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Speciale - europei e americani

Perché l’Europa preferisce Obama a McCain

10 Set 2008 - François Lafond - François Lafond

Il 2007-2008 è stato un periodo di grandi mutamenti. Anche solo il viaggio in Asia e in Europa del senatore Obama ha offerto un assaggio dell’arrivo di una nuova era tra Stati Uniti e Europa. Un ciclo sta per chiudersi, mentre ancora attendiamo di sapere con chi e come si scriverà il nuovo capitolo. Da sette anni, il German Marshall Fund, nota fondazione americana che con il suo network di 7 uffici in Europa oltre a quello di Washington è in realtà un’importante think tank internazionale, con molteplici attività, procede ogni anno a un approfondito sondaggio (Transatlantic Trends e European Elites Survey 2008) per capire l’evoluzione delle relazione transatlantiche. Questo lavoro, seguito con attenzione nelle diverse capitali, è reso possibile grazie al sostegno regolare di partner europei di tutto rilievo, come in Italia la Compagnia di San Paolo. È prevedibile che mai come quest’anno questi dati saranno studiati attentamente e commentati. Realizzata in 12 paesi europei e negli Stati Uniti, questa inchiesta permette di fare un inventario preciso, prima del cambio di inquilino alla Casa Bianca.

In Europa, i dati confermano quanto venga giudicata negativamente la gestione degli affari internazionali condotta dalla Presidenza Bush (74% di disapprovazione e 19% di approvazione). In Italia, il giudizio è più misurato, con il 27% di approvazione, ben lontano dall’11% di francesi e spagnoli, dal 12% dei tedeschi ed anche dal 17% britannico. Quando si chiede un giudizio sullo stato delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa durante l’ultimo anno, per il 29% degli europei la situazione è ancora peggiorata, rispetto al 17% che vede un miglioramento e al 46% che non ha percepito nessuna modifica. Solo in Francia, si misura un salto del 16% nei confronti dell’anno scorso: per il 33% infatti le relazione sono migliorate. Presumibilmente, è “l’effetto Sarkozy” che è in gioco, non soltanto per il mutamento di linguaggio, ma anche grazie ad un certo numero di segnali inviati all’amministrazione americana.

Ma quando si prende, paese per paese, la “temperatura” nei confronti dei propri partner (la domanda è quale sia il tasso di gradimento del partner, in una scala che va da 1 a 100), l’Italia è quest’anno il paese europeo, dopo la Romania (66), che esprime il più alto indice di gradimento nei confronti degli Stati Uniti (58), vicino al 56 dei britannici e al 55 dei polacchi. Non sarà una sorpresa il 43 della Spagna, il 47 della Francia o il 51 della Germania. Nello stesso tempo, in linea con la tradizione storico-politica, il gradimento nei confronti dell’Unione Europea è molto più alto nel Bel Paese (74) che in Germania (69), in Francia (62) e naturalmente in Gran Bretagna (52).

L’inchiesta diventa molto interessante quando cerca di capire quali siano le aspettative del dopo Bush. Nell’Europa dei 12 paesi sondati, 69% hanno un’opinione favorevole al senatore Obama mentre il senatore McCain ottiene soltanto un 26%. I dati sono ancora più impressionanti quando si guarda la situazione nei singoli paesi, come la Francia e i Paesi Bassi (85% per Obama), la Germania (83%), l’Italia (81%). Negli Stati Uniti, la situazione è meno stabile, McCain (56%) fa di poco la corsa in testa (54%), confermando che, ancora una volta, la vittoria si giocherà sul filo di lana. I dibattiti televisivi tra i candidati avranno probabilmente un ruolo chiave nell’influenzare il risultato.

Sulla stessa linea, se Obama venisse eletto, le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero migliorare secondo il 47 % (solo il 5% pensa che peggiorerebbero e il 29% che rimarrebbero uguali). Se invece si avesse una vittoria McCain, soltanto l’11% pensa che le relazione transatlantiche migliorerebbero (13% che peggiorerebbero e 49% che non cambierebbero).

Al di là di queste generiche attese, il sondaggio cerca di comprendere quale tipo di partenariato risulti più auspicabile. Alla domanda se, nel campo della sicurezza e degli affari esteri sarebbe preferibile un’Europa indipendente dagli Stati Uniti, la risposta europea è favorevole al 46%. Una minoranza immagina un più stretto partenariato con gli Stati Uniti (31%), mentre solo pochi si contentano della situazione attuale (16%). Ma ancora una volta, andando a verificare le differenze tra i paesi, il desiderio di indipendenza è più forte nei Paesi Bassi (58% contro 26%), in Francia (56% contro 34%), in Portogallo (56% contro 22%), in Germania (53% contro 25%), in Italia (52% contro 37%) e in Spagna (52% contro 37%).

La seconda parte del sondaggio, condotto nel giugno 2008, prima degli eventi nel Caucaso, permette di capire quali siano le aspettative dell’opinione pubblica, europea e americana. Secondo gli europei, la priorità numero uno del nuovo Presidente americano e dei leader del vecchio continente dovrebbe essere il terrorismo internazionale (42%), seguito dal riscaldamento climatico (41%), dai problemi economici internazionali (37%), dalla riduzione delle tensioni in Medio Oriente (28%) e dalla proliferazione delle armi nucleari (17%). L’unica notevole differenza tra americani ed europei si ritrova nella sottovalutazione da parte americana del problema del riscaldamento climatico (23 punti di differenza). Ma quando il sondaggio cerca di appurare quali siano le sfide principali del prossimo decennio, che riguarderanno direttamente la persona intervistata, la dipendenza energetica (87% per gli Usa e 82% per l’Ue), e il rallentamento economico (87% per gli Usa e 78% per l’Ue) superano il terrorismo internazionale o la paura del fondamentalismo islamico. Ancora una volta, il riscaldamento climatico vede la principale differenza tra i due (67% US e 82% Ue).

Il ruolo della Nato: si vuole sapere se questa organizzazione ha ancora un ruolo importante nel nuovo panorama della sicurezza internazionale o se se ne può fare a meno. Su questi temi è probabile che la crisi di agosto nel Caucaso possa aver modificato le percezioni raccolte a giugno. Ma è comunque sorprendente scoprire che il sostegno dell’Italia alla Nato continua a diminuire: meno 13 punti in 6 anni. Alla domanda se la struttura rimane essenziale la risposta europea è favorevole per il 57% e negativa per il 34%, con alcuni paesi come la Francia (62%, 34%), la Germania (62%, 36%), il Regno Unito (68%, 25%) e i Paesi Bassi (70%, 26%) che resistono meglio dell’Italia.

Sono comunque numerosi i dati che potranno stimolare la riflessione e la discussione tra alleati, come ad esempio quelli relativi all’approvazione dell’impegno internazionale in Afghanistan, al futuro europeo della Turchia, alla promozione della democrazia in altri paesi, o alla considerazione se il potere economico stia divenendo più importante del potere militare. Dati che possono essere oggetto di interpretazione diverse, ma ogni anno offrono comunque un formidabile strumento di lavoro e di riflessione. È quasi un luogo comune, ma le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa non possono essere viste nell’ottica tradizionale dei rapporti bilaterali tra potenze tra loro distinte ed autonome. In realtà, ancora oggi, la partnership tra queste due realtà è alla base della possibilità di raccogliere ed affrontare con successo le sfide globali.