paese.