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La Georgia dopo la guerra

Verso la Nato, ma a che prezzo?

24 Ago 2008 - Andrea Carteny - Andrea Carteny

La disputa sull’Ossezia del sud, un territorio di neanche 4 mila kmq, con circa 70 mila abitanti, ha improvvisamente catapultato il Caucaso sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. In un precedente contributo su questa rivista avevamo suggerito l’adesione della Georgia alla Nato come un’alternativa alla sua “neutralizzazione”, proponendo, in particolare, una membership di tipo gaullista, vale a dire dentro l’Alleanza, ma fuori dal comando integrato Nato. L’escalation bellica in Georgia (intervento militare georgiano in Ossezia del sud, risposta militare russa, invasione del territorio georgiano con blocco di porti, aeroporti, linee ferroviarie e distruzione di infrastrutture militari e civili) non era facilmente prevedibile, ma se ne intravvedevedano i presupposti già all’inizio di quest’anno .

Molto è cambiato in Georgia negli ultimi anni. Dalla “rivoluzione delle rose” del novembre 2003 che portò Mikheil Saakashvili al potere alle contestazioni dell’opposizione dello scorso autunno il clima politico si è venuto deteriorando. Nel gennaio di quest’anno Saakashvili ha vinto le elezioni presidenziali al primo turno con oltre il 50% dei voti (lasciando al secondo candidato il 25%) e il suo Movimento Nazionale ha vinto le parlamentari di maggio con oltre il 60% dei voti: risultato contestato dall’opposizione, ma che gli ha assicurato il controllo dei 2/3 dell’assemblea. In entrambe le campagne elettorali i punti forti del suo programma sono stati da un lato la riconquista delle regioni separatiste, dall’altro l’adesione alle strutture euro-atlantiche, in primis la Nato. Non a caso il presidente georgiano, fin dal suo primo appello televisivo al cessate il fuoco, ha parlato con dietro le spalle, ben visibile, anche la bandiera dell’Unione europea.

Il prezzo della mancata “finlandizzazione”
Il legame privilegiato di Tbilisi con Washington ha fatto supporre che Washington fosse al corrente del piano di attacco georgiano contro l’Ossezia del sud anche se, secondo molti resoconti, sembra invece che gli americani abbiano cercato in varie occasioni di dissuadere Saakashvili da un simile azzardo. I russi, però, soprattutto con le operazioni militari in Abkhazia, hanno immediatamente esteso lo scontro a tutta la Georgia. Ma una delle conseguenze della reazione russa è di aver reso ancora più remota l’ipotesi di una Georgia neutrale.

Il pesante intervento russo ha infatti suscitato un’ondata di indignazione in quasi tutto il mondo e Tbilisi è oggi convinta – nonostante la perdurante occupazione di parti importanti del suo territorio – di poter procedere verso una qualche forma di membership atlantica più di quanto non lo fosse prima del conflitto. Quanto sia fondata questa scommessa georgiana lo si vedrà già nel prossimo futuro. Ma è chiaro che Tbilisi tende ora a dare ancora meno importanza ai “profeti disarmati”dell’Europa, come li ha chiamati Panebianco sul “Corriere della Sera”, malgrado il ruolo chiave giocato in questa crisi da Sarkozy e dall’Ue, e sembra decisamente puntare su un supposto “asse privilegiato” con Washington, da cui si aspetta un decisivo sostegno politico e militare.

Se la leadership georgiana ha giocato una carta così rischiosa è anche perché ha cercato di usare il nemico esterno per ricompattare il fronte interno. L’opposizione politica, la crisi economica e le altre questioni autonomistiche aperte – dall’autonoma Ajaria, sulla costa meridionale, allo Javakheti armeno, nel sud del paese – sono problemi non facili da risolvere. Il rischio però è che nell’emergenza dello stato di guerra la Georgia possa scivolare sempre più verso un modello di regime autoritario: la censura sulle notizie riguardanti l’operazione in Ossezia del sud, il controllo poliziesco sui leader della minoranza armena del sud (che conta circa 200 mila persone), la difficoltà a controllare le frange più nazionaliste che chiedono la riduzione dell’autonomia dell’Ajaria (l’unica regione autonomista che nel post-comunismo sia tornata sotto l’amministrazione di Tbilisi) non sono giustificabili per una democrazia liberale, europea ed atlantica.

Peraltro, l’intero territorio dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia è ora in mano ai russi e ai secessionisti. Fino al 7 agosto la parte meridionale dell’Ossezia del sud era invece sotto controllo georgiano, così come le gole di Kodori nel nord-est del territorio abkhazo: dopo l’avanzata militare in Sud-Ossezia e Abkhazia, invece, entrambe le zone, dopo furiosi combattimenti, sono passate sotto controllo russo e delle milizie secessioniste. Va ricordato che in seguito agli scontri etnici del 1992-1993, rimanevano in Abkhazia solo 40 mila georgiani sui 240 mila che popolavano in precedenza la regione; anche in Ossezia del sud, solo 1/3 circa dei 70 mila abitanti era georgiano. Le due regioni avevano dichiarato l’indipendenza dalla Georgia rispettivamente nel 1991 e 1992, reagendo al nazionalismo dell’allora presidente georgiano Zviad Gamsakhurdia. In 15 anni, inoltre, è stata concessa la cittadinanza russa a gran parte delle popolazioni non georgiane di queste regioni e Mosca non ha esitato a sostenere che il suo intervento mirava a proteggere i propri concittadini.

Salvare la Georgia dai nemici esterni, ma anche da se stessa
In tale contesto non può cadere nel vuoto l’appello lanciato dalla franco-georgiana Salomé Zourabishvili, già ministro degli esteri nella prima amministrazione Saakashvili e uno degli attuali leader dell’opposizione, affinché in Georgia siano pienamente ripristinati i diritti civili e politici.

Effettivamente anche il coinvolgimento dei leader dell’opposizione e di stimate personalità pubbliche – come l’ex speaker del parlamento Nino Burjanadze – in un governo di unità nazionale potrebbe essere l’inizio di un reale progresso democratico e politico. La “perdita” de facto di territori – come l’Ossezia del sud e l’Abkhazia – più che alimentare derive nazionaliste e vittimismo storico, dovrebbe spingere una leadership forte e legittima a impegnarsi in un negoziato pragmatico, evitando l’errore della difesa tout court delle frontiere nazionali sul confine geografico del Caucaso. Alla fine della prima guerra mondiale l’Ungheria si attestò sulla difesa ad oltranza dei confini prebellici con il risultato che alla fine oltre 3 milioni di ungheresi rimasero fuori dai territori nazionali. In tempi più recenti la Serbia, puntando al mantenimento dell’intero Kosovo, la cui popolazione è in stragrande maggioranza albanese, si è preclusa la possibilità di ottenere che restassero fuori dal nuovo Stato indipendente le zone abitate prevalentemente da comunità serbe, in particolare quella settentrionale di Mitrovica.

Analogamente, il governo georgiano dovrebbe puntare alla spartizione di Abkhazia e Ossetia del sud, negoziando il ritorno sotto sovranità georgiana delle regioni più vicine e abitate maggiormente da georgiani (come la zona costiera di Gali in Abkhazia) in cambio del riconoscimento all’autodeterminazione di abkhazi e osseti. La prospettiva di perdere territorio in cambio di una nuova stabilità e omogeneità nazionale (“lost territory, found nation”) può alla fine essere meno inaccettabile che la militarizzazione della società georgiana sine die. Tra l’altro se in Georgia si affermasse un regime autoritario e bellicoso la prospettiva di una sua piena integrazione in Occidente si allontanerebbe e riemergerebbe il rischio della temuta “neutralizzazione”.