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Immigrazione

Rom e migrazioni: gli interessi comuni di Italia e Romania

1 Lug 2008 - Andreea R. Torre - Andreea R. Torre

Intervista a Raduta Matache, Segretario di Stato romeno per gli Affari europei

Quarantacinque anni, forte di un buon background accademico e di una prolungata esperienza diplomatica presso le ambasciate di Londra e Washington, Raduta Matache sta affrontando il delicato dossier dei rapporti con l’Italia in tema di immigrazione dal momento in cui è stata nominata Segretario di Stato per gli Affari Europei dal Primo Ministro romeno Calin Popescu Tariceanu, il 10 gennaio 2008

Ministro, cosa pensa la Romania delle recenti decisioni italiane in materia di immigrazione?
Innanzitutto, pensiamo che vadano collocate in un contesto più ampio, in cui si tenga conto anche della forte presenza di imprese italiane in Romania. L’ultimo esempio: Enel è stata appena prescelta per la privatizzazione di Electrica Muntenia Sud, la società pubblica che fornisce elettricità al sud del paese. In breve, i rapporti economici della Romania con l’Italia sono, senza alcun dubbio, più intensi e solidi che con qualsiasi altro partner europeo. Noi siamo molto contenti di questa grande alleanza con tutte le società italiane che operano in Romania, riunite nell’associazione Unimpresa.

E dal punto di vista politico?
Quando i politici tentano di montare l’opinione pubblica italiana contro la Romania, in campagna elettorale o comunque per calcolo politico, c’è una ripercussione immediata su come le imprese italiane vengono viste qui in Romania. È nell’interesse di tutti impedire che questo problema acquisti dimensioni spropositate. È vero che in passato sono stati commessi alcuni crimini assolutamente deplorevoli, ma se si pensa al numero di romeni che vivono in Italia, quei crimini sono un fenomeno assolutamente minoritario, che noi naturalmente condanniamo. Pensiamo che i criminali vadano severamente puniti, ma anche che i loro atti non debbano avere alcuna conseguenza sui romeni che si trovano regolarmente in Italia per lavorare onestamente e nel rispetto delle leggi.

Che ripercussioni hanno avuto i fatti degli ultimi mesi sui flussi migratori dalla Romania verso l’Italia?
Sappiamo – dai nostri incontri con organizzazioni Rom – che il numero di cittadini romeni Rom che lasciano l’Italia è cresciuto. Non disponiamo di statistiche – difficili da produrre perché i Rom non sono registrati in base all’etnia – ma abbiamo tutti i motivi per credere alle segnalazioni delle loro organizzazioni. In più, riteniamo che anche altre famiglie romene che lavorano in Italia stiano pensando a tornare in Romania. Il motivo è semplice: in Italia, essendoci un’economia di mercato, c’è la possibilità che un membro della famiglia perda il lavoro in qualsiasi momento e se resta disoccupato per tre mesi o più a lungo, alla luce delle disposizioni del “pacchetto sicurezza” adottato dal governo italiano, potrebbe essere espulso. In realtà, non penso che si arriverebbe a tanto, ma in ogni caso la prospettiva è più che sufficiente a spingere numerosi romeni a contemplare il ritorno in patria.

Cosa pensa la Romania di tutto questo?
Il fenomeno da una parte non ci fa piacere, ma per un altro verso è anche una fortuna perché in Romania manca la manodopera. Proprio come non abbiamo fatto nulla per incoraggiare la gente ad andare a cercarsi lavoro in Italia, oggi non facciamo niente per indurli a tornare in Romania. Quello che tentiamo di fare è reclutare i romeni che si trovano senza lavoro in Italia per spingerli a tornare e inserirsi nel mercato del lavoro qui da noi. Quest’anno, ad esempio, abbiamo organizzato una “Bursa locurilor de munca”, una Fiera romena del lavoro, che si è svolta in Italia e Spagna.

Siete soddisfatti dei risultati?
Sì, c’è stata un’alta partecipazione e un forte interesse dei nostri connazionali. È difficile dire con esattezza – bisognerebbe chiedere alle imprese partecipanti – quanta gente sia effettivamente tornata in patria. Ma noi pensiamo che un buon numero di romeni abbia scelto di tornare e trovare un lavoro qui.

Cosa pensa di come viene trattato il tema dei Rom, e specialmente dei Rom romeni, da parte degli altri stati europei e della stessa Ue?
Va innanzitutto precisato che i Rom sono una minoranza molto particolare. Oggi si comincia a comprendere che per sostenere la loro inclusione occorre un approccio molto specifico. È stato detto – e spero di non essere tacciata di razzismo – che ebrei e Rom sono due minoranze molto peculiari: non si può paragonarle – o trattarle – alla stessa stregua di altre minoranze che abbiamo in Romania, come gli ungheresi o gli ucraini. In più, grazie alle norme sulla libera circolazione delle persone, che sono uno dei capisaldi dell’Ue, i Rom continueranno a spostarsi. Si tratta di un popolo tradizionalmente nomade, che non può essere costretto a stabilirsi in un paese. Quindi viaggiano ed i loro problemi viaggiano insieme a loro.
Si sta diffondendo la consapevolezza, a livello dell’Ue, che c’è bisogno di un approccio europeo al problema dei Rom. La Commissione sta discutendo una strategia per la loro integrazione. A luglio presenterà un rapporto, commissionato dal Consiglio, per valutare l’efficacia delle misure di integrazione già esistenti. Su quella base, si approfondirà la riflessione. Speriamo tutti che, alla fine di questo processo, avremo gettato buone basi per una vera strategia europea per l’integrazione della popolazione Rom.

Dunque lei – e la Romania – pensate che quello dei Rom non sia un nodo romeno o italiano, bensì europeo?
Come ho detto, i Rom viaggiano e si portano dietro i loro problemi. Non sono, in generale, comunità stanziali. Per noi è evidente che questo problema vada affrontato a livello europeo, oltre che nazionale. Pensiamo che i governi abbiano la responsabilità di promuovere l’inclusione sociale dei Rom, combattere la povertà che colpisce alcune delle loro comunità, migliorare il loro livello di istruzione, e così via. Ed è quello che ha fatto il governo romeno. La nostra esperienza è preziosa: nel 2001, la Romania è stata il primo paese europeo ad adottare una strategia nazionale per l’inclusione dei Rom. È stato il coronamento di una serie di programmi di grande efficacia, realizzati anche con l’aiuto dei programmi europei Phare.

Può fare degli esempi?
Abbiamo tentato diversi approcci: nella sfera dell’educazione e della lotta alla segregazione abbiamo formato Rom perché insegnassero ai bambini nella loro lingua. Un programma che ha dato ottimi risultati è stato quello per l’integrazione dei Rom nei corpi di polizia: oggi le cifre dicono che nelle comunità locali dove operano agenti Rom la criminalità tende a diminuire. Altri programmi, invece, sono stati francamente deludenti. Ma per gli altri paesi d’Europa che stanno tentando di capire come affrontare le problematiche legate ai Rom, la nostra esperienza può essere davvero preziosa.
Oggi c’è solo un ufficio a Bruxelles, presso la Direzione generale Occupazione e Affari sociali, che si occupa di Rom. Noi pensiamo che, in prospettiva, la Commissione europea dovrebbe dotarsi quanto meno di una unità apposita per trattare quei temi. Abbiamo un buon dialogo con la Commissione e l’abbiamo trovata ben disposta a comprendere la questione e a integrarla nel complesso delle sue politiche.

Questa crisi è scoppiata sotto il precedente governo italiano. Cosa è cambiato con l’esecutivo in carica?
È vero, la storia è iniziata qualche tempo fa ed è peggiorata durante la campagna elettorale, quando alcuni politici hanno, direi, quasi abusato di alcuni problemi legati ai Rom. Ora che il nuovo governo si è insediato, penso che la situazione stia prendendo una piega più logica e normale. Mi sembra che le autorità italiane da una parte capiscano quanto siano importanti i rapporti con la Romania – in termini di partnership economica, di legami culturali, di alleanze in seno all’Ue, di potenziamento dei rapporti in campi che vanno dall’agricoltura alla difesa, e così via; e dall’altra si stiano rendendo conto di avere bisogno dei romeni che oggi lavorano in Italia. Credo che vi sia preoccupazione da parte italiana e che entrambi pensiamo sia necessario trasformare questa situazione in una opportunità di conoscerci meglio. Certo, l’accaduto lascia il segno: l’immagine della Romania è stata seriamente danneggiata dalla crisi e anche l’immagine dell’Italia in Romania non è più quella che era: i nostri cittadini iniziano ad avere dubbi sulla fratellanza tra italiani e romeni. È dovere delle autorità di entrambi i paesi trovare un rimedio a questa situazione.

Lei quindi vede uno sviluppo positivo della situazione. Ciò resta vero anche alla luce del nuovo “pacchetto sicurezza” varato dal governo italiano?
Stiamo analizzando attentamente i nuovi provvedimenti, assieme ad esperti giuridici dell’Ue; abbiamo il dovere di capire se contengono elementi contrari alla legislazione europea e, in quel caso, saremmo molto fermi. Allo stesso tempo, sappiamo che ricostruire il clima di amicizia e comprensione tra i nostri paesi non è impresa da un solo giorno. A fare dichiarazioni che distruggono il lavoro di molti anni non ci vuole niente, ma riparare al guaio è tutt’altro che rapido. Sarà un lungo processo al quale devono partecipare entrambe le parti.

Andreea R. Torre è ricercatrice presso il Centro Studi di Politica Internazionale-CeSPI.

L’intervista è stata condotta, presso il Ministero degli affari esteri a Bucarest, nel quadro di un progetto di ricerca dal titolo “Politiche Migratorie e Modelli di Società”, in corso di realizzazione da parte del CeSPI con il sostegno della Compagnia di San Paolo.