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Speciale - europei e americani

Sintonie e divergenze transatlantiche

10 Set 2008 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Europei ed americani non la pensano in modo molto diverso tra loro. Questa almeno sembra la conclusione generale delle analisi dell’opinione pubblica nei due continenti condotte, come ogni anno, dal German Marshall Fund e dalla Compagnia di San Paolo, in cooperazione con altre fondazioni europee (Transatlantic Trends e European Elites Survey 2008). Non mancano però spunti interessanti.

I sondaggi, condotti nel periodo maggio/giugno 2008, riflettono i temi dibattuti in quel momento dall’opinione pubblica. Non deve quindi stupire se, nell’indicare quali dovrebbero essere i problemi prioritari che il prossimo Presidente americano e i leader europei dovrebbero affrontare, solo il 7% degli europei e il 4% degli americani hanno indicato la Russia. Un’opinione condivisa anche da settori più qualificati dell’opinione pubblica europea, come i membri del Parlamento europeo (12%) o i funzionari dell’Ue (9%). È probabile che oggi il risultato sarebbe diverso, ma sarebbe per questo più lungimirante?

In realtà il sondaggio dedica un’attenzione particolare alla Russia, malgrado l’apparente disinteresse degli intervistati, e alla domanda su cosa sia più preoccupante, in quel paese, le risposte risultano piuttosto equilibrate. L’84% degli americani e il 72% degli europei, ad esempio, punta il dito contro la fornitura di armi russe in Medio Oriente, il 70% degli americani e il 58% degli europei si preoccupa dello stato della democrazia in quel paese, e il 69% degli americani e il 58% degli europei dei rapporti di Mosca con i suoi vicini (come la Georgia o l’Ucraina). Il 64% degli europei (e il 61% degli americani) cita anche il ruolo russo nel mercato dell’energia.

La dipendenza energetica (assieme con la crisi economica) è anche in testa alle preoccupazioni europee ed americane (82% nel vecchio continente e 87% nel nuovo, con percentuali quasi analoghe per la crisi economica, 78% e 87%) ben prima del terrorismo internazionale (62% e 69%), del fondamentalismo islamico (47% e 53%) e della proliferazione nucleare in Iran (52% e 69%), in concorrenza solo con il riscaldamento del pianeta, in particolare tra gli europei (82%) e meno tra gli americani (67%). Eppure la preoccupazione per l’energia non si è tradotta automaticamente in un alto timore nei confronti della Russia.

In altri termini, le nostre opinioni pubbliche non sembrano considerare più la Russia come la maggiore o una delle maggiori minacce cui fare fronte, ma solo come uno dei tanti problemi da affrontare in un mondo complesso. Il che, malgrado l’intervento militare in Georgia, è probabilmente corretto, poiché non sembrano esistere le condizioni di fatto (capacità politiche, economiche e militari) per una rinascita del vecchio faccia a faccia tra i due blocchi in Europa.

Ma naturalmente esistono altri rischi. Le crisi del quadro multilaterale e della governabilità internazionale alimentano la moltiplicazione dei conflitti e delle emergenze e ne rendono più difficile il contenimento. Malgrado la scarsa considerazione che l’opinione pubblica europea ha dell’attuale leadership americana (favorevoli 36%, contrari 59%, con una percentuale di opinioni favorevoli al Presidente Bush di solo il 19%), aumenta la percentuale degli europei favorevoli ad una più stretta alleanza tra Europa e America, passando dal 27% dello scorso anno al 31% di quest’anno.

Aumentano anche, in coerenza con queste tendenze, coloro che considerano la Nato un essenziale pilastro della sicurezza europea e mondiale. Rispetto ai livelli minimi toccati nel 2005-2006, in tutti i principali paesi europei, il sostegno alla Nato è ormai nuovamente superiore al 50% e si assesta complessivamente attorno al 60%, anche se è ancora inferiore ai picchi del 2002. Ma naturalmente non mancano le differenze di percezione e di politica. Larghe maggioranze, sia in Europa sia negli Stati Uniti, ad esempio, sono favorevoli a proseguire l’impegno in Afghanistan, ma quando si passa dalla ricostruzione economica, dalla guerra alla droga e dall’assistenza alla creazione di forze armate afgane (tutti punti che vedono una sostanziale convergenza transatlantica) alla più difficile scelta di combattere i talebani sul campo, gli americani sono favorevoli al 76%, ma gli europei solo al 43%.

La crisi nel Caucaso ha sensibilmente accresciuto l’importanza strategica e la centralità della Turchia. Malgrado le tante incomprensioni, quindi, è positivo constatare che nell’opinione pubblica turca la percezione favorevole dell’Ue è in aumento, anche se ancora minoritaria (passando dal 26% al 33%, e sorpassando sia l’Iran che la Cina), mentre rimane bassa l’opinione che i turchi hanno degli Stati Uniti (14%). Nel complesso aumenta la percezione in Turchia che non è possibile fare tutto da soli: anche se la fiducia nella propria autosufficienza rimane altissima (80%), essa ha comunque perso 6 punti rispetto allo scorso anno.