IAI
Speciale - europei e americani

L’Europa di fronte alle elezioni americane: aspettative e cambiamenti

10 Set 2008 - P. Isernia, Stefano Braghiroli - P. Isernia, Stefano Braghiroli

La prossima fine di una delle più controverse amministrazioni americane pone una serie di interrogativi sulle conseguenze e sull’eredità che l’amministrazione di G.W. Bush lascia al futuro presidente degli Stati Uniti. Dopo otto anni in cui la politica estera americana è stata fonte di conflitto e causa del declino più drammatico nell’immagine di questo paese da quando le inchieste di opinione sono disponibili, è lecito domandarsi se questa esperienza costituirà una parentesi nei rapporti transatlantici o se invece le conseguenze negative perdureranno negli anni a venire, influenzando anche i rapporti tra la futura amministrazione e i paesi europei. E ancora, può essere importante sapere se i due candidati siano in grado, agli occhi degli europei, di superare l’eredità dell’amministrazione Bush e di riportare, anche a livello di immagine e di percezioni, i rapporti ai livelli precedenti il 2001 e se, eventualmente, vi siano specifiche differenze tra i due candidati, che li rendano, sempre agli occhi degli europei, più idonei a rappresentare e attuare questo cambiamento.

La tradizionale uscita a settembre del Transatlantic Trends 2008 e dell’European Elite Survey*, che rispettivamente sondano le opinioni del pubblico, dei parlamentari europei e degli alti funzionari della Commissione e del Consiglio europeo sui temi transatlantici, può fornire qualche elemento utile per capire meglio lo stato dei rapporti transatlantici e le aspettative circa il futuro di questi stessi rapporti in vista dei cambiamenti di amministrazione.

Va innanzitutto rilevato, anche questo anno, un forte divario nella valutazione che di questi rapporti fanno il pubblico e le elite europee. Senza alcuna apprezzabile variazione rispetto agli anni precedenti, le elite europee esprimono un giudizio sostanzialmente positivo dello stato dei rapporti transatlantici e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, mentre l’opinione pubblica europea non si è mossa dai livelli di pessimismo e scetticismo circa gli Stati Uniti e la sua leadership raggiunti a partire dal 2004. A fronte di un deciso sostegno da parte delle elite (80% degli alti funzionari comunitari e 74% dei parlamentari europei) per la leadership americana, si schiera a favore del ruolo americano nel mondo solo il 36% dell’opinione pubblica. Il pubblico è anche più favorevole ad una politica estera europea più autonoma dagli Stati Uniti, laddove le elite prediligono il mantenimento di forti legami transatlantici.

Tale percezione a livello di pubblico non sembra scaturire solamente da un’immagine negativa dell’attuale amministrazione americana (immagine condivisa peraltro anche da parlamentari e alti funzionari), ma da motivazioni più profonde: solo il 58% degli europei ritiene infatti che Stati Uniti ed Unione Europea condividano abbastanza valori comuni per una proficua cooperazione, a fronte del 88% degli europarlamentari e del 94% dei funzionari europei. Anche il giudizio circa la Nato è sulla stessa linea, mostrando uno scollamento tra elite e pubblico europeo. Allo stesso modo, una maggioranza relativa di intervistati in tutti e tre i gruppi rileva come le relazioni transatlantiche non abbiano subito significativi cambiamenti rispetto all’anno passato. In che misura questo fenomeno sia attribuibile alle conseguenze della presidenza Bush o a fattori di natura più complessa non è ancora chiaro, ed una risposta sarà possibile solamente all’indomani delle elezioni presidenziali di novembre.

Sicuramente, guardando alle possibili cause del divario tra pubblico ed elite, gioca un ruolo il diffuso malcontento nei confronti dell’attuale leadership americana. Il tasso di approvazione per l’amministrazione Bush, in linea con i risultati delle precedenti edizioni dell’EES, è infatti drammaticamente basso: del 20% tra i cittadini europei, del 27% tra gli europarlamentari, e del 12% tra i funzionari europei. Ma mentre per il pubblico questo giudizio sembra estendersi anche agli Stati Uniti e alle sue politiche nel complesso, per le elite europee il giudizio negativo non intacca la valutazione sostanzialmente positiva del ruolo degli Stati Uniti nel mondo e l’importanza attribuita alla partnership transatlantica.

In che modo il futuro presidente potrebbe cambiare questo stato di cose, mostrando che la crisi transatlantica è in grado di essere superata e non rappresenta un vincolo per le future politiche nelle quali americani ed europei sono impegnati insieme? Se guardiamo al prossimo futuro, possiamo rilevare come – a fronte di una sostanziale simpatia per entrambi i candidati alla presidenza – una significativa maggioranza di rispondenti in tutti e tre i gruppi riponga maggiori aspettative nei confronti di Barack Obama. Il candidato democratico viene visto con favore dal 75% del pubblico europeo, dall’84% degli eurodeputati, e dal 91% dei funzionari di Bruxelles; per contro, il candidato repubblicano John McCain raccoglie rispettivamente il 29, il 55, ed il 51 percento di opinioni favorevoli.

Ma ancora più interessante è il fatto che il giudizio sui candidati sembra condizionare le aspettative future degli europei nei confronti della partnership transatlantica. La maggioranza dei rispondenti dei tre gruppi è più ottimista verso il futuro delle relazioni transatlantiche in caso di vittoria di Obama, rispetto all’eventualità di un successo repubblicano. Nel pubblico europeo, solo il 13% si aspetta che le relazioni transatlantiche miglioreranno se McCain vince, contro il 51% che pensa lo stesso se Obama vince. Analogamente, tra i parlamentari, il 30% si aspetta un miglioramento dei rapporti transatlantici con McCain, ma il 62% con Obama e tra gli alti funzionari le percentuali sono rispettivamente del 42% e del 77%.

Che questo divario tra pubblico ed elite sulla natura e il futuro dei rapporti transatlantici non sia da attribuire a fattori strutturali, ad esempio la diversa competenza e conoscenza dei problemi internazionali delle elite parlamentari e tecniche rispetto al pubblico generale, quanto piuttosto a diverse aspettative e valutazioni della situazione attuale, può essere inferito dal fatto che quando spostiamo l’attenzione alla definizione delle priorità di politica estera ed alla gestione delle minacce alla stabilità internazionale si registra una sostanziale comunanza di vedute tra pubblico ed elite politiche.

Sia l’opinione pubblica che le elite europee percepiscono le minacce legate al cambiamento climatico ed a periodiche crisi economiche internazionali come preoccupazioni prioritarie. I cittadini europei (il 40% del campione) sono più preoccupati del terrorismo internazionale rispetto alle elite europee (13%), mentre queste ultime indicano piuttosto tra le priorità l’attenuazione delle tensioni in Medio Oriente (36% dei parlamentari e 43% degli alti funzionari comunitari). È poi significativo, che – a fronte di un crescente uso politico delle risorse naturali – una chiara maggioranza di rispondenti di tutti e tre i gruppi identifichi nella dipendenza energetica del vecchio continente la minaccia capace di influenzare più direttamente le loro vite.

L’inchiesta transatlantica dedicava anche una certa attenzione alla Russia. Sebbene l’indagine sia stata completata prima dello scoppio delle ostilità tra Russia e Georgia, si registra una crescente preoccupazione, più marcata a livello di elite politiche, sul ruolo di Mosca nello scacchiere internazionale. Gli aspetti che destano maggiore inquietudine riguardano le forniture di risorse energetiche (condivisa dal 90% delle elite europee), l’indebolimento della democrazia in Russia (83%), e l’atteggiamento della Russia verso le repubbliche ex-sovietiche (84%). È degno di nota come, sorprendentemente, i rispondenti provenienti dai nuovi stati membri dell’Europa centro-orientale si dimostrino meno inclini a esprimere preoccupazione verso la Russia rispetto alla controparte occidentale.

Infine, va segnalato che, accanto alle fratture tra pubblico ed elite, ne esistono anche all’interno di ciascuno dei due gruppi (eletti ed elettori). In particolare, si confermano anche questo anno come rilevanti due assi di divisione, uno più tradizionale l’altro più recente, che attraversano il panorama politico europeo: la frattura tra sinistra e destra e quella tra anti-europeisti e pro-europeisti. L’effetto di tali divisioni è più marcato tra i parlamentari che non tra gli elettori, ma esse emergono in entrambi i gruppi. La dimensione sinistra-destra gioca un ruolo particolarmente rilevante nella definizione degli atteggiamenti in merito alle relazioni transatlantiche. La percezione del ruolo dell’Alleanza Atlantica, così come il sostegno alla leadership statunitense, sono fortemente influenzate da tale dimensione: con elettori e parlamentari di centro-sinistra sistematicamente più scettici nei confronti dei rapporti atlantici e del ruolo di Washington nella sfera internazionale rispetto a quelli di centro-destra.

Al contrario, sui temi intra-europei alla frattura sinistra-destra si aggiunge quella tra euro-scettici ed euro-ottimisti. Ad esempio, a proposito dell’allargamento alla Turchia, non solo la sinistra è più favorevole e la destra meno favorevole all’ingresso della Turchia nella Ue, ma gli euro-scettici sono sistematicamente meno inclini ad appoggiare l’ingresso in Europa rispetto agli euro-ottimisti. E, di nuovo, a proposito del sostegno per un rafforzamento della dimensione militare dell’Unione, il 38% dei parlamentari euro-scettici sostiene un aumento delle spese a livello nazionale, mentre tale sostegno si riduce al 9% del campione quando tali spese sono per rafforzare la difesa europea.

Le elite politiche europee hanno di fronte a loro un anno particolarmente complesso. Verranno infatti chiamate a colmare la distanza con il loro pubblico circa la natura dei rapporti transatlantici, di fronte ad una nuova amministrazione americana (e quale essa sarà, avrà effetti diversi sulla capacità delle elite europee di collaborare con essa) ed a dover gestire le conseguenze delle complesse divisioni all’interno del panorama politico europeo in un anno di elezioni europee, che costituiscono un test importante della capacità del parlamento europeo di incidere nella vita politica del continente.

* Il Transatlantic Trend Survey è un’inchiesta annuale sui rapporti transatlantici condotta, a partire dal 2002, dal German Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di San Paolo con il sostegno della Fundacao Luso-Americana, Fundacìon BBVA e della Tipping Point Foundation in 12 paesi europei e gli Stati Uniti.
Lo European Elites Survey, condotto dal Centro Interdipartimentale di Ricerca sul Cambiamento Politico (CIRCaP) dell’Università di Siena, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, dal 2006 confronta le opinioni di 180 membri del Parlamento europeo (Mpe), di 50 alti funzionari della Commissione, e di 50 alti funzionari del Consiglio europeo con quelle dei cittadini scelti degli undici stati membri (Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Spagna, e Regno Unito) del Parlamento europeo. I rapporti sono disponibili rispettivamente su www.transatlantictrends.org; http://www.gips.unisi.it/circap/ees_overview e www.affarinternazionali.it.