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Politica estera americana

Il diavolo che non ti aspetti

7 Lug 2008 - Jeremy Shapiro - Jeremy Shapiro

L’Europa è in piena “Obamamania”. C’è un entusiasmo per il giovane candidato democratico alla presidenza che non si riscontra neppure negli Stati Uniti. Stando ai sondaggi, Obama gode di un leggero vantaggio su John McCain fra gli americani, ma è nettamente in testa in tutti i paesi europei: quaranta o cinquanta punti percentuali in più che riflettono la grande impopolarità di George Bush e del partito repubblicano in Europa.

Gli uomini di governo europei non sembrano invece condividere l’entusiasmo popolare per Obama. I diplomatici preferiscono, per deformazione professionale, la continuità. È naturale e comprensibile: il passaggio del potere da un partito all’altro comporta, soprattutto negli Stati Uniti, molti sconvolgimenti e una prolungata incertezza. Obama suscita una particolare perplessità, in gran parte perché si tratta di un novizio che è considerato un po’ ingenuo.

Europeismo di facciata
Questa impressione contrasta nettamente con il vago sentimento di confortevole familiarità che John McCain, il candidato repubblicano, suscita nei cuori, peraltro tutt’altro che teneri, dei funzionari europei. John McCain si occupa attivamente di relazioni transatlantiche da decenni, viaggia spesso oltreoceano e partecipa regolarmente all’annuale conferenza di Monaco sulla sicurezza. Secondo molti uomini di governo europei, la sua nitida conoscenza degli affari europei e l’attenzione per l’Europa che ha mostrato durante la campagna elettorale sono in aperto contrasto con l’ignoranza e l’indifferenza del candidato George W. Bush nel 2000. Il “texano tossico”, come ci si affrettò a chiamare in Europa George W. Bush, aveva raramente viaggiato all’estero prima di diventare presidente. Quand’era in partenza per il suo primo viaggio in Europa nel 2001, informò gli attoniti giornalisti europei che il sacro protocollo di Kyoto sul surriscaldamento climatico era da considerarsi “morto”, dando subito il senso di quale sarebbe stato il tono alle relazioni transatlantiche sotto la sua presidenza. La drammatica controversia sull’Iraq in realtà non fece che confermare e rafforzare la vulgata di un’amministrazione Bush unilateralista, prepotente, e indifferente alle opinioni degli europei.

Secondo i funzionari europei, un’amministrazione McCain sarebbe diversa. McCain ha opinioni radicalmente diverse da George Bush su molte questioni care agli europei, come il riscaldamento globale, il trattamento dei prigionieri e la tortura. C’è di più: essi credono che McCain non snobberebbe l’Europa e neppure tenterebbe di darle ordini, ma coopererebbe con gli europei per risolvere le differenze di vedute e per raggiungere obiettivi comuni.

Questione di stile
Purtroppo, questa percezione di John McCain, diffusa in Europa, ma anche negli Stati Uniti, è gravemente erronea. Che la si applichi alla persona o alla probabile squadra di governo, ha poco fondamento. Deriva, in parte, da un malinteso su cosa sia andato storto nelle relazioni transatlantiche sotto Bush. Il problema fondamentale non è mai stato di ignoranza o disattenzione. È vero, George Bush conosceva poco il mondo. Ma i suoi consiglieri avevano una notevole esperienza degli affari internazionali. I problemi sono dipesi piuttosto dallo stile della loro leadership e dalla loro visione del ruolo degli Stati Uniti negli affari globali. Per l’amministrazione Bush, agli Stati Uniti spettava il compito di condurre e all’Europa quello di seguire. Le consultazioni, in questa visione, sono un mezzo per comunicare decisioni prese piuttosto che per discutere idee diverse e ottenere il consenso. Questo atteggiamento implicava ovviamente un certo stile negoziale – o una mancanza di volontà negoziale – che rendeva le legittime divergenze politiche molto difficili da risolvere. In tal senso, il problema non sono mai stati i disaccordi, che sono fisiologici e costanti nelle relazioni transatlantiche. Il problema era il metodo scelto per affrontarli.

Benché John McCain abbia idee diverse da George Bush su alcune questioni importanti per l’Europa, con un’amministrazione da lui diretta lo stile, nell’essenziale, non cambierebbe. John McCain è uomo di forti convinzioni, che crede fermamente di essere nel giusto e che gli Stati Uniti abbiano una missione storica da adempiere. Tende a pensare che quelli che non sono d’accordo con lui abbiano una qualche motivazione moralmente riprovevole, e crede fermamente che occorra avere un’assoluta fermezza di intenti. Così, benché capisca il ruolo dell’Europa ben più di Bush, il suo approccio alla cooperazione con l’Europa sarebbe molto simile a quello dell’attuale presidente, come si evince anche dai suoi discorsi sulla politica estera. McCain sottolinea sempre in modo enfatico la necessità di cooperare con gli alleati, ma poi si limita a metter giù un elenco predeterminato dei compiti a cui gli alleati “devono” assolvere. Gli uomini di governo europei possono compiacersi di tanta attenzione, ma dovrebbero comprendere che non siamo in presenza dello spirito di empatia e compromesso necessario per rendere l’alleanza transatlantica una vera partnership.

Verso una nuova era?
Inoltre, sebbene in America si voti per una persona, si elegge in realtà una squadra di consiglieri e un partito alla guida del governo. John McCain, nonostante la sua meritata reputazione di politico fuori dagli schemi, non potrà sfuggire ai condizionamenti delle lobbies elettorali e dei consiglieri che farebbero parte della sua amministrazione. Gran parte del partito repubblicano considera l’Europa affetta da un pacifismo senza speranze, riluttante ad affrontare le dure sfide di sicurezza del nostro tempo, e troppo accondiscendente verso i nemici. Tra i consiglieri e sostenitori più stretti di McCain figurano molti neo-con, come Robert Kagan, Bill Kristol, e John Bolton, collusi con le politiche e lo stile che tanta indignazione hanno suscitato nelle capitali europee.

L’opinione pubblica europea probabilmente preferisce Obama per ragioni meno prosaiche: per la sua retorica entusiasmante, per la sua toccante storia personale, o per il valore simbolico che avrebbe l’elezione di un presidente nero. Eppure è possibile che le opinioni pubbliche europee abbiano un senso degli interessi europei più acuto dei professionisti che reggono le sorti della politica estera europea. I funzionari europei dovrebbero assecondare questa propensione per Obama e non solo perché ha una sua saggezza, ma anche perché le relazioni transatlantiche hanno bisogno di un tale fondamento politico. Il rapporto tra gli Stati Uniti e molti governi europei è migliorato durante il secondo mandato di Bush, ma l’opinione pubblica europea continua a mostrare un profondo senso di estraniamento nei confronti dell’America. Come dimostrano i risultati del referendum irlandese, non ci si può esimere dall’ascoltare la voce dell’opinione pubblica europea ed essa si è espressa molto chiaramente in favore di una nuova era nelle relazioni transatlantiche: un’aspirazione che solo con un’amministrazione Obama si può sperare di realizzare.