IAI
La crisi in Georgia

I dilemmi di Usa e Europa di fronte alla nuova sfida russa

18 Ago 2008 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Forse non sapremo mai per quali ragioni e con quali speranze Mikhail Saakashvili abbia attaccato l’Ossezia del Sud, subendo poi la durissima reazione della Russia. Tuttavia non sono neanche del tutto convincenti i commenti che parlano di una sorta di “grande ritorno” della “superpotenza russa” e di inizio del declino della potenza americana.

Certo è forte la tentazione di tracciare un parallelo tra questa crisi e quella di Cuba, nel 1962, quando Washington pose un limite invalicabile all’espansionismo comunista sovietico, ma le differenze sono enormi. Non solo gli Usa non hanno dispiegato i loro militari e i loro missili in Georgia, ma non hanno neanche inserito quel paese nella rete delle loro alleanze. L’attacco (o il contrattacco) russo è arrivato prima di un eventuale ingresso della Georgia nella Nato: probabilmente è anche riuscito a bloccare un tale ingresso per il prossimo futuro, ma non ha aperto alcuno scontro diretto con la potenza americana.

L’idea poi che la Russia abbia dimostrato la sua superpotenza solo perché ha facilmente schiacciato un esercito praticamente inesistente (schierando sul terreno forze preponderanti con un rapporto di più di 5 a 1, oltre ad avere il pieno controllo dell’aria e dei mari) è quanto meno curiosa. L’unica vera caratteristica da superpotenza Mosca la ha dimostrata con la sua capacità di prendere un’iniziativa rapida e determinante, sia in campo politico sia in campo militare. In altri termini adesso abbiamo la conferma che Mosca è tutt’ora in grado di pensare ed agire strategicamente, in particolare nel suo vicinato.

Sorprendentemente, anche l’Unione europea ha dimostrato intelligenza strategica e capacità di iniziativa, ma non è detto che questa buona notizia costituisca un precedente. La crisi infatti è avvenuta durante la presidenza francese, ed è stata gestita in modo molto deciso da Parigi, senza troppo preoccuparsi di trovare prima un difficile consenso interno tra gli europei. Cosa sarebbe avvenuto se la presidenza fosse stata assicurata da un piccolo paese, o peggio da un paese considerato come “ostile” a Mosca? E ora le prospettive si complicano, perché se pure c’è un accordo generale sulla necessità di dare precedenza alla fine delle ostilità e al ritiro delle truppe russe dal territorio georgiano (escluse naturalmente sia l’Ossezia del Sud che l’Abkhazia), sarà molto più difficile raggiungere il consenso sulla politica futura verso Mosca da un lato e l’Ucraina e la Georgia dall’altro.

Alcuni paesi vogliono condannare Mosca, altri criticano piuttosto l’avventurismo di Tbilisi; alcuni pensano che sia necessario accelerare il processo di integrazione di Georgia ed Ucraina nella Nato e nell’Ue, altri che non sia proprio il caso di parlarne; alcuni vorrebbero “punire” o quanto meno isolare Mosca, altri pensano invece che sarebbe opportuno rafforzare il dialogo tra la Russia e l’Ue e tra la Russia e la Nato.

Il grave ritardo in cui si trova il Trattato di Lisbona contribuisce ad accrescere le incertezze europee, perché condiziona in modo pericoloso la politica estera e di sicurezza europea ai cambi semestrali di presidenza tra gli stati membri. Come se non bastasse, gli Stati Uniti, apparentemente colti di sorpresa dalla crisi nel Caucaso, ora sembrano decisi a riprendere l’iniziativa, sia sul terreno sia alle Nazioni Unite, accrescendo il rischio di divisioni tra europei.

La necessità di arrivare al più presto a definire una strategia europea nei confronti della Russia è innegabile, così come dovrebbe essere chiaro a tutti che una tale politica deve tenere nel debito conto le effettive capacità e vulnerabilità di ambedue gli interlocutori, senza fughe in avanti, ma anche senza inutili concessioni e acquiescenze. Si potrebbe cominciare dall’inizio: proprio quei paesi che oggi vorrebbero vedere una più decisa politica estera europea e sono a favore di un allargamento verso l’Ucraina e la Georgia, dovrebbero comprendere come una scelta di tale portata strategica non potrà mai essere presa e soprattutto difesa con successo da un’Unione europea debole politicamente e istituzionalmente e divisa strategicamente.

In altri termini, l’adozione del Trattato di Lisbona e il varo di una seria politica comune di sicurezza e difesa europea sono la premessa indispensabile di qualsivoglia ruolo europeo nel Caucaso o in Ucraina. Questa crisi inoltre ha dimostrato chiaramente come la Nato non possa efficacemente sostituirsi all’Ue quando la dirigenza americana è incerta o distratta. Ed è anche abbastanza chiaro che gli interessi americani non coincidono, in questo caso, con quelli di molti alleati europei: un’altra ragione per non considerare la sola Nato come la chiave di volta della politica nei confronti della Russia.

Solo l’accettazione di tali premesse potrà consentire una politica europea più efficace nei confronti di Mosca, se non subito, quanto meno nel più lungo termine. Al di là delle recriminazioni e della demagogia, credo che di questo si dovrebbe discutere nelle prossime riunioni dell’Ue.