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Politica energetica

Alla politica energetica dell’Ue manca una forte politica estera comune

22 Set 2008 - Paolo Natali - Paolo Natali

Il primo rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) sulla politica energetica dell’Unione europea, promuove la Ue con profitto, anche se più sulla base delle potenzialità che dei risultati. Ciò che più colpisce nel rapporto pubblicato ai primi di settembre, tuttavia, sono le affermazioni con le quali l’Agenzia si è espressa a volte lodando il coraggio della Ue, altre volte spronandola a fare di meglio.

Più nucleare
Il primo ambito su cui, un po’ a sorpresa, i mandarini di Bruxelles sono stati redarguiti è lo sviluppo dell’energia nucleare. A fronte dei piani di alcuni paesi per lo smantellamento graduale degli impianti – e della polemica seguita alle perdite riportate da alcuni reattori in Francia all’inizio dell’estate -, gli analisti Iea hanno preferito segnalare positivamente l’intenzione di altri membri Ue di sviluppare questa forma di energia spronando l’Unione ad assecondare queste tendenze. E non senza cognizione di causa: come è ben noto, l’Unione sta da lungo tempo interrogandosi sulla problematica della sicurezza energetica e su come migliorare la stabilità della curva di offerta, a fronte di una domanda che pare sempre in crescita, indipendentemente dal prezzo.

Valutati tutti i pro e i contro, specialmente sul piano ambientale e su quello dei rischi per la salute, l’energia derivata da fissione nucleare sembra offrire in assoluto le migliori garanzie tra le fonti che, nel mix energetico, possono verosimilmente superare il 20%. Questo ragionamento include anche gli avveniristici programmi Ue per lo sviluppo delle fonti rinnovabili che, per quanto lodevoli e augurabili, per ora rimangono legati a un futuro remoto: il 2020 auspicato dalla Commissione sembra più un lancio del cuore oltre l’ostacolo che una scadenza realmente credibile. Dalla rivoluzione francese ad oggi, infatti, nessuno è mai riuscito a prevedere con precisione lo scenario geopolitico dei dieci anni successivi, men che mai nel campo del consumo energetico.

La posizione Iea sembra dunque spronare la Ue a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia: va ricordato che l’Euratom, la comunità per lo sviluppo dell’energia atomica, porta la data di nascita dell’Unione stessa (allora Comunità economica), con i Trattati di Roma del 1957. Curioso il parallelo storico: negli anni ’50, alla promozione del nucleare veniva attribuita una rilevanza strategica nel garantire una minor dipendenza dal carbone, che insieme al ferro costituiva una risorsa altamente richiesta e la cui presenza in zone di confine aveva, purtroppo, contribuito a motivare entrambe le guerre mondiali. Al giorno d’oggi, un ritorno al nucleare viene sostenuto soprattutto da chi vi vede un passo verso l’autonomia da paesi e regimi che costituiscono una minaccia, quando non prettamente terroristica, quantomeno ai valori della democrazia e dei diritti umani, oltre che alla stabilità economica. Ma un migliore uso pacifico della fissione atomica varrebbe molto più di questo: contribuirebbe infatti ad un futuro più pulito, oltre che a stimolare la ricerca verso una nuova tecnologia a fusione nucleare, incontrastata speranza di lungo termine per la garanzia di energia verde e illimitata.

Lo stoccaggio di anidride carbonica
La seconda opinione forte espressa dalla Iea – anche qui a sorpresa – è un giudizio positivo sul Ccs, la tecnologia di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica sulla quale l’Unione, a partire da quest’anno, ha scelto di investire molto. Piuttosto che cercare di limitare le emissioni attraverso la promozione di fonti alternative o l’introduzione di quote di emissione, la Ue ha infatti scelto di investire su questa tecnologia, che permette di catturare le emissioni e stoccarle sottoterra, spesso nei medesimi siti dai quali gli idrocarburi sono stati estratti, in quella che la Iea definisce “una tecnologia chiave per indirizzare le sfide climatiche oltre il 2020, non solo nella Ue bensì a livello globale”.

Quest’ultima osservazione offre lo spunto per riflettere su un problema che i lobbisti del carbone utilizzano spesso, purtroppo a ragione: anche se la Ue si comportasse secondo le proprie ambiziose aspettative, rimane il fatto che l’Europa produce un mero 10-15% dell’inquinamento globale da anidride carbonica, gran parte del quale proviene da Paesi meno sviluppati (economicamente quanto politicamente), le cui economie funzionano prevalentemente a carbone. Per quale motivo la Ue non promuove seriamente, tra i propri obiettivi di politica estera, un’esportazione di concetti quali l’efficienza energetica, la diversificazione delle fonti e la limitazione delle emissioni?

La risposta può essere duplice. Il primo motivo è che il rispetto dell’ambiente è una politica di terza generazione, viene cioè dopo il riconoscimento di certe libertà civili e la promozione di una certa equità economica, ed è quindi chiaro che i piani di sviluppo non possono che rispettare questa scala di priorità (anche se la Banca Mondiale ultimamente ha iniziato a promuovere progetti per la “mitigazione” del cambiamento climatico, che prima era solo trattato in chiave di “adattamento”).

Ma la seconda risposta è che la Ue stessa è debole in politica estera e non può quindi permettersi di perseguire altro che i fondamentali, succitati, obiettivi prioritari dello sviluppo. In un certo senso, dunque, la migliore azione ambientale che l’Unione potrebbe intraprendere nei prossimi anni, piuttosto che concentrarsi soltanto su una specie di “ambientalismo in un solo Paese”, sarebbe quella di costruire una voce solida in politica estera, capace di “imporre” all’esterno determinati standard che all’interno del mercato comune stanno funzionando bene, come viene confermato anche dal rapporto Iea. Infatti, la barriera esterna comune funziona molto bene nel contrastare l’ingresso di merci e fattori di produzione, mentre non può né trattenere l’aria pulita, né impedire l’accesso di piogge acide originate in Cina. In questo modo, lo sviluppo di quest’ultimo Paese – così come quello di molti altri – diviene un compito di cui l’intera umanità dovrebbe prendersi carico, Europa compresa.

A fronte di utili indicazioni concrete riguardo alle strade da intraprendere per promuovere il nucleare e soluzioni pulite per il consumo di idrocarburi, il rapporto non parla di quale possa essere il cammino politico per portare Commissione e stati membri ad accordarsi sulla creazione di un più forte coordinamento in ambito energetico e di politica estera. D’altra parte, sarebbe stato impossibile: lo studio è stato completato prima del “no” irlandese a Lisbona e, ovviamente, prima del conflitto in Georgia; tutto questo a conferma del fatto che le previsioni a lungo termine in questo campo sono spesso effimere. Le condizioni ideali per stimolare sviluppi politici in questo senso? Una Commissione forte, una minaccia esterna in agguato, e un paio di presidenze consecutive in mano a paesi piccoli. Se si riesce a non fare il solito pasticcio per quanto riguarda la prima condizione, e se la Russia conferma le aspettative che ha creato nelle ultime settimane, il 2009 potrebbe paradossalmente diventare un anno buono per la politica energetica europea.