IAI
Missioni di pace e lotta al terrorismo

Londra cambia rotta sull’Afghanistan

3 Giu 2008 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Il governo britannico accentua (prudentemente) le sue differenze con Washington, in Afghanistan e altrove. Queste posizioni potrebbero preludere ad un nuovo rapporto tra Europa e America, dopo le elezioni presidenziali di novembre. Ma andiamo per gradi.

Le proposte di Miliband
In un discorso tenuto al Csis di Washington, il Ministro degli Esteri britannico David Miliband ha dichiarato che in Afghanistan l’azione militare non basta, servono nuove iniziative per la riconciliazione politica e la ricostruzione economica: solo così si potrà sradicare la minaccia del terrorismo islamico. In particolare, Miliband prefigura l’appoggio di Londra ai tentativi del governo afgano e di quello pachistano di intavolare un negoziato con le tribù legate ai talebani che operano al confine tra i due paesi.

Secondo il ministro laburista la stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan è una delle priorità della politica estera britannica per due motivi: l’entità della minaccia terroristica nei due paesi e i legami storici con Islamabad (800.000 britannici sono di origine pakistana, e 80.000 cittadini del Regno Unito vivono in Pakistan). Miliband si è appellato agli Stati Uniti quale principale potenza nell’area – gli Usa sono il primo partner commerciale del Pakistan e forniscono metà delle forze militari impegnate in Afghanistan – alla Nato e all’Unione Europea per un’azione congiunta basata su quattro linee guida.

In primo luogo, occorre, secondo Miliband, che azione militare e riconciliazione nazionale siano viste non come alternative, ma come complementari. Si tratta di coinvolgere più gruppi possibili nel confronto politico, colpendo solo coloro che si oppongono in modo assoluto alla transizione democratica. Nel concreto, questo si traduce nell’appoggio della Gran Bretagna ai tentativi del presidente afgano Hamid Karzai e del governo pachistano di negoziare con alcune delle tribù legate ai talebani nella regione a cavallo dei due stati.

In secondo luogo, è essenziale, ha sostenuto Miliband, che la democrazia elettorale poggi su uno stato effettivamente capace di svolgere i suoi compiti essenziali verso i cittadini nel campo dell’amministrazione della giustizia, della fornitura dei servizi fondamentali e della sicurezza. Questo significa fra l’altro che in Afghanistan lo sforzo della comunità internazionale per lo sviluppo di una polizia e di un sistema giudiziario credibili non deve essere inferiore a quello per la costruzione di un esercito efficiente: altrimenti, ha sottolineato Miliband, non si potrà mai ottenere un significativo sostegno da parte della popolazione. Per avere successo lo state-building deve inoltre soddisfare, secondo il ministro degli esteri britannico, altri due requisiti fondamentali: promuovere il processo di democratizzazione partendo prima dal livello locale per poi passare a quello centrale (approccio bottom-up), e assicurare l’equilibrio di poteri tra l’esercito, il governo civile e gli altri corpi dello stato.

Dal discorso di Miliband emerge il tentativo di imprimere una svolta realista alla politica verso l’Afghanistan e il Pakistan, pur mantenendo fermo l’obiettivo della promozione della democrazia. Miliband ha confermato l’impegno del suo governo per la stabilizzazione dei due paesi. Da questo punto di vista il suo discorso non può che essere piaciuto agli americani. Ma il cambio di strategia auspicato dal ministro britannico è anche, di fatto, una critica ad alcune delle scelte politiche e dei metodi adottati dall’amministrazione Bush, in particolare sull’uso della forza militare.

Brown e la strategia di sicurezza nazionale britannica
Un’impostazione analoga aveva d’altronde già caratterizzato un importante discorso pronunciato dal premier britannico Gordon Brown in aprile durante una visita negli Stati Uniti. In quell’occasione, Brown aveva affermato che “la leadership americana è e sarà indispensabile”, ma aveva auspicato al contempo “un nuovo inizio nella collaborazione tra America e Europa”, un maggiore impegno dell’Onu nell’aiutare gli stati falliti, e, in particolare, la creazione di una forza civile internazionale permanente in grado di assistere l’opera di state-building dove necessario. Miliband e Brown non hanno insomma rimesso in discussione la “special relationship” che lega Usa e Regno Unito né il ruolo di Washington come potenza globale, ma hanno chiesto a chiare lettere una correzione della strategia seguita fin qui per affrontare la sfida del terrorismo e ricostruire gli stati falliti. Attiva cooperazione con gli alleati europei, impegno delle istituzioni internazionali e dispiegamento di capacità civili accanto a quelle militari: sembrano essere queste le carte su cui punta il governo di Londra.

Non a caso nella Strategia di sicurezza nazionale della Gran Bretagna, pubblicata pochi mesi fa, ampio spazio è dedicato all’intervento negli stati “deboli o falliti” che alimentano la minaccia terrorista. Il documento individua alcuni obiettivi prioritari: rafforzare la componente civile dispiegabile dalla Gran Bretagna e in genere la capacità internazionale di intervenire con missioni di peace-keeping; integrare azione civile e azione militare; mettere in grado gli stati deboli o le organizzazioni regionali di prevenire e risolvere i conflitti locali.

Una nuova chance per Stati Uniti ed Europa
Dai discorsi di Miliband e Brown, così come dalla Strategia di sicurezza nazionale britannica, emerge un’impostazione parzialmente diversa da quella del governo Blair, che cerca di far tesoro dagli errori compiuti negli scorsi anni e gettarsi alle spalle la contrapposizione tra hard power e soft power e tra unilateralismo e multilateralismo che sono state all’origine di laceranti dispute transatlantiche. L’esito del tentativo britannico di modificare la strategia occidentale dipende in primo luogo da due elementi, uno relativo alla politica interna britannica, l’altro più legato alle circostanze internazionali. Sul primo fronte, Brown deve affrontare i crescenti malumori del partito laburista per i disastrosi risultati delle ultime elezioni amministrative, che hanno fra l’altro permesso ai Tory di conquistare anche il comune di Londra. I consensi dei conservatori sono in netta crescita, e dopo oltre un decennio di governo laburista, le prossime elezioni parlamentari rischiano di trasformarsi in un incubo per Brown e il suo partito.

Tali elementi di debolezza interna gettano un’ombra sulla capacità del governo in carica di incidere sull’agenda politica internazionale. Non devono tuttavia far sottovalutare l’impatto che la posizione della Gran Bretagna può avere sugli alleati atlantici. I candidati alla Casa Bianca sembrano infatti in sintonia con i punti chiave esposti da Brown e Miliband. Anche il candidato repubblicano John McCain ha preso le distanze dall’unilateralismo e dall’enfasi sullo hard power che avevano caratterizzato in particolare la prima presidenza Bush e si è impegnato a ricercare una maggiore cooperazione con gli alleati europei e con le istituzioni internazionali.

Il prossimo presidente americano potrebbe dunque indirizzare gli Stati Uniti sulla rotta indicata dalla Gran Bretagna per affrontare la minaccia terrorista e l’instabilità regionale. Per i paesi europei sarebbe una grande opportunità, ma anche una grande sfida. Infatti, una volta uscito di scena Bush, se Washington e Londra continuassero a chiedere agli alleati europei un maggior sforzo militare in Afghanistan, ma nel contesto di una credibile strategia di rilancio degli sforzi di ricomposizione politica e di sostegno civile ed economico, l’Europa non potrebbe più utilizzare l’alibi degli errori dei neo-con. Se sprecasse questa nuova opportunità, correrebbe il rischio di essere considerata, per citare una celebre battuta cinematografica, “solo chiacchiere e distintivo”.

Alessandro Marrone è assistente alla ricerca nell’Area Rapporti Transatlantici e nell’Area Sicurezza e Difesa dello Iai

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McCain: la politica estera di un falco pragmatico

Philip Gordon, consigliere di Barack Obama: “l’America è pronta a tornare al multilateralismo. Ma gli europei dovranno darci una mano”Defense Initiative, Sdi) gli Stati Uniti hanno speso centinaia di miliardi di dollari nella ricerca e sviluppo di sistemi di difesa contro le minacce missilistiche. L’ex-presidente George W.Bush è stato un fervente sostenitore della difesa antimissile, promovendone l’installazione di alcuni componenti in Europa. Si tratta di un progetto che soprattutto i repubblicani hanno a cuore, ma che in realtà raccoglie consensi, anche se più tiepidi, anche fra una parte consistente dei democratici. L’amministrazione Obama ha preso le distanze dall’entusiasmo di Bush per l’idea dello scudo antimissile, ma non l’ha messa in un cassetto.In realtà la sta portando avanti, seppur con più cautela e con modalità differenti, il che crea tensioni con Mosca e rischia di ostacolare il raggiungimento del nuovo accordo tra americani e russi sulla riduzione degli arsenali nucleari strategici.

Il pomo della discordia
Il trattato Abm (Anti Ballistic Missile), firmato da Usa e Urss nel 1972,impegnava le due superpotenze a non costruire sistemi di difesa antimissile, garantendo la reciproca vulnerabilità agli attacchi nucleari, su cui su basa la dissuasione reciproca. Nel 2002 tuttavia l’amministrazione Bush si ritirò dall’accordo Abm,argomentando che, dopo la fine della Guerra Fredda, andava ripensato il principio della dissuasione perché erano venute alla ribalta altre minacce, più sfumate e diffuse,contro cui era necessario disporre di strumenti di difesa.Fu così che a partire dal 2004 vennero costruite due installazioni, a Fort Greely in Alaska e a Vandenberg in California, dotate di missili intercontinentali a lungo raggio in grado, almeno sulla carta, di intercettare potenziali attacchi provenienti da paesi come la Corea del Nord e l’Iran. Il complesso tuttavia non ha dimostrato una grande affidabilità: i test fin qui effettuati hanno palesato l’imprecisione del sistema di intercettazione,segnalandone la complessiva inefficienza.

A scatenare la polemica tra Russia e Stati Uniti è stato però soprattutto l’annuncio di Bush nel 2007 di voler installare in Europa orientale un terzo sito missilistico, costituito da 10 missili intercettori in Polonia e da un sistema radar in Repubblica Ceca, anche se l’intento dichiarato era di fronteggiare un’eventuale minaccia iraniana. Il timore del Cremlino è che un tale sistema possa essere progressivamente sviluppato fino a rendere obsoleto il deterrente nucleare russo. Mosca ha controproposto di utilizzare i propri radar presenti inAzerbaijan e ad Armavir nella Russia meridionale. La proposta prevede anche la creazione di un centro di monitoraggio congiunto a Bruxelles e a Mosca che fungerebbe da base di controllo e di rielaborazione delle informazioni ricevute dai radar. Così integrato, il sistema non costituirebbe più una minaccia. Se davvero infatti il pericolo è rappresentato da Teheran e non da Mosca,argomentano i russi, non vi dovrebbero essere remore alla finalizzazione del progetto in una formula allargata, che comprendendo la Russia e spostando la base destinata alle installazioni in territori molto più a ridosso del confine iraniano, permetterebbe una risposta più efficace alla minaccia.

La nuova enfasi sui missili mobili
Secondo un recente rapporto del Pentagono, nel 2010l’agenzia deputata allo sviluppo di dispositivi missilistici difensivi (Missile Defense Agency),riceverebbe per lo sviluppo del programma 1,2 miliardi di dollari in meno rispetto al 2009. E’ però previsto che aumentino,rispetto agli anni precedenti, gli stanziamenti per le tecnologie missilistiche mobili in grado di contrastare attacchi dalla media e corta distanza. In particolare, nel 2010 si spenderà di più per il miglioramento della tecnologia dei missili THAAD (theatre high-altitude area defence), e per la tecnologia missilistica SM-3 (Standard Missile-3), che, integrata nel sistema di navi Aegis, è in grado di intercettare missili di corta e media gittata. Pare dunque che l’amministrazione americana abbia per il momento “congelato” i suoi programmi di difesa basati sui missili intercettori installati nei silos  (che servono per la difesa contro i missili intercontinentali) ridirezionando i fondi verso sistemi di intercettazione mobili contro i missili a corto e medio raggio. Il vantaggio degli intercettori mobili è che possono essere utilizzati in maniera flessibile a seconda delle minacce emergenti.

Benché dunque l’amministrazione Obama stia spostando risorse verso programmi di difesa missilistica meno ambiziosi, con l’intento anche di allentare la tensione con la Russia, il progetto nel lungo periodo rimane. Se non altro perché i test hanno dimostrato che i sistemi più affidabili, THAAD, Aegis/SM-3, se ulteriormente sviluppati,potrebbero servire anche per l’intercettazione di missili a più lungo raggio, colpendoli nella fase intermedia o finale della loro traiettoria. Va notato, a tal proposito,che nel 2010 la Missile Defense Agency ha in programma di migliorare i sistemi mobili di intercettazione di missili a gittata intermedia per renderli capaci di colpire vettori a più lungo raggio. Per il potenziamento dei missili SM-3 è prevista anche una collaborazione con il Giappone.

Accordi di disarmo a rischio
Un attacco nucleare russo in Europa è un’eventualità estremamente remota. E, in ogni caso, nel futuro prossimo nessuno scudo sarebbe in grado di farvi fronte. Ma quel che preoccupa il Cremlino è che nel più lungo periodo progressi tecnologici potrebbero rendere il sistema antimissile più efficiente, al punto da renderlo capace di ridurre in misura significativa la capacità offensiva della russia. Per dimostrare che la minaccia non è rappresentata da Mosca, bensì da Teheran, l’amministrazione Obama potrebbe accettare la proposta di usare i radar posizionati nel fianco sud del confine russo. Ma è a dir poco dubbio che la cooperazione russo-americana in un’area così sensibile sia davvero fattibile, tenendo conto anche che il sistema integrato implicherebbe una condivisione di dati riservati e di tecnologie che sono costate agli americani miliardi di dollari.

É probabile dunque che gli Stati Uniti terranno fede agli impegni presi con Polonia e Repubblica Ceca,installando i dispositivi di difesa missilistica mobile di cui si è ventilato l’incremento in attesa di integrarli in un sistema più complesso. Nuove tensioni potrebbero scaturirne tra Russia e Stati Uniti, che di rimbalzo potrebbero mettere a repentaglio l’accordo preliminare che a luglio Mosca e Washington hanno raggiunto per un nuovo trattato sulla riduzione dei rispettivi arsenali nucleari.Ancora una volta, appare evidente che il nesso tra disarmo e difesa antimissile non potrà essere ignorato, ma costituirà al contrario uno dei temi centrali su cui raggiungere un compromesso accettabile per entrambe le parti.