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Unione europea

Elezione “diretta” del Presidente della Commissione europea?

8 Ago 2008 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

La prossima tornata elettorale per il Parlamento europeo si avvicina rapidamente. Nel giugno del 2009 i cittadini dei 27 stati membri dell’Ue saranno chiamati ad eleggere i propri rappresentanti a Strasburgo. Basta la prospettiva di questa semplice scadenza per mobilitare l’elettorato europeo?

Favorire la partecipazione
La risposta, nei fatti, è negativa: dalle prime elezioni dirette del 1979 alle ultime del 2004 la percentuale di votanti è scesa dal 66% al 48% e ciò malgrado i successivi allargamenti dell’Ue a nuovi paesi, che avrebbero dovuto portare ai seggi cittadini “entusiasti” dell’adesione. Neppure hanno funzionato i programmi, spesso molto dettagliati, dei partiti europei, PPE, PSE e liberali, che sono stati elaborati alla vigilia di ogni elezione. Programmi privi di mordente, frutto di compromessi al ribasso fra le componenti nazionali delle grandi famiglie partitiche europee. Il risultato è che nelle campagne elettorali di ciascun paese i temi nazionali hanno quasi sempre prevalso su quelli europei, salvo quando questi ultimi servivano a denigrare le istituzioni di Bruxelles (in genere la Commissione).

Al di là di queste constatazioni di carattere generale, che nascono dalle esperienze fino ad oggi vissute, le prossime elezioni del Parlamento europeo si presentano in un contesto ancor più preoccupante: il Trattato di Lisbona sarà ancora in alto mare; i nuovi organismi dell’Unione in esso previsti, dall’Alto Rappresentante al Presidente del Consiglio europeo eletto, non potranno essere attivati; i continui no di questi ultimi anni alle riforme istituzionali hanno indebolito l’immagine dell’UE. Che fare quindi per ridare una scossa all’Unione in crisi? Come si possono “politicizzare” in senso maggiormente europeo le prossime elezioni? Di nuovo, malgrado la loro estrema debolezza, gran parte della risposta spetta ai partiti politici europei. Ci si aspetterebbe un loro soprassalto di volontà per uscire dalla status ambiguo, stretto fra i gruppi politici del Parlamento europeo e i partiti nazionali da cui provengono, che ne ha condizionato negativamente il ruolo negli anni passati. E’, d’altronde, loro responsabilità riuscire a colmare il grande vuoto politico in cui vive oggi l’Unione Europea e lo stesso Parlamento che dovrebbero contribuire a plasmare.

Poche grandi priorità
Per quanto riguarda i programmi elettorali ci si dovrebbe limitare a poche, grandi priorità relative alle sfide globali che tutti i 27 paesi stanno affrontando: dalla crisi energetica all’inflazione, dai costi crescenti dei prodotti alimentari alla gestione in comune dei flussi migratori. Di fronte alla grandezza delle minacce è inutile disperdersi come nel passato in una miriade di problematiche che solitamente appesantiscono le indicazioni programmatiche dei partiti europei.

Dalle esperienze passate emerge che le piattaforme elettorali rischiano di galleggiare a mezz’aria giocando un ruolo secondario. Manca l’indicazione di “chi” si assumerà il compito di metterle in pratica: quale organismo o personalità del complesso “governo” europeo sarà investito della responsabilità di rispettare le indicazioni dei partiti. Di qui l’idea, non del tutto nuova, di forzare la mano di un sistema istituzionale che non dà indicazioni precise sul “chi” comanda e di puntare sulla persona del Presidente della Commissione per dare maggiore forza “europea” alle campagne elettorali nazionali. Ogni partito europeo, in altre parole, dovrebbe già da subito indicare un proprio candidato a rivestire il ruolo di Presidente della Commissione. Chi avrà la maggioranza relativa nel Parlamento europeo, all’indomani delle elezioni, potrà dare un’indicazione “vincolante” al Consiglio europeo sul candidato da proporre in quel ruolo.

Il PPE, nel suo ultimo congresso, ha già adottato questo schema riproponendo Manuel Barroso a continuare a rappresentare l’Esecutivo di Bruxelles. La stessa cosa dovrebbero fare i socialisti (Pascal Lamy o Giuliano Amato?) e i liberali europei. Con questa mossa si otterrebbe un doppio risultato: da una parte si ridarebbe peso politico alla figura del Presidente della Commissione, dall’altra si aiuterebbero gli stessi partiti europei a riprendere un minimo di forza e di credibilità politica attraverso un legame più diretto alla figura del Presidente della Commissione e di conseguenza alla vita del “governo” europeo.