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Iran

Sanzioni e non missili: un commento all’opzione militare contro Teheran

18 Set 2008 - Francesco Giumelli - Francesco Giumelli

In un incisivo articolo sul problema iraniano apparso su AffarInternazionali lo scorso 30 luglio, l’ambasciatore Calia sostiene che l’opzione militare contro il regime di Teheran sta raccogliendo consensi crescenti all’interno dell’establishment americano e di quello israeliano. Tuttavia, l’uso della forza per contrastare le velleità atomiche iraniane rimane una strategia oltremodo incerta e pericolosa. La comunità internazionale ha a disposizione diversi strumenti con i quali dissuadere l’Iran dal proseguire sulla strada del riarmo nucleare in violazione del regime di non-proliferazione e fra questi le sanzioni internazionali sembrano, almeno per il momento, quello più adeguato.

I precedenti
L’uso della forza militare, nella fattispecie del bombardamento aereo, per bloccare programmi nucleari ha due precedenti noti: l’operazione contro l’impianto di Osirak in Iraq nel 1981 e quella contro l’impianto di Dayr az-Zwar in Siria nel 2007. Entrambe sono state effettuate dall’aviazione israeliana e ritenute di grande successo. Tuttavia, come giustamente sottolineato anche dall’ambasciatore Calia, sono molto diverse dal caso iraniano. Erano dirette infatti contro un unico impianto facilmente localizzabile ed isolato, laddove le attività nucleari iraniane sono suddivise in diverse centrali sparse sul territorio e nascoste fra molti collegamenti sotterranei. Non sembra ci siano neppure certezze sulle dimensioni e l’esatta ubicazione degli impianti e delle strutture sotterranee. Inoltre, le forze militari e la contraerea iraniane sono certamente più preparate a questo tipo di minaccia dell’Iraq di inizio anni ’80 o della Siria contemporanea. Un bombardamento “intelligente” è possibile, ma non è affatto detto che risolverebbe il problema, mentre i rischi legati all’operazione sono tali che potrebbero scoraggiare anche i falchi delle amministrazioni americana ed israeliana.

Le alternative e le sanzioni
L’aggressiva politica estera del presidente iraniano Ahmadinejad rappresenta certamente una minaccia alla pace internazionale. Ma la si può affrontare attraverso una politica incentrata sulle sanzioni. Due sono le strade percorribili: isolare il regime con l’imposizione di un embargo totale, oppure cercare di limitare le capacità dell’Iran di raggiungere il suo scopo attraverso l’imposizione di sanzioni intelligenti.

La prima opzione è un embargo totale che bloccherebbe tutti gli scambi commerciali tra l’Iran e la comunità internazionale. Un precedente è costituito dalle sanzioni all’Iraq degli anni ’90 che, però, furono aspramente criticate per il prezzo umanitario pagato dal popolo iracheno e per gli scarsi risultati ottenuti (il regime di Saddam riuscì a sopravvivere). Nel caso iraniano, un embargo comporterebbe ingenti costi per Europa, Russia e Cina. Nel complesso non sembra che una tale ipotesi possa raccogliere il necessario consenso internazionale.

La seconda strada è quella di imporre sanzioni intelligenti al regime di Ahmadinejad, seguendo da vicino l’evolversi delle capacità dell’Iran di ottenere la bomba e sostenendo uno sforzo diplomatico, basato anche sull’offerta di incentivi economici, con l’obiettivo di convincere almeno una parte della classe dirigente di Teheran che perseguire sulla strada nucleare non solo non porterebbe alcun vantaggio strategico all’Iran, ma sarebbe anche controproducente. Questa è la strada finora seguita dai paesi occidentali e dalle Nazioni Unite, le quali hanno imposto sanzioni “mirate”, cioè dirette contro determinati settori della società iraniana. Tali sanzioni sembrano peraltro che stiano avendo un effetto significativo.

Le sanzioni intelligenti
La differenza fra le misure restrittive decise in passato, ad esempio l’embargo Usa contro Cuba, e le sanzioni mirate è duplice: da un lato, le sanzioni mirate minimizzano il danno subito dalle popolazioni, dall’altro concentrano i loro effetti negativi sugli individui o sulle entità direttamente responsabili delle politiche che si intende bloccare. Nel caso iraniano, l’Onu ha imposto tre round di sanzioni. Con la risoluzione 1737 approvata nel dicembre del 2006, il Consiglio di Sicurezza ha richiesto a tutti gli stati di congelare i beni di 10 entità e 12 individui legati al programma nucleare iraniano o al progetto di sviluppo missilistico e di interrompere le esportazioni all’Iran di beni che potrebbero contribuire al completamento dei piani del regime.

Con la Risoluzione 1747 approvata nel marzo 2007, la lista è stata sostanzialmente allungata includendo, fra gli altri, la Banca di stato Sepah, ritenuta una fonte importante di finanziamento dei piani nucleari. Infine, il Consiglio di Sicurezza ha votato una terza risoluzione, la 1803 nel marzo di quest’anno, che ha esteso ulteriormente la lista delle persone coinvolte nei programmi nucleare e missilistico, inasprito la pressione sull’Iran e, misura di grande rilevanza, messo sotto stretta osservazione le banche Sderat e Melli, che sembrano svolgere un ruolo importante nel finanziamento dei piani di riarmo iraniani.

A questa serie di misure restrittive si sono aggiunti i provvedimenti presi da altri attori, tra cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che vanno ben oltre il mandato Onu. Nel complesso, il regime di sanzioni imposto contro il regime degli Ayatollah pare stia avendo effetti importanti.

Il primo dato è certamente il declino economico del paese dovuto alla diminuzione delle esportazioni di petrolio e alla quasi totale interruzione delle attività di ricerca ed estrazione di nuovi giacimenti. Un altro elemento importante è l’isolamento finanziario che gli Usa sono riusciti a costruire intorno all’Iran anche attraverso l’inserimento di tre importanti banche iraniane nella lista nera degli istituti finanziari. Il numero di istituti finanziari iraniani impegnati a lavorare con l’estero si è più che dimezzato in soli due anni.

Poche alternative alle sanzioni che funzionano
Un Iran nucleare non è un’alternativa accettabile, ma un attacco militare con bassissime possibilità di successo espone a troppi rischi. Anche l’ambasciatore Calia esprime dubbi verso l’opportunità di raid aerei. La strategia migliore sembra perciò ancora quella delle sanzioni intelligenti, degli incentivi e della diplomazia. Se è vero che le misure restrittive imposte da Onu, Eu e Usa stanno avendo effetti significativi sull’Iran, è altrettanto vero che sia gli Stati Uniti sia l’Unione Europea dovrebbero intraprendere ulteriori iniziative per migliorare l’efficacia delle sanzioni. Si dovrebbe considerare di estendere le sanzioni a settori cruciali come il petrolio e i restanti istituti di credito. Andrebbe inoltre creato un gruppo di esperti per monitorare l’efficacia delle misure, come si è fatto con altri paesi sottoposti a embargo.

La storia dimostra come le sanzioni non siano efficaci se non accompagnate da un pacchetto di incentivi. La comunità internazionale deve riconoscere il diritto dell’Iran a produrre energia nucleare per soddisfare i crescenti consumi energetici, pertanto è auspicabile che l’Iran non venga completamente isolato, e un bombardamento o un rigido embargo non sortirebbero probabilmente altro effetto che quello di spingere gli Ayatollah ad una partnership strategica con Pechino. Le sanzioni intelligenti, benché perfettibili, possono invece scoraggiare Teheran dal perseguire i piani di riarmo dando nel contempo agli iraniani la prospettiva di un pieno inserimento nella comunità internazionale.