IAI
La crisi in Georgia

L’invasione russa e l’Unione europea

2 Set 2008 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

L’invasione della Georgia da parte di forze militari russe impone un ripensamento della politica estera e di difesa europea nel medio e lungo periodo. Si è trattato infatti di un atto di guerra, compiuto con forze pesanti, che ripropone una modalità di gestione dei rapporti fra stati che alcuni in Europa consideravano, sbagliando, superata. Gli europei si trovano ora di fronte a una sfida impegnativa che richiede un’analisi attenta della crisi e delle prospettive di rapporto con la Russia.

I diversi elementi della crisi
L’imprudenza della leadership georgiana ha rappresentato solo il detonatore di una crisi che perdurava irrisolta da 15 anni e ha confermato i timori che avevano portato i principali paesi europei a negare a Tbilisi l’avvio del processo d’integrazione nella Nato.

La leadership politica russa, in particolare quella legata al complesso militare e dell’intelligence, in ultima analisi all’attuale capo del governo Vladimir Putin, ha colto subito nella crisi l’opportunità di affermare la propria visione imperiale, stuzzicando l’orgoglio nazionalista dell’opinione pubblica e mettendo in una situazione di debolezza interna il mondo degli affari più interessato alla cooperazione internazionale.

L’importanza della Georgia come paese di transito di significative fonti energetiche non dipendenti dalla Russia verso l’Europa rende la mossa russa ancora più efficace e spregiudicata. Ciò dovrebbe però spingere verso la ricerca di una soluzione del problema, invece di infondere timore. Russia ed Europa sono infatti interdipendenti. Non si tratta di un legame a senso unico.

La situazione di debolezza in cui si trovano gli Usa, dovuta ad elementi strutturali – l’amministrazione è peraltro al termine del proprio mandato – ha contribuito in larga misura al precipitare della situazione.

Gli occidentali e gli Usa in particolare pagano gli errori compiuti in passato, quali l’invasione dell’Iraq senza previo accordo e risoluzione delle Nazioni Unite, la decisione di installare difese antimissile in Europa dopo la denuncia unilaterale del trattato Abm da parte americana, e il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, che ha creato un precedente deleterio.

Da parte russa vi è la mancata comprensione dell’offerta di partnership europea e una perversa interpretazione degli esiti del vertice Nato di Bucarest dello scorso aprile. A Bucarest gli europei erano in realtà riusciti a frenare l’accesso di Georgia e Ucraina nell’alleanza, dando così un segnale di attenzione per il timore d’accerchiamento espresso dalla Russia.

La debolezza militare ed energetica e le divisioni interne hanno invece minato la credibilità delle posizioni europee.

Il rapporto con la Russia
Da questo conflitto tutti gli attori rischiano in realtà di uscire perdenti. La Georgia ha perso definitivamente il controllo di alcune parti del suo territorio e si trova con infrastrutture fortemente danneggiate e una situazione politica interna incerta, nonché migliaia di profughi da ospitare.

La Russia ha guadagnato due minuscoli territori che peraltro erano già sotto il suo controllo indiretto, ha subito una fuga di capitali e investimenti quasi senza precedenti, ha rafforzato il pericoloso precedente di una modifica unilaterale delle frontiere di uno stato sovrano (e questo nonostante si sia fermamente opposta all’indipendenza del Kosovo) e ha danneggiato enormemente la sua credibilità quale partner politico ed economico nel lungo periodo.

Gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere deboli, incapaci di controllare un alleato e di rispondere alle sfide legate all’implosione dello spazio sovietico e al difficile equilibrio fra rispetto dei confini e diritto di autodeterminazione dei popoli. La politica ideologica ed unilaterale americana si è ritorta contro la stessa amministrazione Bush, favorendo l’attitudine imperiale russa e danneggiando seriamente i principi legali e consuetudinari su cui si reggono le relazioni fra stati.

Da parte europea, si deve ora pensare al modo in cui “punire” la Russia e trasmettere forte e chiaro il messaggio che certi comportamenti non possono essere accettati, confermando allo stesso tempo la volontà di sviluppare una partnership fra eguali e non ad ogni costo. Si tratta di un esercizio difficile, complicato ulteriormente dalle divisioni fra paesi europei, dalla debolezza istituzionale dell’Unione e dell’inadeguatezza dei mezzi di risposta di cui essa dispone.

Lo sviluppo di una politica energetica comune e solidale sarebbe già di per sé una risposta importante, così come la riaffermazione del diritto di navigazione e commercio, anche a costo di inviare una forza navale nel Mar Nero. In teoria, si potrebbe anche optare per una operazione di “brinkmanship”, offrendo l’ingresso nella Nato all’Ucraina, ma ciò potrebbe aprire scenari di disintegrazione di quel paese e di ulteriore scontro con la Russia, difficili da sostenere in assenza di una forte coesione occidentale.

La crisi inoltre ha dimostrato che la capacità di reazione europea è debole e troppo dipendente dalla presidenza di turno semestrale; cosa sarebbe accaduto se l’iniziativa fosse stata in mano al governo polacco o ceco, prossimi detentori della presidenza europea? Inoltre, gli europei non avrebbero in ogni caso avuto la capacità di reagire militarmente. E ad oggi, anche una missione di peacekeeping europea sembra al di là delle possibilità, in quanto si tradurrebbe in una ratifica dell’occupazione russa in un contesto d’interposizione difficile da sostenere. L’illusione degli europei di poter fare da “mediatori” della crisi, della quale sono invece parti in causa, è solo un escamotage per mascherare una grande debolezza; non è un caso che il principale sostenitore di questa posizione sia l’anello più debole, l’Italia.

Le implicazioni per l’Europa
Il concetto di “Europa potenza civile”, disarmata ed imbelle che influenza gli altri attori internazionali grazie al suo esempio e “potere normativo” è stato stritolato dai cingoli dei carri armati russi.

Questa visione irenica da “fine della storia”, non a caso spesso supportata dagli stessi personaggi che durante la guerra fredda erano per il “disarmo unilaterale”, è pericolosa perché profondamente ideologica e irreale, con l’aggravante di generare nei potenziali oppositori, che ragionano invece in termini di potenza, l’impressione di una debolezza, invitandoli ad approfittarne.

La crisi georgiana ha ancora una volta dimostrato come un’Unione per la sicurezza sia sempre più necessaria, e come essa dipenda dallo sviluppo di una politica estera europea che non può limitarsi ad essere il minimo comune denominatore della diplomazia delle capitali. Solo un significativo livello di solidarietà intra-europea può stemperare le paure post-sovietiche dei nuovi membri e ridurre l’impatto della dipendenza energetica dei paesi più deboli in questo ambito, comprese l’Italia e la Germania.

L’intervento russo in Georgia impone anche di ripensare la pianificazione delle forze militari, confermando la necessità di mantenere forze relativamente “pesanti” in funzione di dissuasione, soprattutto per la supremazia aerea.

L’incapacità di controllare la situazione e di leggere in anticipo i segnali della crisi, elementi fondamentali per la gestione delle crisi, ripropongono con forza il problema della mancanza d’intelligence e di sistemi di sorveglianza remota, elementi essenziali per sviluppare un ruolo proattivo e non solo reattivo e per evitare di ritrovarsi sempre in ritardo e in affanno. Davanti al blocco navale russo, si conferma inoltre la necessità di mantenere la libertà dei mari con forze adeguate. Non vi è alcuna possibilità che queste capacità possano essere sviluppate a livello nazionale: la dimensione europea si mostra nuovamente essenziale.

La crisi georgiana impone all’Europa una correzione di rotta severa e rapida: solo così sarà possibile evitare che alla prossima inevitabile crisi si tornino a commettere gli stessi errori di quella che stiamo vivendo oggi.