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Diritto internazionale

Uccisione di Nicola Calipari: una vicenda davvero conclusa?

30 Giu 2008 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

A leggere gli articoli della stampa quotidiana dopo la sentenza della Corte di Cassazione, che ha stabilito l’assenza di giurisdizione del giudice italiano per l’uccisione di Nicola Calipari, la vicenda sembrerebbe definitivamente chiusa. Occorre invece prendere atto che la sentenza della Cassazione dovrebbe costituire il punto di partenza per una riconsiderazione del diritto applicabile ai contingenti militari all’estero. E per possibili azioni del governo italiano a tutela dei propri interessi e di quelli dei connazionali coinvolti in incidenti del genere.

La Commissione d’inchiesta
È bene riassumere l’iter politico-giudiziario della questione e proporre una rilettura scevra da polemiche politiche.

I fatti sono noti. Calipari fu ucciso il 4 marzo 2005 ad un posto di blocco mobile installato dagli americani mentre si dirigeva, insieme all’autista della Toyota ed alla giornalista Giuliana Sgrena, all’aeroporto di Bagdad. Venne istituita, su insistenza italiana, una commissione d’inchiesta, che non può a stretto rigore essere definita congiunta o paritaria, poiché si è proceduto secondo le regole dell’esercito degli Stati Uniti e i due membri italiani figuravano piuttosto come invitati, che come membri a pieno titolo di una commissione internazionale d’inchiesta. Comunque la commissione non poté concludere i lavori in modo unanime, poiché gli Stati Uniti, pur esprimendo il proprio rincrescimento, addossavano la responsabilità dell’incidente agli italiani, mentre i membri italiani la addossavano agli Stati Uniti, pur escludendo che si fosse trattato di un’azione dolosa. Conclusioni fatte proprie dal Governo Berlusconi, nella persona del Presidente del Consiglio, secondo cui l’assenza di dolo non avrebbe escluso affatto la colpa, ascrivibile a negligenza, a imprudenza o anche a semplice imperizia.

Immunità organica
La questione è approdata alla III sezione della Corte di Assise di Roma. Mario Lozano, il soldato americano che aveva aperto il fuoco, non si è presentato in giudizio e la Corte ha proceduto in contumacia. Gli Stati Uniti si sono ben guardati dal cooperare con le autorità giudiziarie italiane. Esiste tra Italia e Stati Uniti un Trattato sulla mutua assistenza in materia penale, corredato di un Protocollo aggiuntivo del 1982. Ma questi strumenti consentono allo Stato richiesto (nel caso concreto gli Stati Uniti) di negare l’assistenza quando l’esecuzione della richiesta possa compromettere la sicurezza dello Stato oppure quando si tratti di un reato militare. La Corte d’Assise si è pronunciata per l’insussistenza della giurisdizione italiana (25 ottobre 2007). La sentenza è stata confermata dalla Cassazione (19 giugno 2008).

Benché la conclusione della vicenda giudiziaria abbia suscitato comprensibili amarezza e rincrescimento, le decisioni adottate dalle due Corti sono corrette in punto di diritto. Al momento dell’uccisione di Calipari, Lozano era un soldato, cioè un organo, degli Stati Uniti, di cui eseguiva gli ordini. In questi casi vige l’immunità organica o funzionale dell’individuo-organo, che non può essere sottoposto a giudizio in uno Stato straniero. Un giudizio sarebbe stato ammissibile solo se si fosse trattato di un crimine internazionale, il che è palesemente da escludere. Né gli eredi di Calipari o gli altri due passeggeri della Toyota potrebbero convenire in giudizio gli Stati Uniti in Italia per chiedere il risarcimento dei danni, poiché il giudice italiano dovrebbe dichiararsi incompetente: il danno è infatti derivato da un’attività sovrana quale quella relativa alle attività militari. Ci rendiamo conto dello sconcerto che la soluzione può suscitare. Ma queste sono le norme di diritto internazionale ed il giudice italiano deve applicarle essendo obbligato da una precisa disposizione costituzionale.

Lezione per il futuro
Si deve quindi considerare definitivamente chiuso il caso? No, occorre riflettere su quello che si può fare attualmente e su quello che deve essere fatto in futuro.

Il Governo italiano ha escluso il dolo, ma non ha escluso la colpa, affermando che i soldati al posto di blocco hanno agito con negligenza. Il Governo italiano dovrebbe almeno chiedere il risarcimento del danno agli Stati Uniti. Si tratterebbe di un risarcimento sotto un duplice profilo: per il danno arrecato allo Stato italiano per la morte di un proprio funzionario, e per il danno arrecato ai familiari delle vittime e agli altri passeggeri della Toyota. Gli individui non possono agire. Ma lo Stato può attivarsi! È ovvio che una pretesa del genere sarebbe immediatamente respinta dagli Stati Uniti e quindi la volontà di coltivare una controversia internazionale resta subordinata all’opportunità politica che, come spesso accade, finisce per prevalere su esigenze individuali. Durante il Governo Prodi i Ministri degli esteri e della giustizia si sono attivati presso gli Usa. Ma non si sa se fu chiesta solo l’estradizione del Lozano, immediatamente respinta, o furono fatti altri passi, ad esempio per ottenere un risarcimento per le vittime.

Ma affinché non si ripeta un nuovo caso Calipari occorre dettare regole chiare quando si partecipa a una coalizione multilaterale.

Come minimo occorre che:
– gli incidenti tra alleati siano sottoposti ad una commissione d’inchiesta, o ad altro meccanismo,effettivamente paritario, con regole di procedura non unilaterali, ma stabilite dagli Stati partecipanti alla coalizione;
– siano dettate regole per il riparto delle competenze giurisdizionali tra gli Stati partecipanti alla coalizione (attualmente tali regole esistono solo tra lo Stato inviante e lo Stato nel cui territorio le truppe sono stanziate);
– siano istituiti meccanismi per il risarcimento dei danni arrecati agli individui, magari sul modello di quelli esistenti nel quadro Nato, in cui si può chiedere il risarcimento al proprio Stato nazionale, che avrà titolo per chiedere il rimborso allo Stato che ha provocato il danno.<br<
Le operazioni multinazionali all’estero richiedono una disciplina priva di ambiguità, che si fa ancora attendere. È bene che lo Stato italiano se ne faccia promotore prima di imbarcarsi in altre imprese.