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Economia internazionale

Il nodo energetico tra Europa e Russia

16 Lug 2008 - Giulia Nicchia - Giulia Nicchia

La partnership tra Italia e Russia si rafforza, ma crea anche qualche problema. Così ad esempio il progetto di un gasdotto a partecipazione paritaria tra Gazprom ed Eni, il South Stream, risponde all’aumento della domanda di idrocarburi del Vecchio Continente. Esso però rischia di compromettere definitivamente il progetto sostenuto dalle istituzioni comunitarie, il Nabucco, un corridoio energetico ideato per diversificare le fonti di approvvigionamento ed emanciparsi dalla dipendenza dalla Russia. Così, mentre singoli stati europei agiscono da “battitori liberi”, l’Ue cerca con difficoltà di impegnare la Russia in un dialogo complessivo e coerente.

Il paradigma della reciproca dipendenza
Le relazioni energetiche tra la Russia e l’Ue sono caratterizzate dal “paradigma della reciproca dipendenza”. Da una parte, la produzione locale europea di energia è in progressivo declino e la domanda in rapido aumento. Attualmente l’Ue importa circa il 75% del suo fabbisogno di petrolio, il 57% di quello di gas e il 40% di quello di carbone, ma si prevede un aggravamento della “dipendenza” europea una volta completata la riconversione industriale dei nuovi paesi membri.

Dall’altra, l’esportazione di materie prime rappresenta il 40% del Pil della Federazione Russa. La crescita del paese, dalla crisi finanziaria del 1998 ad oggi, è stata trainata dalla produzione ed esportazione di idrocarburi. Per mantenere gli attuali trend di crescita, la Russia ha bisogno di un mercato sicuro.

La geografia detta i termini di tale paradigma. L’Ue allargata è ormai direttamente confinante con la Russia (per oltre 2000 chilometri). Inoltre, il sistema di distribuzione esistente è costituito da una rete di condutture ereditata dall’epoca sovietica, che collega le regioni produttrici della Siberia alla ex zona del Patto di Varsavia e ad ex repubbliche sovietiche quali l’Ucraina e la Bielorussia. Tali paesi costituiscono ancora oggi un passaggio obbligato per il rifornimento di gas e petrolio russi all’Europa occidentale.

Strategie di diversificazione
“Diversificazione” è diventata la parola d’ordine delle istituzioni comunitarie. La Commissione europea, nel Libro Verde del 2006 “Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura” ha dato al termine una duplice significato. Diversificazione vuol dire quindi sperimentazione ed utilizzo di fonti di energia alternative per differenziare il mix energetico e rispondere al pressante imperativo della tutela ambientale. In secondo luogo, la diversificazione si concretizza nell’ ampliamento del ventaglio delle fonti di approvvigionamento e, quindi, nel rafforzamento delle relazioni economico-commerciali con le repubbliche dell’Asia Centrale, sostenendo la creazione e lo sviluppo di corridoi energetici alternativi. Il progetto del gasdotto Nabucco è l’espressione più compiuta di tale strategia, in quanto dovrebbe collegare la Turchia all’Austria attraverso la Romania, la Bulgaria e l’Ungheria, consentendo di soddisfare il fabbisogno energetico dell’Ue grazie al gas dall’Azerbaigian, dall’Egitto, dall’Iran o perfino dall’Asia centrale.

Analogamente, la Russia ha cercato di ridurre la propria dipendenza dal mercato europeo instaurando legami con l’Estremo Oriente: basti pensare all’accordo firmato con la Cina il 21 marzo 2006 e i negoziati con l’India degli ultimi anni. Tuttavia, la Russia ha dimostrato di voler dare priorità, almeno nel breve e nel medio periodo, al mercato europeo. Il Cremlino, attraverso Gazprom, si è impegnato nella progettazione di nuovi ponti energetici che collegheranno il territorio della Federazione direttamente all’Europa occidentale, evitando il passaggio nei territori dell’area del suo “vicino estero”.

Gli attuali corridoi energetici che collegano la Russia all’Europa occidentale si sono infatti rivelati politicamente “a rischio”. I paesi dell’Europa centrale ed orientale hanno subito circa 40 interruzioni nel rifornimento di gas a partire dallo smembramento dell’Unione Sovietica. Le instabili relazioni politiche della Russia con i paesi di transito rischia ancora oggi di mettere in crisi la sicurezza energetica dell’Ue.

In un tale scenario si collocano due progetti. Il primo, il gasdotto North Stream, nato da una joint venture tra Gazprom e due compagnie tedesche, consiste in una rete di pipelines di oltre 1200 km che attraversa il Mar Baltico. Il secondo, South Stream, frutto di una partnership tra Eni e Gazprom, attraverserà il Mar Nero e la Bulgaria. Si prevede che dalla Bulgaria partano poi due direttrici: una verso nord ovest (Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e Austria) ed una verso sud ovest (Grecia ed Italia).

Quest’ultima iniziativa si colloca in una strategia più ampia delle due aziende, che comprende accordi di cooperazione tecnologica in virtù dei quali la controparte italiana metterà a disposizione le proprie competenze ed esperienze per lo sviluppo del sistema di trasporto del gas russo.

Ciò appare di estrema importanza se si considera che la minaccia più pericolosa per la sicurezza energetica europea non è tanto la pressione che la Federazione Russa esercita sui paesi ex-satelliti attraverso la strumentalizzazione politica delle proprie risorse energetiche, quanto lo stato di degrado in cui versano le strutture di estrazione e distribuzione. Le tecniche e gli impianti utilizzati risalgono all’epoca sovietica e la drastica riduzione degli investimenti nella ricerca geologica produrranno nel medio periodo una devastante crisi della produzione. Secondo stime recenti, presto Gazprom non sarà più in grado di onorare i contratti fino ad ora stipulati, creando una forte instabilità globale. Il gigante russo dell’energia, infatti, ha improntato la propria strategia sul mantenimento di una indiscutibile posizione monopolistica piuttosto che sullo sviluppo e la modernizzazione della produzione.

Il nazionalismo energetico e la politica estera europea dell’energia
La Russia ha preferito avviare relazioni bilaterali con i singoli paesi europei piuttosto che con l’Unione europea. Questa pratica affonda le sue radici nel periodo della Guerra Fredda, ma si è confermata quando il processo di allargamento verso Est dell’Ue e della Nato sono state percepite da Mosca in modo negativo. Alla strategia russa si aggiunge il comportamento degli stati europei. Sebbene i vari paesi siano perfettamente consapevoli della loro interdipendenza politica ed economica, in tema di sicurezza energetica tendono ancora ad operare come “battitori liberi”, ostacolando la realizzazione di una vera politica energetica comune.

Molto dipenderà dal futuro della politica estera europea, ove essa riesca a sviluppare relazioni internazionali costruttive, solide e costanti, basate sui principi di complementarietà e di interdipendenza con i paesi produttori ed esportatori di energia. La Russia è indubbiamente uno spazio cruciale di “complementarietà” per l’Unione europea, ma solo lo sviluppo di un dialogo strategico complessivo potrà riuscire a incoraggiare e canalizzare investimenti europei verso il settore energetico russo, superando le attuali difficoltà e diffidenze reciproche.