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Sicurezza e difesa

La riforma della difesa in Francia e Gran Bretagna: un’opportunità per l’Italia?

8 Ago 2008 - Filippo Chiesa - Filippo Chiesa

Negli ultimi mesi la Francia e il Regno Unito hanno annunciato una serie di programmi volti a riformare i loro modelli di difesa per renderli più flessibili e più adatti ad affrontare le nuove sfide internazionali. Le riforme riguardano la ristrutturazione interna delle forze armate alla luce anche degli impegni nell’ambito della Nato e dell’Ue. Dall’analisi di queste riforme emergono indicazioni utili anche per un ripensamento del modello di difesa italiano che riduca i rischi di una marginalizzazione del nostro paese rispetto agli altri grandi paesi europei.

Personale, investimenti e capacità di proiezione

La ristrutturazione più significativa che si prospetta nel prossimo decennio è quella francese. Il Livre blanc presentato dal presidente Sarkozy nel giugno 2008 prevede misure che aumenteranno il livello di preparazione, la versatilità e la capacità di proiezione delle forze armate francesi. Le riduzioni di personale previste – di circa 54.000 unità – permetteranno al paese di trovare le risorse finanziarie per investire in programmi di addestramento e nuovo equipaggiamento militare. L’obiettivo è di rafforzare significativamente la capacità di intervento delle forze armate francesi al di fuori dei confini nazionali.

Da parte britannica, la capacità di proiezione è tradizionalmente stata l’obiettivo centrale delle forze armate. Tuttavia i recenti impegni in Afghanistan e in Iraq hanno spinto il ministero della Difesa a delineare, nel marzo del 2008, una nuova strategia di sicurezza e difesa nazionale (National Security Strategy of the United Kingdom ) che prevede, tra l’altro, un aumento degli investimenti per la difesa, il cui bilancio continuerà a crescere in termini reali fino al 2010-2011. Anche nel caso del Regno Unito l’obiettivo principale è quello di raggiungere maggior flessibilità, adattabilità e coesione tra le forze armate.

A ben guardare, obiettivi strategici (capacità di proiezione) e piani di spesa (maggiori investimenti) accomunano le politiche di difesa dei due paesi. Benché la Francia preveda un aumento della spesa per la funzione difesa in termini reali solo a partire dal 2012, le risorse per investimenti e addestramento verranno trovate già per i prossimi quattro anni grazie alla ristrutturazione delle forze armate.

Che cosa fa nel frattempo l’Italia? La manovra economica triennale presentata il 6 agosto 2008 dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti prevede tagli consistenti al bilancio della difesa: più di 2 miliardi e mezzo di euro in tre anni. I tagli colpiranno soprattutto la spesa corrente (1,7 miliardi) – la spesa che garantisce manutenzione e addestramento – e gli investimenti (816 milioni). La drasticità di queste misure è stata peraltro denunciata dal ministro della difesa Ignazio La Russa in un’intervista alla Repubblica del 7 agosto. “Il governo mi dovrà dire quali missioni italiane all’estero tagliare”, lamenta il ministro. La Russa prevede a ragione che, in conseguenza dei tagli, aumenteranno le difficoltà di mantenere i nostri soldati in Afghanistan, Kosovo e Libano con l’ equipaggiamento e il livello di addestramento necessari. Dicendosi però contrario a ridurre gli impegni internazionali del paese, il ministro propone invece una razionalizzazione della spesa. Ma le razionalizzazioni di cui parla La Russa appaiono limitatissime: unificare la produzione di divise e ridurre il numero delle riviste dei vari corpi delle forze armate. Non si razionalizza in sostanza dove osano invece razionalizzare i francesi: sugli esuberi di personale, che da noi riguardano soprattutto i ranghi più alti delle forze armate .

Collocazione internazionale di Francia e Regno Unito: verso una convergenza?
Le posizioni di Francia e Regno Unito su Nato e Ue sono sempre state i due estremi di un continuum di posizioni europee su politiche estere e di difesa. Da un lato la Francia, che ha sempre avuto una posizione più indipendente ed europeista e che con De Gaulle decise di ritirare la sua presenza dal comando militare integrato della Nato. Dall’altro il Regno Unito, che ha tradizionalmente osteggiato lo sviluppo di capacità di comando e di pianificazione militare dell’Ue, privilegiando invece le strutture dell’alleanza atlantica. Tuttavia gli ultimi documenti di difesa dei due paesi sembrano prefigurare una convergenza. La Francia si dice pronta a rientrare nel comando militare integrato della Nato e a contribuire con più risorse e truppe alle missioni dell’Alleanza. Al tempo stesso il Livre blanc francese invoca la creazione di una forza militare di 30.000 uomini in seno all’Ue, formata da contingenti nazionali da collocare però sotto le future capacità di comando e pianificazione militare dell’Unione. La Francia tende quindi a considerare Nato e Ue complementari per le future strategie di difesa del continente europeo, pur non rinunciando al suo tradizionale obiettivo di dotare l’Ue di capacità autonome di pianificazione e direzione delle operazioni militari.

La Gran Bretagna, pur ribadendo la centralità della Nato, si dice disposta a lavorare per rafforzare anche la politica estera e di sicurezza comune dell’Ue. Anche il ministero della Difesa britannico ha invocato una “maggior cooperazione” tra le due organizzazioni, annunciando la volontà del governo di lavorare per il rafforzamento di entrambe.

La convergenza delle due posizioni sarà da verificare negli anni a venire. Se si trattasse di una convergenza effettiva, rappresenterebbe una novità significativa per il sistema di relazioni europee e transatlantiche. Qualora gli Stati Uniti accettassero il piano francese di dotare l’Ue di capacità di comando e pianificazione militare autonome – una eventualità che diviene più probabile in tempi di overexpansion e crescenti difficoltà a sostenere i costi delle missioni all’estero da parte degli Stati Uniti –,anche la Gran Bretagna potrebbe sostenere più agevolmente un rafforzamento dell’Ue. E con la Francia che si dice già oggi pronta a una partecipazione più attiva all’interno della Nato, si potrebbe prospettare anche un asse di riforma franco-britannico per il sistema difesa dell’area euroatlantica.

L’Italia potrebbe avere un ruolo di mediazione e favorire tale convergenza. D’altronde il nostro paese ha sempre avuto una politica estera integrazionista sul piano europeo e atlantista sulla scena internazionale. Per citare l’articolo apparso su questa rivista di Sergio Romano, ( lo slancio europeista e l’amicizia trans-atlantica sono tradizionalmente state, da De Gasperi a Prodi, due principi guida per la nostra politica estera. Il rischio è che l’attuale governo italiano completi il “rovesciamento delle priorità tradizionali” della politica estera italiana già iniziato dal precedente governo Berlusconi, di cui parla Romano: un atlantismo di immagine più che di sostanza rischia di lasciare il nostro paese isolato nel quadro europeo. Rischieremmo di ritrovarci di fatto meno europeisti della Gran Bretagna e meno influenti presso Washington della Francia: un doppio handicap che sarebbe deleterio per la nostra credibilità europea e internazionale.

Un cambiamento necessario
Le riforme dei modelli di difesa intraprese in Francia e Regno Unito offrono al nostro paese una duplice opportunità. Da un lato ci forniscono un exemplum efficace per la ristrutturazione delle forze armate di cui anche il nostro paese avrebbe bisogno, e ci ricordano la necessità di reperire risorse aggiuntive (anche attraverso razionalizzazioni più coraggiose di quelle attualmente previste) per garantire un’adeguata capacità di proiezione alle nostre forze armate. Dall’altro, vi è l’opportunità per l’Italia di mediare tra le posizioni di Francia e Regno Unito su Nato e Ue, sostenendo la convergenza delle posizioni che si sta già prefigurando. Gli attuali orientamenti di politica estera e di difesa del governo non sembrano però dare adeguato rilievo a queste opportunità. E’ augurabile che i nostri politici non tardino oltre ad accorgersene. Anche nel settore della difesa, più si rinviano le riforme, più risulterà politicamente e economicamente oneroso attuarle quando non potremo fare a meno di mettervi mano.