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Africa

Perché Mugabe tiene ancora in scacco lo Zimbabwe

8 Set 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

Tra sussulti e rotture continua lo scontro tra il Presidente Robert Mugabe e l’opposizione interna diretta da Morgan Tsvangirai, il leader dello Movement for Democratic Change (Mcd). Gli sviluppi della crisi in Zimbabwe possono essere considerati da tre diversi punti di vista: quello interno al paese, quello del Sudafrica e quello internazionale.

Involuzione autoritaria
Nel 1980 il Presidente Mugabe sconfigge con la guerriglia e l’appoggio internazionale la minoranza bianca e giunge al potere in Rodesia, un paese relativamente ricco, grazie alle risorse minerarie e alla floridissima agricoltura. Ricchezze di cui naturalmente beneficiava a pieno soprattutto la minoranza bianca.<br<>
I primi dieci anni dello Zimbabwe, il nuovo nome della Rodesia, sono stati difficili, ma non disastrosi. Mugabe, della tribù Shona, ha dovuto combattere con le armi Joshua Nkomo, il leader della etnia rivale, giungendo alla fine ad un accordo, mentre la presenza di allevatori e uomini d’affari bianchi contribuiva a mantenere il paese in condizioni economiche accettabili. Nel 1999 Nkomo muore e dopo poco Mugabe cambia radicalmente atteggiamento. Risentimenti contro gli arroganti coloni bianchi e crescente irritazione per gli ostacoli legali e culturali che limitano il suo potere lo inducono ad assumere una condotta sempre più dittatoriale. Si serve a questo fine dei suoi antichi guerriglieri, che nel 2000 vengono aizzati a spazzare via, con la forza e spesso con il sangue, gli agricoltori bianchi da un lato e gli oppositori africani dall’altro.

Con elezioni tramutate in farse violente, il paese precipita in una situazione di paralisi. Attualmente i disoccupati sono approssimativamente l’80 % della popolazione e la moneta cambia valore più volte nel corso di uno stesso giorno. Lo Zimbabwe aveva circa 13 milioni di abitanti e adesso ne ha probabilmente 10 o 11, dopo gli esodi in massa nei paesi vicini. I negozi sono vuoti, la rete stradale al di fuori della capitale è deserta, le comunicazioni telefoniche saltuarie, la gente vive miseramente nei campi o ciondola per le strade cercando in qualsiasi modo di sopravvivere. L’aspettativa di vita è scesa a 36 anni per gli uomini e 34 per le donne, forse la più bassa al mondo.

Una ridotta elite di politici e di militari intorno a Mugabe vive agiatamente in questo caos, rastrellando per sé quasi tutto quello che il paese riesce ancora a produrre o a vendere. Ci si domanda allora come mai non si sia sviluppata una rivolta armata contro di loro.

Il ruolo del Sudafrica
In Africa i conflitti armati si sviluppano sulla base di divisioni tribali, perché il legame tribale rende possibile i sacrifici di sangue e la lealtà assoluta al proprio gruppo richieste da una azione di guerriglia. Invece in Zimbabwe le circostanze hanno fatto si che il leader dell’opposizione, l’ex-sindacalista Tsvangirai, sia anche lui uno Shona come Mugabe. È necessario inoltre che vi sia qualcuno all’esterno del paese che sia disposto a fornire a eventuali ribelli armi e qualche facilità logistica. Nel caso dello Zimbabwe, dominante nella regione è il Sudafrica il cui presidente, Mbeki, non ha mai ritirato il suo appoggio a Mugabe. Per Tsvangirai ed i suoi alleati è stata dunque possibile solo un’opposizione politica, malgrado omicidi, pestaggi e altre forme di violenza. Sorprendentemente però nel marzo scorso il leader dello Mdc ha vinto le elezioni presidenziali, grazie ad una inaspettata capacità organizzativa e alla presenza di osservatori esterni. A questo punto Mugabe, allibito, ha rifiutato il risultato elettorale, bloccato il meccanismo istituzionale ed organizzato una seconda elezione, vincendola nella poco credibile posizione di candidato unico.

La crisi nello Zimbabwe ha danneggiato direttamente il Sudafrica, invaso da milioni di cittadini in fuga da quel paese, la cui presenza ha provocato sanguinosi pogrom anti-stranieri nelle bidonville sudafricane. Eppure il Sudafrica è sempre stato in grado di imporre allo Zimbabwe qualsiasi altra evoluzione politica, perché è il paese che fornisce l’energia elettrica e dal quale giunge il 70% di tutto quello che è indispensabile ad una vita civile ad Harare. Mbeki, inoltre, è politicamente danneggiato da questi eventi sia all’interno che all’estero. La ricerca delle ragioni del suo persistente appoggio a Mugabe sono sconfinate anche nell’ analisi del suo profilo psicologico.

Contrariamente a Mandela che non ha rancori nei confronti degli ex-oppressori bianchi, l’intellettuale Mbeki, diplomato in economia nel Sussex , risentirebbe fortemente dei giudizi negativi dei “bianchi” sugli africani, dei loro pregiudizi sulle condizioni igieniche dei “negri” o la loro ostilità ad un leader della lotta anti-coloniale, al punto di renderlo insensibile alle sofferenze derivanti da questi sentimenti agli africani stessi.

Il contesto internazionale
In seguito ai recenti scontri che si sono registrati nel paese, alle Nazioni Unite si è ripetuto uno schema abituale: il Consiglio di Sicurezza non è giunto a decisioni risolutive per l’opposizione della Russia e della Cina, ai quali si è aggiunto in questo caso anche il Sudafrica. L’Unione Europea ha aumentato il numero delle sanzioni adottate contro Mugabe e 177 dei suoi collaboratori. Ma è interessante rilevare che il 2 luglio, 53 paesi africani hanno negato a Mugabe, in ambito Unione Africana a Sharm el Sheikh, l’appoggio sempre dato ad un capo di governo africano sottoposto a pressioni esterne. Il compromesso raggiunto è stato quello di un appello per la soluzione della crisi analogo a quello che si è avuto in Kenia, con “un governo di unità nazionale”, con Mugabe Presidente che dà a Tsvangirai un potere esecutivo. Mbeki è stato incaricato di raggiungere questo risultato.

Ma lo Zimbabwe non è il Kenia ed il presidente keniota Kibaki non è Mugabe. Per quest’ultimo sono possibili soluzioni “paracadute”, presidenza onorifica o esilio dorato, ma i suoi seguaci non possono sfuggire alla responsabilità dei crimini commessi e sostengono dunque sino in fondo il tentativo del presidente di mantenere completamente il potere. Intanto a Johannsburg il 15 agosto il South African Development Community (Sadc), composto da paesi direttamente danneggiati dal caos in Zimbabwe e diretti da governi legittimati da elezioni, ha accolto freddamente Mugabe e sospinto Mbeki ad agire. La pressione africana e internazionale impedisce dunque l’uso senza limiti della violenza e così la settimana scorsa, malgrado l’arresto di alcuni deputati, ostacoli ai viaggi e altre pressioni, è stato eletto presidente del Parlamento il candidato dello Mcd, certificando così la perdita della maggioranza da parte del partito del presidente, il Zanu-PF. Mugabe mantiene una maggioranza al Senato e si accinge a governare per decreto.

Se vuole evitare l’esplosione di un nuovo conflitto, il presidente sudafricano Mbeki dovrà prendere la decisione che elude accuratamente da cinque anni. Intanto, non solo lui, ma lo stesso Sudafrica sta perdendo in questa vicenda l’aura di paese leader della democrazia nel continente africano.