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Iran

La tentazione dell’attacco preventivo

30 Lug 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

L’incertezza su un possibile attacco militare alle istallazioni iraniane per l’arricchimento dell’uranio, perdura. Si moltiplicano voci su una presunta volontà israeliana, e forse anche americana, di procedere in questa direzione, anche se nel contempo non mancano segnali che vanno nell’opposta direzione, a cominciare dalla partecipazione diretta di alti esponenti diplomatici americani ai negoziati con l’Iran condotti dal cosiddetto gruppo 5+1. Questa incertezza accresce la volatilità già alta della situazione medio orientale ed è naturalmente alimentata dai bellicosi discorsi e dalle polemiche anti-semite del presidente iraniano. Il fatto che i negoziati non sembrino fare alcun progresso reale è poi un altro segnale della gravità della situazione che è ormai al centro delle questioni di politica estera. Con ragione, perché un intervento militare in quel paese è al momento l’unico evento che cambierebbe profondamente il panorama politico internazionale, a cominciare dalla campagna presidenziale americana.

Sulla questione le posizioni in campo sono definite. Washington conferma ritualmente che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, ma la preferita è quella diplomatica. L’Europa fiancheggia gli Stati Uniti, mirando beninteso a rafforzare l’opzione diplomatica, sia pure arricchita da ogni possibile alternativa di sanzioni ed offerta di compensi all’Iran. Teheran da parte sua, chiarisce che reagirebbe ad un attacco con tutte le sue capacità militari ed economiche, messaggio che il leader supremo, Khamenei, affida attualmente non al presidente Ahmadinejad, screditato dalla sua perenne retorica bellicista, ma ad altre personalità di primissimo piano. Oltre ai vistosamente pubblicizzati test di lanci di missili, calcolatamente effettuati mentre era in corso la riunione del G8 in Giappone. Ma è Israele, la nazione più direttamente interessata alla questione, che mantiene sull’argomento la posizione più ambigua.

La posizione israeliana
La questione è esaminata nel Medio Oriente con un’attenzione ben diversa che nelle altre parti del mondo, perché in quella regione sbagliare i calcoli significa immediata morte per molti e successivi sussulti sociali ed economici di dimensioni catastrofiche. È quindi comprensibile che gli uomini politici israeliani abbiano opinioni differenti, riflesse in dichiarazioni contrastanti. Contemporaneamente però gli israeliani effettuano azioni o manovre militari non accompagnate da alcun commento, perché le considerano non solo parte del gioco diplomatico, ma anche prove operative riservatissime di una eventuale azione bellica.

La situazione politica a Gerusalemme è confusa. Il debole governo Olmert – in particolare Olmert in persona – sembra preferire la carta politica della distensione in Palestina e con i paesi vicini. Questa scelta incontra il favore della maggioranza degli israeliani, anche se al momento manca di qualsiasi base realistica. Il problema Iran, meno pubblicizzato, è però al centro delle preoccupazioni israeliane e la tentazione di una rapida soluzione militare è presente. Ma l’esame dei dati militari e lo spionaggio atto a valutare il vero livello dello sviluppo nucleare iraniano, sono lavori meno facili che non quelli di diffondere notizie in materia a scopi di semplice propaganda interna od internazionale.

Il quadro militare
Mentre negli altri paesi si guarda agli effetti internazionali politici ed economici di un attacco all’Iran, in Israele prioritaria è la valutazione dei mezzi necessari per compiere l’operazione e danneggiare durevolmente le strutture nucleari iraniane. Nel luglio scorso gli israeliani effettuarono una prima prova bombardando un sito in Siria, da loro definito come nucleare. Una incursione rapida, compiuta con pochi aerei e senza informare precedentemente gli americani. Gli aerei sono giunti attraverso la Turchia, cammino non obbligatorio per giungere in Siria, ma indispensabile nel caso di un’operazione contro i siti nucleari situati nel nord dell’Iran e protetti da attacchi dal sud da tutto l’apparato militare creato nel corso della lunga guerra con l’Iraq.

Il sondaggio, per così dire, su quali potevano essere le reazioni della Turchia è stato positivo. Infatti i militari turchi, tra i quali sono numerose le personalità filo-israeliane, hanno taciuto, ma anche il governo di Erdogan ha preferito non sollevare il problema. Con gli Stati Uniti, però, le cose sono andate meno bene. Quella parte dell’Amministrazione Bush che è favorevole ad un’azione bellica contro l’Iran ha approvato l’azione ed agitato membri del Congresso in appositi hearings destinati a confermare l’esistenza del rischio nucleare in Siria, implicitamente dunque anche di quello ben più realistico dell’Iran. Ma il Pentagono e gli apparati di informazione hanno manifestato il loro dissenso, sia con un documento congiunto che sollevava dubbi se non altro sull’urgenza del problema nucleare iraniano, sia con riservate manifestazioni di dissenso. Culminate poi addirittura con le dimissioni dell’Ammiraglio Fallon, responsabile militare per l’intera regione, che ha dato pochi dettagli sulle ragioni del suo atto, tranne quello di essere contrario ad una azione militare contro l’Iran.

Nel giugno scorso gli israeliani hanno effettuato un ben più grande esercizio militare, una manovra nel Mediterraneo orientale, includendo Cipro e la Grecia, nella quale sono stati impegnati oltre cento aerei F-16 ed F-15, con l’uso di elicotteri che avrebbero potuto raccogliere militari caduti e due aerei di rifornimenti di carburante in volo. Gli aerei utilizzati hanno volato ad una distanza di 1400 km, quella cioè esistente, via nord, tra Israele e gli impianti iraniani di arricchimento dell’uranio. Nessun commento da parte di Israele, pochi anche quelli politici da parte di altri paesi, ma lo scopo dell’esercizio non lasciava adito a dubbi e ha anche fornito l’occasione per importanti considerazioni da parte di militari ed altri esperti della materia.

Le caratteristiche di un attacco
La prima osservazione è che si tratterebbe di una operazione di dimensioni molto grandi, con l’impiego di un numero altissimo di aerei e da effettuarsi in più giorni. Con la necessità dunque di un’approvazione preventiva degli Stati Uniti, perché in questo caso è indispensabile l’utilizzazione di tutto l’apparato di osservazione e di controllo americano nella regione. Situazione dunque diversa da quelle precedenti, come quella recente in Siria, ma anche dell’azione contro l’impianto nucleare iracheno nel 1981, sulla quale Washington non fu interpellata preventivamente, tanto che ne seguì anche una protesta formale.

La seconda è che malgrado l’uso di forze ingenti e per tempi prolungati i risultati non sono garantiti. Le informazioni sulla localizzazione e le caratteristiche dei bersagli sono vaghe e comunque si sa che molti impianti sono sotterranei, distribuiti in lunghi tunnel e protetti da spesse strutture in cemento armato. Alcuni esperti ritengono addirittura che, risultati a parte, la vastità e la molteplicità delle azioni richieste andrebbe al di là delle pur straordinarie capacità militari israeliane.

E le reazioni iraniane? Non parliamo qui di quelle temibili di tipo economico ed eventualmente terroristiche in territorio americano stesso, dove esiste una vastissima colonia di origine iraniana. Problemi questi che alcuni mesi fa lo stesso Segretario di Stato americano, Robert Gates illustrò, in termini catastrofici, a degli stupefatti senatori americani. Si tratta qui delle preoccupazioni degli israeliani stessi sulla questione dei missili iraniani. Naturalmente non atomici, forse non molto sicuri come vettori di materiale chimico, probabilmente anche non particolarmente precisi, ma disponibili in grandi quantità e perfettamente in grado di giungere in qualsiasi località israeliana, ivi compreso Dimona dove è situato l’impianto nucleare atomico israeliano. Gli Sahahab 2 e 3, con il loro raggio di azione di 1200 km, non sono i minuscoli e geograficamente limitati razzi degli hezbollah, né i primitivi missili iracheni di Saddam Hussein, le cui rampe di lancio furono rapidamente localizzate e distrutte dall’immensa flotta aerea americana nella prima guerra del Golfo. E Israele sa che gli iraniani li useranno a fondo.

Un problema americano
Mai dunque come in questo caso la palla è in campo americano. Seymour Hersh, premio Pulitzer per i suoi micidiali servizi su colpevoli azioni americane, ha pubblicato sul New Yorker un dettagliato resoconto sulla guerra segreta che vari servizi statunitensi stanno conducendo in Iran. Ma altra cosa sarebbe l’autorizzare, o peggio incaricare Israele di compiere un’operazione di bombardamento, come affermano articoli basati su fughe di notizia da parte di non identificati officials statunitensi.

L’establishment americano, impegolato in seri guai economici, è massicciamente contro un’azione del genere. D’altronde l’Iran, accanto ai segnali bellici, non ha mancato di fare inattese aperture negoziali. Soprattutto i paesi europei hanno dato segnali concreti di essere disposti a fare i sacrifici richiesti da una politica seria di sanzioni economiche. La francese Total, per esempio, ha dichiarato di rinunciare al progetto di sviluppo della produzione di gas iraniano, progetto capitale per la malconcia economia iraniana. Quanto all’opinione pubblica americana, l’insofferenza contro la guerra in Iraq contribuisce a rendere impopolare un altro intervento militare nella regione. Cosa potrebbe dunque spingere il presidente Bush a schierarsi in questo senso con Cheney ed altri screditati notabili neo-conservatori. La famosa speranza a lui attribuita di vedere un giorno la storia riconoscere la giustezza di sue azioni al momento attuale ritenute disastrose?