IAI
Controllo degli armamenti

Come evitare un Medioriente nucleare

8 Ago 2008 - Raffaello Matarazzo - Raffaello Matarazzo

Tra il febbraio 2006 e il gennaio 2007 almeno tredici paesi mediorientali hanno annunciato l’inizio, o il riavvio, di programmi per la realizzazione di energia nucleare a scopi civili. Tra questi figurano paesi vicini all’Occidente, come il Marocco, l’Egitto e la Giordania, altri con cui invece i rapporti sono tesi o problematici, come la Siria e la Libia. Il dato salta tanto più agli occhi se si guarda da un lato all’abbondanza, nella regione, di fonti di energia tradizionale; dall’altro alla quasi totale assenza, almeno fino ad oggi, di impianti nucleari. Un recente studio dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra, Nuclear programmes in the Middle East, analizza la storia e gli sviluppi delle capacità nucleari nei paesi dell’area e avanza alcune proposte su come evitare una proliferazione nucleare a cascata in tutto il Medioriente.

Perché il nucleare
Tra gli analisti non si registra un giudizio unanime sulle ragioni di fondo di questa ripresa di interesse per il nucleare. I paesi che aspirano al nucleare adducono motivazioni di carattere economico e finanziario: bisogno di energia elettrica, esigenza di diversificare le fonti, vantaggi finanziari dell’energia nucleare. Molti fanno riferimento all’opportunità di conservare petrolio e gas per destinarli all’esportazione, ai crescenti consumi energetici degli impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare, all’importanza dell’energia nucleare per limitare l’emissione dei gas serra responsabili del riscaldamento globale. La partecipazione a programmi nucleari tecnologicamente avanzati costituisce, inoltre, una fonte di prestigio per le classi dirigenti locali: è vista anche come un modo per entrare a far parte del salotto buono dei paesi più sviluppati.

Queste motivazioni sono condivise da molti analisti, secondo cui la scelta del nucleare civile si basa su una strategia di sostenibilità energetica e finanziaria di lungo termine, che tiene conto delle caratteristiche strutturali dei sistemi di sviluppo e delle crescenti esigenze energetiche di molti paesi mediorientali. Altri invece, tra cui gli autori dello studio dell’IISS, ritengono che al fondo vi siano anche ragioni più specificamente politiche e di sicurezza. Essi sottolineano come la promozione dell’energia nucleare sia uno dei modi in cui gli stati sunniti stanno cercando di contrastare la crescente influenza regionale degli sciiti emersa con grande evidenza durante la guerra del Libano del 2006. Secondo queste valutazioni l’elemento politico più rilevante alla base della ripresa di interesse per il nucleare è l’Iran e la preoccupazione che il suo programma nucleare abbia in realtà motivazioni militari.

L’ombra dell’Iran
La prospettiva dell’Iran nucleare è avvertita in modo generalmente negativo, anche se in misura diversa, dagli altri paesi della regione, molti dei quali si trovano all’interno del raggio d’azione dei missili balistici iraniani. Queste preoccupazioni sono accresciute dalla diffusa percezione che l’Iran miri ad accrescere la sua influenza sul Medioriente. Nessuno dei paesi in questione, peraltro, dichiara di volersi dotare di armi nucleari. Ciò che essi potrebbero voler acquisire sono le infrastrutture e le capacità tecniche connesse a programmi di energia nucleare per controbilanciare l’egemonia dell’Iran, in termini sia di prestigio nazionale sia di ruolo nella regione . Va notato tuttavia che finora non si è mai il verificato il caso di un passaggio dal nucleare a fini civili a quello a fini militari Questo passaggio è d’altronde tecnicamente difficile da realizzare.

In larga parte del mondo arabo il programma nucleare iraniano suscita ammirazione sia per le capacità tecnologiche che evidenzia sia per la determinazione politica di cui Teheran sta dando prova continuando a perseguirlo anche di fronte alle forti pressioni del mondo occidentale. Al tempo stesso l’ipotesi molto fondata – quasi esplicitamente confermata dal primo ministro israeliano Olmert in una dichiarazione del dicembre 2006 – che Israele possieda armi nucleari, induce molti stati arabi ad ambire alla realizzazione di strumenti di deterrenza: è questo uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo di politiche di non proliferazione condivise.

Come evitare l’effetto a cascata
Il rischio di una proliferazione nucleare a cascata in Medioriente è reale anche se non imminente. L’incremento di energia nucleare nei prossimi decenni sarà molto graduale: secondo le proiezioni più favorevoli, nel 2030 la produzione di energia nucleare nel mondo sarà meno del doppio di quella del 2006. Ad oggi, non vi sono prove né una ragionevole possibilità che qualche paese della regione stia perseguendo programmi di armi nucleari in risposta delle attività iraniane.

Secondo l’IISS, i lunghi tempi di realizzazione della tecnologia nucleare e l’assenza di impianti nella regione – fatta eccezione per quelli che stanno per essere completati a Bushehr e Natanz, in Iran – offrono l’opportunità di sviluppare strategie di lungo periodo per evitare una proliferazione a cascata e fare in modo che il caso iraniano non diventi un esempio da emulare. Alla luce di ciò il rapporto dell’IISS avanza una serie di proposte , tra cui il rafforzamento dei controlli e delle sanzioni e l’adozione di misure che inducano gli stati a concentrarsi sulle tecnologie di cui veramente hanno bisogno e riducano la probabilità che essi sviluppino processi di alterazione del materiale nucleare. Nonostante la situazione più preoccupante sia quella in Medioriente, le proposte avanzate dall’IISS non valgono solo per quest’area ma ambiscono a indicare una strada per salvaguardare il regime di non proliferazione nucleare a livello globale.

Trasparenza. Le clausole di salvaguardia attualmente applicate dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) non garantiscono sufficiente trasparenza. Ad esse va affiancato il Protocollo Aggiuntivo, un accordo di salvaguardia firmato da 116 paesi, ma ratificato solo da 86, che consente all’AIEA di cercare attivamente, e con strumenti molto specifici, le informazioni sulle attività nucleari all’interno degli stati anziché attendere passivamente che questi ultimi gliele sottopongano.
Verifica. Con il sostegno di alcuni stati membri il Segretariato dell’Aiea sta sviluppando tecnologie per portare alla luce attività nucleari non dichiarate, inclusi strumenti laser per l’analisi rapida degli isotopi. Un altro metodo di controllo che l’Aiea sta perfezionando, e che è già stato applicato in Iraq, è basato sulla raccolta di campioni tratti da diversi luoghi del paese (aria, acqua, vegetazione e suolo), l’analisi dei quali consente di rilevare attività nucleari.
Strumenti coercitivi. Il Medio Oriente è la regione con il più alto tasso di violazioni del Trattato di Non Proliferazione (TNP), e la difficoltà ad attuare le sanzioni previste è tra le principali cause della proliferazione. Una proposta sostenuta da molti esperti è di costringere i paesi che violano le norme di salvaguardia e si ritirano dal TNP a rinunciare anche alle tecnologie nucleari che hanno acquisito mentre erano membri del Trattato.
Regolamentazione dell’arricchimento e del riprocessamento. La mancanza di regolamentazione (o proibizione) di questi processi costituisce uno dei principali punti di debolezza del regime di non proliferazione. Un consenso sta emergendo tra i paesi fornitori sull’esigenza di prevedere sanzioni per intervenire quanto prima su questo terreno.
Controllo regionale degli armamenti. Sebbene la prospettiva di un bando totale delle armi nucleari in Medioriente sia estremamente remota, l’obiettivo di realizzare una Nuclear Weapons Free Zone (NWFZ) deve continuare ad essere perseguito, anche perché alcuni passi in questa direzione, ancorché molto limitati, sono stati già compiuti.
Rassicurazione e deterrenza. La cooperazione nella realizzazione di sistemi di difesa contro missili balistici e di radar di allerta precoce e altre concrete iniziative per rafforzare la dissuasione tradizionale sono tra i metodi più efficaci per fornire rassicurazioni ai paesi della regione che avvertono la minaccia iraniana. Promuovere strumenti diplomatici e militari volti al coordinamento dei sistemi di difesa collettiva può essere uno dei modi migliori per arginare una possibile deriva nucleare.

La condizione fondamentale per poter gradualmente realizzare queste politiche è, ovviamente, il cambiamento del clima politico in Medioriente. Il ripensamento strategico in atto negli Stati Uniti e le recenti iniziative diplomatiche avviate nella regione possono fornire un contributo rilevante in questa direzione. Anche per quanto riguarda il dialogo con l’Iran. Con cui, peraltro, dopo 29 anni di interruzione dei rapporti diplomatici, forse si è in procinto di rompere il ghiaccio.