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Il caso Al-Bashir e la Corte penale internazionale

Verrà processato il Presidente del Sudan?

23 Lug 2008 - Mirko Sossai - Mirko Sossai

Lo scorso 14 luglio il Procuratore Luis Moreno Ocampo ha chiesto alla Camera preliminare della Corte penale internazionale (Cpi) di emanare un mandato di arresto nei confronti di Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, presidente della Repubblica del Sudan, con l’accusa di genocidio, di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In tal modo, il Procuratore ha impresso una netta sterzata alla sua azione rispetto alla situazione in Darfur, dal momento che nei tre anni precedenti l’operato di Moreno Ocampo si era invece caratterizzato per una certa prudenza.

Il deferimento della situazione in Darfur alla Cpi
Come noto, a partire dal 2003 è in corso un conflitto armato nella regione che vede contrapposti i gruppi ribelli del ‘Sudanese Liberation Movement’ e del ‘Justice and Equality Movement’ alle forze armate sudanesi e alle milizie filo-governative dei janjaweed: conflitto particolarmente efferato, giacché sin dal 2004 sono emerse notizie circa le atrocità compiute dai miliziani nei confronti della popolazione civile. Si stima che il conflitto abbia causato 300 mila morti, milioni invece i profughi e gli sfollati interni.

Nel marzo del 2005, con la ris. 1593, il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva deferito la situazione in Darfur al Procuratore della Cpi, in base alle risultanze del rapporto redatto dalla Commissione internazionale di inchiesta, presieduta dal Prof. Antonio Cassese. Il Procuratore aveva quindi deciso di aprire le indagini nel giugno 2005. Sino al luglio 2008, l’unico risultato di rilievo a cui era pervenuto era stato il rilascio di un mandato di arresto nei confronti di Ahmad Harun, ministro per gli affari umanitari del governo sudanese, e di Ali Kushayb, uno dei leader delle milizie filo-governative janjaweed.

Ai sensi dell’art. 58 dello Statuto della Cpi, spetta alla Camera preliminare emanare il mandato di arresto nei confronti di Al-Bashir. La decisione non è attesa prima di settembre. Va da sé che l’importanza del caso è legata al fatto che Al-Bashir è un presidente in carica, e ciò costituisce una novità nella giovane storia della Cpi. È bene ricordare che tale qualifica non costituisce un impedimento all’esercizio della giurisdizione da parte della Corte: come sancisce espressamente l’art. 27 dello Statuto, non potrà essere avanzata alcuna pretesa di immunità in base alla posizione ufficiale di Capo di Stato o di Governo.

Non si tratta del primo caso di un Capo di Stato dinanzi a un organo giudiziario internazionale. Slobodan Milosevic fu incriminato dalla procura del Tribunale ad hoc per la ex-Jugoslavia nel maggio 1999 per i crimini compiuti in Kosovo, e un mandato di arresto fu emanato nei confronti di Charles Taylor da parte della Corte speciale per la Sierra Leone, quando questi era ancora presidente della Liberia nel 2003. Tuttavia in nessuno dei due casi l’accusato fu arrestato e condotto a processo mentre era ancora in carica.

Poiché il diritto internazionale penale individua in termini assai precisi la definizione del crimine di genocidio, non sono apparsi finora convincenti gli argomenti addotti dal Procuratore per qualificare in tal modo le violenze delle forze armate e delle milizie filo-governative nei confronti della popolazione delle tre tribù Fur, Masalit e Zaghawa, da cui provengono i ribelli. Particolare rigore richiede ad esempio la verifica dello specifico intento del genocidio, ossia di distruggere un certo gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Se anche la Corte non ravvisasse gli estremi del crimine di genocidio, rimane il fatto che gli elementi di prova presentati inducono a ritenere che quelle condotte siano da qualificare come crimini di guerra o come crimini contro l’umanità, nelle fattispecie dello sterminio, dello stupro, della tortura e del trasferimento forzato di popolazione.

Quanto infine alla responsabilità penale individuale del Presidente Al-Bashir, l’accusa è non tanto, ovviamente, che egli abbia fisicamente e direttamente perpetrato tali crimini, quanto che egli li abbia compiuti per tramite dei membri dell’esercito e delle milizie janjaweed, ai sensi dell’art. 25 (3) (a) dello Statuto.

La cooperazione degli Stati
È ovvio che l’enforcement del mandato d’arresto dipende dalla cooperazione prestata dagli Stati. È altrettanto scontato che le autorità sudanesi non procederanno all’arresto e alla consegna del proprio presidente in carica. Vale la pena in ogni caso ricordare che il Sudan, per quanto Stato non parte dello Statuto della Cpi, è vincolato al rispetto dell’obbligo di cooperazione e di assistenza alla Corte sancito nella già citata ris.1593 (2005), adottata ai sensi del Capitolo VII della Carta dell’Onu.

La concreta possibilità di arrestare Al-Bashir è dunque legata all’eventualità che questi lasci il Sudan, e che le autorità dello Stato nel cui territorio si trovi procedano alla cattura. Rileva qui la distinzione tra i 106 Stati parte dello Statuto e Stati terzi. Per i primi vige l’obbligo di cooperare con la Corte, ai sensi degli art. 86 e seg. dello Statuto. Per gli Stati che non hanno ratificato tale strumento (tra i quali Cina, Russia e Stati Uniti), l’unico riferimento è quello incluso nella stessa ris. 1593, la quale li esorta a cooperare pienamente.

È interessante qui richiamare la Dichiarazione della Presidenza francese dell’Unione europea in occasione del decimo anniversario dell’adozione dello Statuto della Cpi. Tale documento, di due giorni successivo alla data del 14 luglio, esprime l’impegno dell’Ue a sostenere la Corte e a fornire il suo aiuto affinché “tutti i mandati di arresto siano rapidamente eseguiti”.

Critiche all’azione del Procuratore sono invece state espresse, tra gli altri, dall’Unione africana e dalla Cina. In particolare, il portavoce del Ministero degli Affari esteri di Pechino ha dichiarato alla stampa l’intenzione di aprire consultazioni con gli altri membri del Consiglio di sicurezza al fine di bloccare il caso. In effetti, in linea di principio, ai sensi dell’art. 16 dello Statuto, il Consiglio di sicurezza potrebbe chiedere, con risoluzione adottata ai sensi del Capitolo VII della Carta dell’Onu, di rinviare le indagini per un periodo di 12 mesi, richiesta che potrebbe essere rinnovata. Ma ciò può avvenire solo con il voto favorevole dei cinque membri permanenti, compresi dunque Francia e Regno Unito: circostanza questa che appare quantomeno improbabile. Non si nasconde che in questo momento una decisione in tal senso, dopo la risoluzione del 2005, avrebbe gravi conseguenze per la credibilità e l’autorevolezza della Cpi.

Giustizia internazionale e processo di pace
I rilievi critici alla richiesta di mandato di arresto di Al-Bashir si sono soprattutto concentrati sulle conseguenze negative extra-giudiziali che una tale evento potrebbe generare sulla delicata situazione in Darfur. Secondo questa linea di pensiero, non solo si allontanerebbe la prospettiva di un esito positivo del processo di pace, mediante la delegittimazione di uno degli interlocutori, ma vi sarebbe il rischio concreto di sospensione dell’assistenza umanitaria e di nuove violenze anche nei confronti degli operatori umanitari e della missione congiunta Nazioni Unite/Unione Africana (Unamid), istituita dalla ris. 1769 (2007). È’ notizia di appena pochi giorni fa, l’uccisione di 7 peacekeepers a seguito di un attacco da parte di milizie nel nord della regione.

Secondo un diverso approccio, non vi sarebbe affatto conflitto tra gli interessi della giustizia e della pace. L’affermazione dell’ accountability per i crimini compiuti in luogo dell’impunità porterebbe piuttosto un cambiamento favorevole alle dinamiche del processo di pace. Si sottolineano pure le conseguenze positive dell’effetto di stigmatizzazione e delegittimazione morale del Ppresidente Al-Bashir prodotto dalla richiesta di mandato di arresto, soprattutto nei confronti della popolazione sudanese e in particolare delle elite di Khartoum. Il riferimento è alle prossime elezioni politiche previste nel 2009.