IAI
Bilancio della Difesa

Una scure che taglia le gambe alla riforma

17 Lug 2008 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

Il provvedimento di contenimento della spesa pubblica predisposto dal ministro dell’Economia Tremonti è in linea di continuità con l’operato del secondo e terzo governo Berlusconi (2001-2006), quando le risorse per la Difesa furono tagliate e la dinamica della spesa per il personale uscì fuori controllo, determinando un gap complessivo di investimenti stimabile in 3,5 miliardi di euro e “buchi” alle spese di funzionamento di quasi un miliardo l’anno (vedi Economia e industria della difesa).

È interessante notare come il provvedimento del governo venga presentato esattamente ad una settimana dall’audizione del ministro della Difesa La Russa presso le Commissioni parlamentari, in cui lo stesso ministro indicava come obiettivi di spesa per la Funzione Difesa l’ 1,04% del Pil nel 2009 e l’1,25% del Pil nel medio periodo, prevedendo quindi una crescita.

Al di là dei saldi complessivi (sono richiesti tagli per oltre 2 miliardi di euro in tre anni), il taglio delle risorse è destinato a generare squilibri permanenti nell’auspicabile progetto di riforma della Difesa italiana.

I tagli
Il Decreto Legge n.112 del 25 giugno 2008 contiene diverse disposizioni di contenimento della spesa per la Difesa. L’articolo 60 (comma 1) richiede sacrifici generalizzati, che per le Forze Armate si traducono in tagli per 1.750 milioni di euro in tre anni (485 nel 2009, 456 nel 2010 e 813 nel 2011).

Non si precisa dove questi tagli interverranno, ma è facile ipotizzare che, dal momento che la spesa per il personale già assunto è incomprimibile (salvo disposizioni speciali peraltro inesistenti), si agirà sulle spese di funzionamento, già in sofferenza, e sull’investimento, interrompendo la lieve fase di ripresa impostata dal precedente governo. Sempre l’articolo 60 (comma 12) richiede un taglio ulteriore di 180 milioni di euro dal fondo di circa 1,2 miliardi che garantisce, al di fuori del controllo e della pianificazione degli Stati Maggiori, investimenti industriali e tecnologici avanzati nel settore della difesa.

Vi è poi un articolo espressamente dedicato alle Forze Armate, il n. 65, destinato a tagliare i fondi per le assunzioni di nuovo personale militare previste dal progetto di professionalizzazione delle forze. Si tratta di un taglio del 7% per il 2009 e del 40% dal 2010, per un totale di 304 milioni di euro in tre anni. Di fatto, ciò provocherà il blocco della maggior parte delle nuove immissioni di personale (a fronte di Forze Armate già ora troppo “anziane”), in particolare di truppa.

Si otterrà così uno strumento ancora più ridotto, rispetto alle 190.000 unità previste dal Parlamento a suo tempo. Si è assunta così per via contabile una decisione strategica di natura squisitamente politica.

Inoltre, la composizione del personale risulterà ancora più squilibrata a favore della “pancia” (sottufficiali ed ufficiali anziani) e a tutto detrimento delle “gambe” rappresentate dalla truppa.

A correggere almeno in parte la situazione potrebbe intervenire l’articolo 72 del Decreto, le cui modalità di applicazione alle forze militari e di polizia è oggetto di intenso dibattito; esso prevede che la pubblica amministrazione possa mandare in pensione con un preavviso di sei mesi il personale che ha raggiunto i 40 anni di contributi, e permette su richiesta del personale fra i 35 e i 40 anni di contributi l’esonero del servizio a trattamento economico dimezzato. Il problema è però che in genere il personale militare (in particolare gli ufficiali) raggiungono tale livello contributivo piuttosto rapidamente, molto prima del limite minimo di età previsto per poter godere della pensione! La semplice applicazione a questo comparto di un tale provvedimento finirebbe quindi per creare situazioni di palese ingiustizia oltre che di fortissimo squilibrio nella catena gerarchica.

Per completezza, va ricordato come l’articolo 63 disponga invece un aumento di 90 milioni per il fondo delle missioni internazionali all’estero, probabilmente a completamento della presenza italiana in Libano fino a fine anno.

Le conseguenze
Il provvedimento contabile del Ministero dell’Economia è destinato a rendere ancora più squilibrata la struttura della Difesa, aggravando e non risolvendo i problemi già messi in luce.

I risparmi previsti vengono conseguiti mettendo in discussione il modello di difesa attuale oramai insostenibile, ma non rispondono nemmeno alle esigenze di un nuovo ipotetico modello, la cui discussione rimane pertanto di massima urgenza presso le appropriate sedi parlamentari.

Si allontana così la prospettiva di una vera e propria riforma del sistema della Difesa, organica e strutturale, accompagnata da previsioni di spesa adeguate sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo.

Vi saranno inoltre inevitabili conseguenze immediate: le missioni all’estero, solo in parte spesate sul fondo speciale di cui sopra, divengono sempre meno sostenibili, così come il mantenimento degli standard addestrativi internazionali che ci garantiscono di operare insieme ai nostri partner, nonché gli impegni d’investimento pluriennali anche di natura multilaterale (inclusi quelli verso la Nato e l’Ue) necessari.

L’operatività e credibilità internazionale dello strumento di difesa italiano risulta così minata alle fondamenta, tanto da giungere oramai vicina a quel limite oltre il quale l’apporto italiano alla sicurezza internazionale rischia di risultare marginale, mettendo in forse anche quel ruolo e quel rango internazionale che il paese si era faticosamente conquistato nel corso dell’ultimo decennio.