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Bilancio della Difesa

Come difendere la Difesa?

21 Ott 2008 - Mario Arpino - Mario Arpino

Da anni, ci sia al governo la destra o la sinistra, per la Difesa non ci sono mai stati eccessivi riguardi da parte del Tesoro, anche se tutti i ministri hanno in qualche modo provato a resistere. Quando si avvicina la finanziaria, per la forze armate si rinnovano i dispiaceri. L’ex ministro Antonio Martino, responsabile della Difesa durante il precedente governo Berlusconi, aveva promesso di far salire all’1,5 per cento del Pil le spese per la difesa, ma alla fine del suo periodo non rimaneva che un misero 0,9%, e forse meno.

Arturo Parisi, successore di Martino, con molto impegno aveva ottenuto qualche successo, riuscendo ad avvicinarsi all’1 per cento. La Russa, oggi in carica, con tanto entusiasmo aveva azzardato un 1,25 per cento, ma per il 2009 e seguenti rischiamo invece di battere un vero e proprio record di profondità. Il fatto che questa volta la scure stia calando indifferentemente e con implacabile determinazione su tutti i dicasteri, non significa affatto che sui due lati di via XX Settembre il mal comune si trasformi in mezzo gaudio. Tutt’altro.

Pericolo esistenziale
Quest’anno, quindi, se il Parlamento in sede di approvazione non darà segnali diversi, si prepara un disastro senza ritorno per l’addestramento dei nostri militari e l’efficienza dei loro mezzi, ovvero i blindati, le navi, gli aerei, gli elicotteri e quel sistema di comando e controllo che ancora ci permette di inserirci con dignità, per aliquote piccole, ma ben integrate, nei contingenti internazionali.

Per la Difesa, il pericolo, che a differenza di altri Dicasteri è di tipo esistenziale, viene dal D.L. 25 giugno 2008, n.112, in questi giorni sotto verifica parlamentare. Si tratta delle “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della spesa pubblica e la perequazione tributaria”. Bene per l’obiettivo, che certamente è lodevole: all’art. 1 si prevede di ridurre l’indebitamento fino al 2,5 per cento del Pil nel 2008, al 2 nel 2009, all’1 nel 2010 e allo 0,1 nel 2011.

La scure, come si vede, cala su tutti senza distinzione alcuna. I tagli per la Difesa si leggono all’art. 63, specifico per le forze armate, dove le varie tabelle di spesa sono ridotte del 7% per il 2009 e del 40% nel 2010, mentre a decorrere da tale anno devono essere conseguite economie non inferiori a 304 milioni. Se non sarà così, si ridurranno “ le dotazioni complessive di parte corrente dello stato di previsione del Ministero della Difesa, ad eccezione di quelle relative alle competenze spettanti al personale…”. Se si verificasse davvero l’evenienza ipotizzata in quest’ultima frase, la tela pazientemente tessuta per trasformare in favore di ammodernamento, addestramento e ricerca un bilancio ormai squilibrato da spese per il personale per oltre il 70%, verrebbe disfatta in una sola notte. E questo è già “danno grave” alla qualità del bilancio, che ha un effetto negativo comunque, anche al di là della sua dimensione.

Effetti della compressione
Ma veniamo ora all’effetto di questa compressione sulle tre voci, cominciando dall’ultima. Di ricerca, ovviamente, nel triennio non se ne potrà proprio parlare. Già prima i fondi erano esigui, e la Difesa non potrà commissionare nulla all’industria nazionale, che solo marginalmente può provvedere con fondi propri. Il settore dell’esercizio, direttamente legato all’addestramento, alla vita quotidiana, alla manutenzione dei mezzi, all’acquisto dei carbolubrificanti, già attualmente penalizzato, porterà a situazioni irreversibili di inefficienza. Basti pensare alle componenti aeree delle forze armate, che “costano” anche stando ferme, necessitando comunque di una attenta manutenzione calendariale. Se non si fanno volare per l’addestramento degli equipaggi, lo spreco diventa duplice, in quanto la manutenzione, comunque obbligatoria, diventa improduttiva e il personale, che viene in ogni caso retribuito, perde rapidamente quelle qualifiche operative che ha impiegato anni a conseguire.

Come ha detto recentemente il Capo di Stato Maggiore alle commissioni parlamentari, la nostre forze armate stanno diventando un “mero erogatore di stipendi”.

Nel settore ammodernamento, vi sono alcuni “grandi programmi” pluriennali legati ad accordi internazionali, che sono realizzati dalla maggiore industria nazionale di settore in collaborazione internazionale, che hanno una propria forza e devono comunque proseguire. Questo sembra un vantaggio, ma non lo è per tutti. Il loro costo, in compressione di risorse, decreterà la morte della maggior parte dei programmi collaterali di supporto e, assieme ad essi, di una costellazione di piccole e medie industrie a questi collegate. In altre parole, creazione di mostri “stand alone” e depauperamento, in alcuni casi scomparsa, di un patrimonio produttivo non facilmente ricostruibile. In ogni caso, bisogna convenire che questa discesa a picco avrà ripercussioni assai negative sulla nostra credibilità, sulla componente più debole dell’industria nazionale e sull’efficienza dello strumento di politica estera oggi più utilizzato.

Razionalizzare per rilanciare
Tuttavia, è necessario reagire, e non certo chiedendo più soldi. In questa situazione, con una crisi la cui risoluzione andrà ben oltre questa legislatura, chiunque si azzardasse a farlo si esporrebbe solo a “brutte figure”, senza alcun risultato.

Occorre allora prendere atto del cambio di situazione, e cercare di trasformare la crisi in un’opportunità. In altre parole, è necessario riprendere quel percorso di ristrutturazione già avviato a metà degli anni ’90 e procedere, visto che le tecnologie ormai lo consentono, a ridisegnare in chiave critica e moderna le nostre strutture. Ridurre ancora si può, ma a ben determinate condizioni.

Occorre, innanzi tutto, che le forze politiche elettive, spesso accogliendo sollecitazioni del personale di Enti e Reparti tradizionalmente legati al territorio, evitino la vischiosità ritardante con cui viene accolto ciascun provvedimento. Nello stesso tempo gli Stati Maggiori, ed i troppi Enti centrali, devono accettare che nell’era dell’informatica il concetto di territorialità abbia ormai poco senso, e che le ridondanze possano essere eliminate con relativa facilità. È poi necessario che il pianificatore abbia una certezza pluriennale delle risorse, che nel nostro sistema di amministrazione dello Stato oggi non c’è. Egli “riduce” con riluttanza, anche perché sa che non potrà mai contare sui propri risparmi, in quanto ad ogni riduzione di enti od organici corrisponde immediatamente, o nell’esercizio successivo, una minore assegnazione di risorse. Così, il gatto continua a mordersi la coda. L’informatica, poi, consentirebbe tutta una serie di razionalizzazioni nei settori della gestione comune dei materiali e del personale, ma tutto ciò subisce spesso frustranti ritardi all’interno della stessa organizzazione militare.

Risparmiare si può
Si può ancora risparmiare e ridurre, entro certi limiti. Ma è necessario, prima ancora di “trasformare” lo strumento, modificare mentalità e cattive abitudini. Vale tanto per i politici, quanto per i militari. Spiace, però, vedere come si stia forzando una soluzione che per la Difesa ha impatto esistenziale per mezzo di uno strumento meramente contabile, senza farla prima maturare con almeno un tentativo di serio dibattito politico-strategico. Dibattito che, e questo purtroppo lo dobbiamo ammettere, nella cultura del nostro Paese potrebbe anche cadere nel vuoto.