IAI
Politica della difesa

‘Emergenze civili’ e ruolo delle Forze Armate

19 Ago 2008 - Michele Nones - Michele Nones

Visto il riemergere del dibattito sull’impiego civile delle Forze Armate italiane, riproponiamo un articolo di Michele Nones sul tema.
Da tempo siamo in molti a sostenere che manca in Italia una cultura della difesa. Quanto sta accadendo quest’estate ne sta dando un’ulteriore conferma. Le Forze Armate, e in particolare l’Esercito, dapprima sono state mandate a presidiare le discariche in Campania, poi a supportare le forze dell’ordine nel controllo delle grandi città, adesso qualcuno ipotizza il loro impiego per far applicare la normativa anti-infortunistica sui luoghi di lavoro e soprattutto nei cantieri edili. Si tratta di problemi reali e gravissimi, ma non possono essere fatti passare per emergenze, per lo meno secondo gli standard internazionali che presuppongono, invece, eventi eccezionali non prevedibili dalle autorità.

In tutti questi casi i problemi sono da decenni sotto gli occhi di tutti, politici inclusi, sempre che, ovviamente, li si fosse voluti vedere. Ma ammettiamo pure che si voglia estendere il concetto di emergenza. Si devono allora considerare tutte le conseguenze previste dal nostro ordinamento, e governo e parlamento dovrebbero assumersene la responsabilità. Inoltre, il concetto di emergenza è, in un paese democratico, intrinsecamente legato a quello di temporaneità: ciò esclude un utilizzo sistematico e permanente delle soluzioni adottate per far fronte all’emergenza. Bisogna, quindi, stare molto attenti a qualificare come emergenza un qualsiasi problema, anche grave, che richieda una soluzione.

Nel nostro ordinamento le Forze Armate sono chiamate ad assicurare la difesa del paese e “svolgono compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità e urgenza”. Ma se non si tratta di circostanze identificabili come emergenze, non è chiaro quale ruolo vi debbano svolgere le Forze Armate. Si pongono, quindi, una serie di interrogativi ai quali qualcuno prima o poi dovrà dare risposta. Vediamone alcuni fra i più significativi.

Le attività in cui sono state o potrebbero essere coinvolte le Forze Armate richiedono un addestramento specifico. Non a caso anche i militari, quando vengono selezionati per entrare nei Corpi armati dello Stato, devono partecipare ad appositi programmi di addestramento. Inoltre il loro addestramento è molto più costoso di quello dei loro colleghi in divisa. Utilizzarli per compiti diversi da quelli per cui vengono preparati è un vero e proprio spreco.

Nella vita militare la motivazione è il principale incentivo. Una parte dei giovani si arruolano nella prospettiva di passare poi alle forze dell’ordine, ma gli altri, e soprattutto sottufficiali e ufficiali, lo fanno come scelta di vita, consapevoli dei rischi e delle soddisfazioni che possono derivarne. Un sottoutilizzo per svolgere compiti che altri possono fare meglio di loro (peraltro senza i sacrifici che caratterizzano la vita dei militari sul piano umano, familiare e sociale), rischia di compromettere il delicatissimo meccanismo della motivazione.

C’è di più. Utilizzare i militari in modo sistematico per far fronte ad ogni pseudo-emergenza civile può far pensare che in realtà non servano tutti per la difesa del paese. Se un modello di difesa basato su 190.000 uomini è ritenuto superato, bisogna avere il coraggio di ammetterlo, assumendo tutte le conseguenti iniziative per ridurlo ad una dimensione più sostenibile, come alcuni di noi ricercatori presso lo IAI da molti anni sosteniamo. Ma bisogna fare attenzione alla distribuzione del personale. Quello in eccesso è fra i marescialli e gli ufficiali. Se ne favorisca, dunque, il reimpiego nelle attività amministrative dei Corpi armati dello Stato, liberando risorse più adatte ai loro compiti operativi. Oltre tutto, in questo modo, il loro costo passerà correttamente ad altri dicasteri, rendendo disponibili risorse che sono indispensabili per la sopravvivenza del nostro strumento militare. C’è, invece, il rischio che questo impiego straordinario delle Forze Armate sul fronte civile finisca con l’assorbire fondi dallo stesso Bilancio della Difesa.

Soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda si è diffusa in Italia una fuorviante ideologia pacifista che ostacola una seria discussione dei problemi della difesa. Così le missioni internazionali sono state ufficialmente etichettate come “missioni di pace”, anche quando era chiaro a tutti che si sarebbe dovuto sparare; per non spaventare l’opinione pubblica si è applicato il Codice militare di pace anziché quello di guerra che tutela molto meglio le popolazioni civili coinvolte; in parlamento si è ripetutamente discusso sulla natura “difensiva” e non “offensiva” degli equipaggiamenti militari che venivano acquistati, per citare solo alcuni esempi. Alla base di questa posizione, che ha coinvolto partiti dell’estrema sinistra, verdi e movimenti pacifisti cattolici, vi è stato e vi è il rifiuto della cultura della difesa. Quest’ultima vede la presenza di un moderno ed efficace strumento militare come il migliore deterrente per preservare la pace. Servono quindi Forze Armate efficienti e preparate, costantemente impegnate nel mantenere un’elevata capacità operativa attraverso l’addestramento degli uomini e la loro preparazione, anche psicologica, ai difficili e pericolosi compiti che li attendono. La presenza di queste posizioni ha creato non pochi problemi ai governi di centro-sinistra e c’è voluto tutto l’impegno delle componenti più responsabili delle loro maggioranze per evitare conseguenze troppo negative sulla nostra politica militare.

Colpisce che un atteggiamento non così diverso sia riscontrabile proprio in quella parte dell’attuale maggioranza di centro-destra che molti ritenevano e ritengono più sensibile alla necessità di far crescere nel nostro paese la cultura della difesa. Ma a furia di teorizzare l’impiego delle Forze Armate in attività civili si rischia di arrivare allo stesso risultato perseguito dai movimenti pacifisti.

Nei prossimi mesi bisognerà approvare la nostra partecipazione alle nuove fasi di importanti programmi internazionali in corso (3? tranche dell’Eurofighter, produzione iniziale del Jsf, continuazione delle Fremm, produzione del Meads, ecc.) e la prosecuzione di alcuni fondamentali programmi nazionali (Lince, Freccia, soldato futuro, Csar, M 346). Si tratta di equipaggiamenti indispensabili per mantenere i nostri impegni nelle missioni internazionali e per assicurare lo sviluppo delle capacità tecnologiche e industriali del nostro paese. Non sarà facile per il ministro della Difesa convincere il suo collega dell’Economia, il governo e il parlamento che si tratta di esigenze incomprimibili se la percezione del ruolo delle Forze Armate che si sta affermando è un misto fra ruolo dei Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine e Vigili Urbani (senza ovviamente sottovalutare alcuno di questi organismi). Per queste finalità non serve nessuno degli equipaggiamenti elencati, ma, in fondo, non serve nemmeno avere delle Forze Armate.