IAI
Bilancio della Difesa

La tela di Penelope

17 Lug 2008 - Michele Nones - Michele Nones

La decisione del governo di tagliare la spesa pubblica coinvolge pesantemente anche il Ministero della Difesa, prevedendo una riduzione di due miliardi di euro in un triennio su quanto già previsto e, ancora più grave, di altrettanti sulla previsione richiesta per l’anno prossimo, interrompendo il faticoso recupero messo in atto nell’ultimo biennio.

Inversione di tendenza
Il nuovo ministro non è stato nemmeno messo in grado di farsi un quadro più preciso della complessa realtà del settore della difesa e dei molteplici problemi aperti che già il suo collega dell’Economia gli ha tolto il tappeto da sotto i piedi: mentre il primo dichiarava la volontà di far crescere la spesa militare da un po’ meno dell’1% del Pil all’1,25%, seppure nell’arco della legislatura, il secondo procedeva inesorabilmente ad un primo taglio.

Il risultato di questa manovra sarà un’inversione di tendenza della nostra spesa militare in termini assoluti e in relazione al Pil, cancellando lo sforzo per risalire dallo 0,83% del 2006 allo 0,96% della previsione 2008 e sconvolgendo il tentativo di riportare ad un equilibrio accettabile il rapporto fra le tre aree di spesa. Contro un modello di riferimento che prevede 40-30-30 per personale, esercizio e investimento , due anni fa eravamo arrivati a 72-15-12 e puntavamo quest’anno a 59-17-23. Adesso torneremo pesantemente indietro. La rigidità del Bilancio della Difesa, infatti, non lascia quasi nessun margine di manovra se non si realizza un radicale cambiamento del modello di difesa.

Fra le tre aree di attività e di spesa, quella del Personale è ovviamente la più rigida. La parte “flessibile” è legata al reclutamento. Ridurlo o bloccarlo significa, però, non alimentare più il flusso di giovani a ferma breve che consentono il turn-over delle missioni internazionali e di aspiranti ufficiali che servono per svecchiare lo strumento, evitando salti generazionali. Quella dell’Esercizio è la più elastica anche perché fatta in parte di contratti limitati nel tempo, ma non per questo meno importanti.

Può essere, a questo proposito, esemplificativo guardare alla spesa per il carburante. È evidente che solo con contratti a lungo termine ci si può tutelare dagli aumenti, spesso legati a fenomeni speculativi, ma per farlo bisognerebbe poter contare su una programmazione finanziaria certa e pluriennale e su una pianificazione delle attività militari altrettanto certa e pluriennale, a parte, naturalmente, le emergenze. Il cliente, inoltre, dovrebbe poter pagare entro tempi ragionevoli senza scaricare sui fornitori extra-costi finanziari.

Nel caso italiano, invece, mancano tutti questi presupposti e l’acquisto deve essere fatto a breve termine con pagamenti a lungo termine. Il risultato è che, con i pochi fondi disponibili e con i tagli improvvisi e imprevisti, manca il carburante necessario per l’addestramento e per le stesse attività istituzionali. Non meraviglia, quindi, che lo scorso anno la nostra unica portaerei, la Garibaldi, ammiraglia della flotta, abbia passato in mare solo sessanta giorni. Quella dell’Investimento, infine, è vincolata dai programmi internazionali in corso e dai contratti già stipulati. A saltare sono solo i programmi nuovi, il che significa interrompere l’ammodernamento tecnologico degli equipaggiamenti in dotazione, e i contratti che, per diverse ragioni, sono ancora in via di definizione, indipendentemente dalla loro importanza ed urgenza.

L’inconsapevolezza di Penelope
Tutto questo avviene, facendo emergere la contraddizione fra lo Stato che come acquirente taglia le commesse e lo Stato che nell’interesse del sistema-paese cerca di sostenere le esportazioni militari italiane. Come se in questo specifico settore fosse possibile vendere a Forze Armate di altri paesi equipaggiamenti che non siano adottati ed utilizzati dalle nostre Forze Armate. Ancora più clamorosa, dato che coinvolge direttamente ed esclusivamente il Ministero dell’Economia, è la contraddizione fra lo Stato che per mantenere la quota attuale del capitale di Finmeccanica si prepara ad investire 250 milioni di euro nel prossimo aumento di capitale e lo stesso Stato che riduce il volume degli ordini, in gran parte destinati proprio a Finmeccanica.

Come Penelope con la sua tela, lo Stato sembra voler costruire di giorno e distruggere di notte quello che ha fatto o, sarebbe meglio dire, costruire un giorno e distruggere il giorno dopo. Ma Penelope lo faceva volontariamente. Ora, invece, tutto avviene in modo caotico e senza la consapevolezza delle conseguenze sul piano nazionale ed internazionale.

In questo quadro è necessario che il Ministro e il Governo trovino il tempo e la volontà per affrontare seriamente il nodo della difesa all’interno di una strategia che contemperi il controllo della spesa pubblica con le esigenze della sicurezza e della difesa e con l’attività del principale gruppo italiano operante nel settore delle tecnologie avanzate. Il problema non è congiunturale, ma strutturale. Non si può risolvere sul piano contabile, ma solo su quello politico-militare.

È evidente che il nostro paese non è in grado di perseguire un modello di difesa basato sulle esigenze strategiche di sicurezza e difesa e sul ruolo che vuole svolgere a livello internazionale, seppur condizionato dal quadro economico-finanziario. L’unico modello realisticamente perseguibile è quello basato sulle disponibilità finanziarie. A cui bisognerà piegare ambizioni e preoccupazioni con buona pace di chi vorrebbe, giustamente, vedere l’Italia adeguatamente tutelata di fronte alle minacce, reali e potenziali, e considerata fra le nazioni che contano, sul piano europeo e su quello internazionale. Le Forze Armate possono offrire, al vertice politico un ventaglio di opzioni sul modello di difesa sostenibile, ma hanno bisogno di certezze e di sostegno nel momento in cui molte scelte dolorose dovranno essere messe in pratica.

È comunque preferibile una soluzione di più basso profilo politico internazionale, ma efficiente, piuttosto che tornare ad un passato che nessuno rimpiange, con troppi uomini, poco addestrati e peggio equipaggiati.