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Crisi finanziaria

La potenza cinese tra paure e speranze

8 Ott 2008 - Nicola Casarini - Nicola Casarini

La Cina guarda con preoccupazione lo sviluppo della crisi finanziaria. Sebbene le banche cinesi siano marginalmente toccate dalla turbolenza in corso, i dirigenti di Pechino temono la recessione negli Stati Uniti e il rallentamento dell’economia in Europa e Giappone, tutt’ora i principali mercati di sbocco dei manufatti cinesi. Alla paura fa da contrappeso la speranza. Di utilizzare la crisi odierna per ri-orientare il modello di crescita cinese verso i consumi interni. In maniera da diminuire gradualmente la dipendenza dal mercato statunitense. E prepararsi a prendere il timone dell’economia globale.

L’impatto della crisi
Nelle ultime settimane, le autorità cinesi si sono premurate di ripetere che il loro sistema bancario e finanziario è relativamente immune dalla crisi che sta scuotendo i mercati occidentali. Liu Fushou, vice-direttore del primo Dipartimento della Supervisione Bancaria presso la China Banking Regulatory Commission (Cbrc) ha dichiarato alla televisione di Stato China Central Television (Cctv), che solo un esiguo numero di istituzioni bancarie cinesi è stato colpita dalla crisi di Wall Street e che l’entità delle perdite subite sarebbe comunque limitata. Ma Delun, vice-governatore della Banca Centrale, ha snocciolato i dati in un articolo recente sul China Business Post: le banche cinesi sarebbero esposte per meno di 10 miliardi di dollari sui mutui subprime e sette banche avrebbero esposizioni per un totale di circa 720 milioni di dollari su obbligazioni Lehman Brothers.

Secondo la Xinhua (l’agenzia di informazione cinese), le banche cinesi hanno investito meno del 4% della loro ricchezza in assets all’estero coinvolti nella crisi finanziaria. I rigidi controlli sui movimenti di capitale da e verso la Cina – insieme alla tradizionale prudenza cinese – hanno sicuramente contribuito ad arginare le perdite delle istituzioni cinesi. All’indomani del fallimento della Lehman, le autorità cinesi hanno cercato di correre ai ripari. Il 24 settembre 2008, secondo quanto riportato dal quotidiano di Hong Kong in lingua inglese, il South China Morning Post, la Cbrc ha ordinato alle banche cinesi di interrompere i prestiti con le controparti americane. Una notizia che ha scatenato le ire del governo cinese e portato la Cbrc a rilasciare una dura nota di condanna. Nonostante le dichiarazioni ufficiali tese a negare l’interruzione di prestiti in maniera da mantenere buoni i rapporti con Washington in questa fase delicata, non ci si dovrebbe stupire se i dirigenti cinesi cercassero di proteggersi dalla crisi ed evitare ulteriori perdite alle loro istituzioni finanziarie. Anche perché il rallentamento economico in America ed Europa (per non dire recessione) presenterà presto il conto alla Cina sotto forma di minore domanda di prodotti cinesi, che a loro volta porterà a una contrazione degli investimenti interni e ai piani aziendali delle ditte esportatrici, con possibili licenziamenti. Lo scenario maggiormente paventato dalla dirigenza cinese. Per questo la Cina ha fin dal primo momento sostenuto il piano di intervento dell’amministrazione Bush.

Pieno supporto al piano Paulson
La Cina è uno dei più grandi sostenitori del piano Paulson teso al maxi-salvataggio di Wall Street e all’immissione di liquidità nel sistema. L’intervento della ‘mano visibile’ in economia è visto con favore dai dirigenti di Pechino. Per ragioni certamente anche ideologiche. Ma soprattutto, in questa fase, per motivi legati al contenimento della crisi e alla tenuta della moneta americana. La Cina è oggi la più grande detentrice di assets in dollari, soprattutto buoni del tesoro. Si calcola che le istituzioni finanziarie cinesi ne detengano per circa 1,000 miliardi (corrispondenti a circa il 25% del debito pubblico americano). Quasi la metà delle riserve valutarie di Pechino che hanno ormai superato i 2,000 miliardi di dollari. Industrial and Commercial Bank of China (Icbc), Bank of China (Boc) e China Construction Bank (Ccb) avrebbero da sole quasi 110 miliardi di dollari in obbligazioni del Tesoro e di altre istituzioni americane.

La decisione di estendere la garanzia federale a Fannie Mae e Freddie Mac agli inizi di settembre fu presa anche dietro pressioni del governo cinese preoccupato delle ingenti somme (25 miliardi di dollari a fine giugno 2008) investite da banche cinesi nei due colossi dei mutui americani. Pechino ha pertanto seguito con trepidazione le vicissitudini del piano Paulson. Nella speranza che l’operato delle autorità americane possa contenere l’impatto della crisi di Wall Street su Main Street. In quanto la Cina dipende ancora in larga parte dal mercato americano per le sue esportazioni. E una drastica riduzione dei consumi delle famiglie americane si trasformerebbe in minor crescita cinese.

Promuovere i consumi interni
La Cina crescerà quest’anno ‘solo’ dell’8% circa, lontano quindi dai picchi del 10-12% degli anni precedenti. L’attuale crisi finanziaria sta creando incertezza tra gli operatori, crisi di liquidità e revisione dei piani di investimento, insieme a un calo della propensione al consumo nei paesi sviluppati – e non solo. Visto che a tutt’oggi più di un terzo delle esportazioni cinesi è destinato ai mercati europeo e americano, l’attuale crisi avrà un impatto significativo sull’economia cinese. Se a ciò si aggiunge che anche il Giappone, attualmente il terzo mercato di sbocco dei manufatti ‘made in China’ dopo Europa e Stati Uniti, è in una fase di stagnazione economica e rallentamento dei consumi, le prospettive per l’export cinese non sono molto rosee.

La domanda crescente proveniente dai mercati emergenti dell’India, Russia, paesi del Golfo e America Latina non basterà, a detta di molti economisti cinesi, a compensare le perdite di export dei paesi sviluppati. L’unica soluzione è incentivare il consumo interno, che a tutt’oggi assorbe solo un terzo della produzione cinese. Anche se ciò non sembra facile nelle condizioni attuali. La borsa di Shanghai ha perso circa il 65% dall’anno scorso, volatilizzando una parte importante delle ricchezze investite nel mercato azionario dalla crescente classe media cinese.

A questo occorre aggiungere il calo dei prezzi delle abitazioni nelle grandi città e un ulteriore calo della vendita di alcuni beni di consumo quali auto ed elettrodomestici. Il tutto sta provocando un progressivo calo della fiducia dei consumatori come riportato il 24 settembre dalla Xinhua Finance. In una tale situazione, la Banca centrale cinese ha tagliato i tassi di interesse per la prima volta in sei anni in maniera da rilanciare i consumi. Il governo teme un rallentamento economico, che potrebbe mettere a repentaglio la stabilità sociale e la legittimità stessa dell’attuale regime.

La speranza di Pechino
La crisi attuale può rappresentare un’opportunità di ri-orientamento del modello di crescita cinese basato finora sulle esportazioni. Le iniziative del governo e della banca centrale nelle ultime settimane mirano a far si che la domanda interna, col tempo, possa pian piano sostituire la forte dipendenza attuale dai mercati esteri, soprattutto quello americano. Finora la locomotiva cinese si è mossa di concerto con gli Stati Uniti, data l’interdipendenza reciproca delle due economie. L’attuale crisi ha però accelerato l’obiettivo della dirigenza cinese di raggiungere quanto prima il cosiddetto decoupling, ovvero il mantenimento di una sostenuta crescita senza però dover dipendere così fortemente, come ora, dai cicli economici americani. Se ciò riuscisse, si aprirebbe una nuova fase nelle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti.

È prevedibile che alla fine dell’attuale turbolenza finanziaria, la leadership economica dell’America ne esca alquanto ridimensionata. La Cina si prepara al passaggio del testimone.