IAI
Barack Obama

Citizen of the world

28 Lug 2008 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Non sappiamo ancora se Barack Obama riuscirà a farsi eleggere presidente, ma intanto la sua settimana di viaggio in Asia ed Europa è stato un evento politico non indifferente, il cui impatto è andato al di là della semplice campagna elettorale. Erano ormai anni che non si vedeva più un uomo politico americano avere un simile successo di pubblico. È sin troppo facile fare dell’ironia e notare che non saranno certo gli europei a decidere l’andamento delle elezioni americane: il fatto à che il viaggio di Obama, particolarmente in Europa, ha dimostrato che gli Stati Uniti possono facilmente ritrovare la loro popolarità e forse anche il loro “soft power”. Cose che gli otto anni di presidenza di George W. Bush sembravano aver sepolto una volta per tutte.

Gli osservatori americani sono naturalmente più critici, e molti rilevano come Obama non abbia mostrato l’appeal di un Ronald Reagan, e come il suo discorso a Berlino, ai piedi della Siegessäule non abbia avuto (né in verità avrebbe potuto avere) l’impatto storico di quello di John F. Kennedy davanti alla Brandenburger Tor (Ich bin ein Berliner), se non altro perché la situazione è oggi molto diversa. Tuttavia Obama è riuscito comunque a far vibrare le antiche note del sogno americano e della nuova frontiera, ed ha riproposto l’immagine universale degli Stati Uniti, e non semplicemente quella della loro forza militare, raccogliendo facilmente il consenso dei suoi ascoltatori.

Un’analisi più spassionata di questo fenomeno deve riconoscere che la sostanza politica del discorso di Obama non è stata certo esaltante. Su questo piano si è mantenuto su una linea di sostanziale ortodossia con i grandi orientamenti tradizionali della politica estera americana, come del resto ha fatto in tutte le altre tappe del suo viaggio, in Afghanistan come in Iraq, Giordania e Israele, a Parigi e a Londra. Abbondavano le formule retoriche: “Vi parlo come un orgoglioso cittadino degli Stati Uniti e un concittadino del mondo”, “cadono i Muri”, “uniti si vince”, eccetera.

Un concetto però, variamente modulato, spiccava in modo significativo: è necessario accrescere (o ricostruire) la “fiducia” tra gli alleati. Una affermazione spesso collegata con l’altra sulla necessità di una migliore strategia “politica” oltre che militare, per riuscire a chiudere le troppe crisi aperte. Nulla di sostanziale dunque, e del resto non era questo il suo ruolo, ma una scelta netta a favore della politica sulla forza e dell’azione multilaterale su quella unilaterale. In altri termini, il senatore e candidato presidenziale Obama risponde efficacemente ad un evidente bisogno di America, presente in giro per il mondo: di una certa America che a molti sembrava scomparsa.

L’operazione non è priva di rischi. Un analogo approccio aperto e volontarista del presidente Kennedy, al suo primo incontro con i sovietici, convinse questi ultimi che avevano a che fare con un “peso leggero”, e probabilmente li spinse sulla strada avventurosa della installazione di missili nucleari a Cuba. Kennedy ne uscì più che bene, ma il mondo corse il rischio di una guerra nucleare. D’altro lato Obama suscita anche importanti aspettative cui forse, se verrà eletto, non potrà sempre dare risposte positive, e corre quindi il rischio di deludere chi oggi lo applaude.

Ma al di là della prudenza e dello scetticismo, vedere un possibile futuro presidente americano compiere un bagno di folla all’estero, malgrado i molti timori di un possibile attentato alla sua persona, e ricevere le ovazioni della folla, è comunque una svolta gigantesca, che ci riporta indietro nel tempo, a quando la fiducia nell’America e il gradimento per la sua politica erano ancora altissimi. Il fatto che questo possa ancora avvenire, malgrado la fine della Guerra Fredda e la scomparsa della minaccia comunista, è un segnale confortante della solidità dei legami transatlantici.