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Politica estera

Negoziato con l’Iran: una strategia europea per l’Italia

5 Giu 2008 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

Il nuovo governo italiano ha fatto dell’ingresso dell’Italia nel ‘club’ che gestisce il negoziato sul nucleare iraniano – il gruppo formato dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania (i P5+1) – un aperto obiettivo di politica estera. La condizione perché gli sforzi diplomatici italiani diano buoni risultati è l’adozione di una strategia che presenti il coinvolgimento di Roma non solo come valore aggiunto al P5+1, ma anche e soprattutto come opportunità per rafforzare la partecipazione dell’Ue al negoziato con l’Iran e più in generale alla gestione delle crisi internazionali.

Ostacolo tedesco
Il maggiore ostacolo alle aspirazioni di Roma è l’opposizione della Germania, restia a concedere ad altri il privilegio di un’associazione al Consiglio di Sicurezza che, per quanto limitata e settoriale, potrebbe prefigurarne una riforma di fatto, se non di diritto. Una tale strategia, limitata a Giappone e Germania, è stata in passato osteggiata con successo proprio dall’Italia. Ora l’Italia può seguire due strategie opposte: a) una “offensiva”, volta a isolare la Germania e ad assicurarsi l’appoggio degli altri membri del P5+1; b) una “cooperativa” che convinca l’intero gruppo dell’opportunità di rafforzare, anche attraverso l’Italia, il ruolo europeo. La seconda opzione è più difficile, ma offrirebbe migliori prospettive di un ritorno in termini di prestigio e influenza internazionali, anche nel caso (non improbabile) in cui l’ingresso nel ‘club Iran’ ci sia infine negato.

Tatticamente il governo italiano pensa di poter contare sull’appoggio degli Stati Uniti, sia perché condivide le linee di fondo dell’atteggiamento dell’amministrazione in carica verso l’Iran (e altre questioni mediorientali, ad esempio nei confronti di Israele), sia perché impegnato in una serie di misure volte a rafforzare le credenziali dell’Italia come affidabile partner di Washington. Vanno in questa direzione la promessa di attenuare le restrizioni all’impiego del nostro contingente in Afghanistan e l’ipotesi ventilata dal ministro degli esteri Frattini di un maggiore contributo italiano alla missione Nato di addestramento delle forze di sicurezza irachene.

Non solo Washington
Assicurarsi l’appoggio degli Stati Uniti per entrare a far parte del ‘club Iran’ è un passaggio obbligato, ma forse non sufficiente. La Farnesina dovrà sforzarsi di guadagnare consensi lì dove conta di più, e cioè in Europa. A questo proposito, le recenti dichiarazioni del presidente francese Sarkozy – che ha detto di non opporsi all’ingresso dell’Italia nel ‘club Iran’ – sembrano aprire prospettive incoraggianti. Nel corso dell’ultimo anno Sarkozy è entrato più volte in contrasto con la Germania, che ha ostacolato, tra le altre cose, i suoi piani per un’Unione per il Mediterraneo parallela, seppur collegata, all’Ue (in cui la Francia avrebbe recitato la parte del protagonista). L’Italia potrebbe tentare di sfruttare le incomprensioni che di tanto in tanto inceppano il motore franco-tedesco per assicurarsi un importante alleato. Aggiunto al sostegno degli Stati Uniti, e considerando i buoni rapporti tra Italia e Russia (e quelli ottimi tra Berlusconi e Putin), l’appoggio della Francia potrebbe mitigare l’opposizione tedesca. Si tratterebbe, a prima vista, di un grande successo diplomatico.

Tuttavia, vanno considerate alcune variabili che non solo potrebbero far fallire il tentativo dell’Italia di entrare nel ‘club Iran’, ma anche risultare in una sua ridotta capacità d’iniziativa internazionale, soprattutto in seno all’Unione europea. Roma deve innanzitutto calibrare le sue relazioni con Washington in una prospettiva di medio periodo, che guardi al di là dell’amministrazione Bush e che contempli la possibilità di avere a che fare con un presidente, come Obama, meno intransigente verso l’Iran. Inoltre, l’apertura di credito di Sarkozy va presa per quella che è: una disponibilità di massima, non un appoggio aperto e dichiarato. Parigi potrebbe ritenere che non sia nei suoi interessi dopotutto aprire un nuovo contrasto con Berlino per favorire gli italiani sulla questione Iran (non si dimentichi, inoltre, che sia la Francia sia la Gran Bretagna hanno sostenuto la candidatura della Germania a membro permanente del Consiglio di Sicurezza). Anche il sostegno della Russia non è poi scontato, tenuto conto che Berlino è il principale partner europeo di Mosca. Infine, ammesso che all’Italia riesca di entrare nel ‘club Iran’ riuscendo a mettere in minoranza la Germania, quali sarebbero le ripercussioni sui rapporti bilaterali Roma-Berlino? Conviene davvero all’Italia guastare le relazioni con quello che è spesso stato il suo interlocutore privilegiato nelle questioni europee? Quali altre strade potrebbe percorrere l’Italia per evitare questo rischio, pur continuando legittimamente ad aspirare ad entrare nel ‘club Iran’?

Strategia europea
La soluzione è in una strada che cerchi di bilanciare le aspirazioni nazionali dell’Italia con l’opportunità di dare maggiore forza internazionale all’Unione europea. L’Italia può presentare la sua candidatura come un valore aggiunto alla forza negoziale dei P5+1. I suoi rilevanti interessi economici ed energetici in Iran, di cui è insieme alla Germania il principale partner commerciale europeo, sono una risorsa inutilizzata o sottoutilizzata; se Roma venisse coinvolta direttamente nelle trattative, quegli interessi fornirebbero invece materiale utile ad allargare il ventaglio delle opzioni dei negoziatori europei, che potrebbero offrire agli iraniani più concrete prospettive sia di sanzioni sia di incentivi.

Per rendere tale discorso più forte e credibile tuttavia sarebbe opportuno anche arricchirlo di proposte volte a far avanzare il negoziato, oggi bloccato. In sostanza, l’Italia potrebbe promuovere l’idea che la sua associazione al gruppo dei P5+1 sia occasione di una nuova iniziativa negoziale che, pur mantenendo vive le opzioni di contenimento ed isolamento dell’Iran, offra una maggiore flessibilità (ad esempio rivedendo l’ormai del tutto irrealistica condizione che il negoziato segua e non preceda un’eventuale sospensione dell’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran). Solo facendosi portatrice di più creative soluzioni diplomatiche, Roma potrebbe forse ottenere dai tre grandi europei l’assenso a partecipare a quel tavolo negoziale che essa stessa, e proprio con Berlusconi premier e Frattini ministro degli esteri, rifiutò nel 2003 (per timore, probabilmente, di irritare gli Stati Uniti, allora del tutto contrari al negoziato euro-iraniano).

Ma se questa fosse la strada da percorrere, l’Italia dovrebbe anche dare alla sua candidatura una decisa connotazione europea, chiarendo che attraverso di essa intende stabilire un legame più forte tra il ‘club Iran’ e l’Ue, per conto della quale i tre grandi europei negoziano con Teheran. L’Italia cioè, al di là del suo collegamento politico con Washington, dovrebbe impegnarsi a sostenere con forza la maggiore partecipazione delle istituzioni europee al negoziato, a farsi portavoce di interessi e preoccupazioni degli altri stati membri (soprattutto quelli in affari con l’Iran, come l’Austria), a dare appoggio ad iniziative in ambito Ue promosse dai tre grandi (per esempio, potrebbe unirsi con maggiore decisione ai piani francesi di un rilancio della dimensione europea della difesa, o contribuire a riavvicinare ulteriormente le posizioni di Parigi e Berlino sull’Unione per il Mediterraneo lanciata da Sarkozy).

Legando il suo ingresso ad una nuova fase negoziale in cui l’Unione europea recuperi maggiore rappresentanza e spazio di manovra, l’Italia potrebbe ottenere il doppio risultato di consolidare la sua posizione di partner affidabile di Washington e, nello stesso tempo, membro dell’Ue autenticamente e attivamente interessato a promuovere il ruolo internazionale dell’Unione. Se invece fosse percepita come un alfiere delle posizioni intransigenti degli Stati Uniti (che potrebbero cambiare dopo le presidenziali) e apparisse decisa a portare dentro al ‘club Iran’ la sua diatriba con la Germania circa l’allargamento del Consiglio di Sicurezza, l’Italia potrebbe ottenere l’effetto contrario di isolarsi in Europa.