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Immigrazione

L’Europa e l’immigrazione: la pancia contro la testa

4 Giu 2008 - Ferruccio Pastore - Ferruccio Pastore

L’Unione europea è il maggior polo di immigrazione al mondo. Dal 2002, si stima che i flussi netti abbiano oscillato tra 1,5 e 2 milioni ogni anno. Eppure non basta. Secondo la Commissione europea, malgrado l’immigrazione, da qui al 2050 la popolazione in età lavorativa dovrebbe diminuire di 50 milioni di unità: è facile prevedere che questo dissanguamento demografico avrà un impatto negativo sui livelli di crescita e di benessere. L’immigrazione non può essere la sola risposta, ma è certamente una parte importante di essa. Tutte le classi dirigenti europee lo hanno capito, ma non si regolano di conseguenza: il prezzo politico sembra loro troppo elevato, meglio scaricarlo sui posteri.

Tra contraddizioni e ambiguità
Il risultato sono politiche gravemente contraddittorie e ambigue. Il 29 maggio scorso, Brice Hortefeux, ministro francese per “l’immigrazione, l’integrazione, l’identità nazionale e il co-sviluppo”, ha presentato al Parlamento europeo un “Patto per l’immigrazione”, a nome della presidenza semestrale francese che si apre il 1° luglio: “l’Europa non può accogliere dignitosamente tutti quelli che sognano il suo Eldorado”, ha detto. Appena il giorno prima, però, il Presidente francese aveva annunciato che, da luglio, la Francia aprirà le porte ai lavoratori polacchi e degli altri sette paesi dell’Europa orientale entrati nella Ue nel 2004.

L’aspirazione è chiara: soddisfare gli skill shortage ormai pressanti con immigrati choisis (e non subis, secondo lo slogan vincente di Sarkozy in campagna elettorale), in quanto ritenuti culturalmente più affini, mediamente più istruiti e presumibilmente più propensi a tornare a casa, a fine carriera. Peccato sia un disegno tardivo, visto che la stessa scelta l’avevano già compiuta la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Svezia quattro anni fa, drenando centinaia di migliaia di giovani braccia e menti preziose, soprattutto dalla Polonia. Oggi invece, a Varsavia, si registra un’inversione di tendenza: partenze in netto calo, ritorni avviati. È probabile che la Ostpolitik migratoria dell’Eliseo si traduca in un buco nell’acqua.

Neppure il governo italiano può permettersi una politica di “immigrazione zero”. Anche qui la linea che sembra affermarsi è quella paternalistica dell’immigrato “buono”. Non andò diversamente nel 2001-2002 quando, dopo alcuni mesi di roboanti proclami, venne infine adottata “la madre di tutte le regolarizzazioni”. Per ora, si parla soltanto di aprire uno spiraglio per una parte del mezzo milione di lavoratori di cui imprese e famiglie chiesero invano l’assunzione con i tre click day di fine 2007. I criteri limitativi che pare verranno applicati (cioè, solo “badanti” la cui richiesta di assunzione proviene da famiglie italiane) rivelano una concezione ottocentesca della società, ma segnalano anche l’impraticabilità di promesse come: “mai più regolarizzazioni!”.

Nella Ue, la contraddizione tra il fabbisogno e la disponibilità ad accogliere è particolarmente lacerante, ma il resto del mondo non sta molto meglio. L’incapacità di “vendere” al Congresso la sua riforma dell’immigrazione, che comportava anche caute aperture per ingressi temporanei e regolarizzazioni, è stato uno dei fallimenti più gravi di Bush junior sul fronte interno. In Russia – ormai il secondo paese di immigrazione al mondo – la drammatica carenza di manodopera in vasti settori (i soliti: costruzioni, pulizie, turismo, quei lavori duri e sporchi senza i quali una metropoli si ferma) ha imposto una svolta rivoluzionaria: dopo anni di rigore poliziesco e un fallito tentativo di regolarizzazione (2005), nel gennaio 2007 Putin ha deciso una liberalizzazione condizionata dell’accesso al mercato del lavoro per i cittadini della Confederazione degli Stati Indipendenti (Csi), Caucaso e Asia centrale soprattutto. Da allora, in poco più di un anno, oltre un milione di lavoratori stranieri si sono regolarizzati.

Interessi nazionali e coopetition europea
L’Europa migratoria è un mosaico sconnesso. Comprende grandi importatori di manodopera low skilled, come molti paesi mediterranei, e stati tuttora refrattari all’immigrazione da lavoro, come più o meno tutto il cuore renano, dai Pirenei all’Oder-Neisse; vi convivono paesi che hanno disinvoltamente sanato milioni di persone e altri per cui la parola stessa “regolarizzazione” suona come un anatema. Le polemiche francesi contro Zapatero, in occasione della normalización di massa del 2005, rimangono negli annali. E infine l’Europa a 27 accoglie anche importanti paesi di emigrazione, Polonia e Romania in primis, la cui sensibilità e le cui priorità sono certo diverse da quelle dei paesi di destinazione. Ne è stato un esempio l’aspro scambio di accuse tra Roma e Bucarest intorno ai discutibilissimi progetti anti-romeni del nuovo governo italiano che, tra l’altro, riducono la cittadinanza europea alla dimensione censuale.

Il giro di vite deciso con il pacchetto sicurezza adottato dal Consiglio dei ministri di Napoli ha innescato un pesante battibecco con esponenti del governo di Madrid, la cui vis polemica nasceva probabilmente anche dal timore di un possibile ri-orientamento verso la penisola iberica dei flussi irregolari dissuasi dall’esibizione muscolare italiana; d’altra parte, un effetto analogo era stato registrato negli anni scorsi dall’Italia, quando l’entrata in funzione del sistema radar Sive sulle coste andaluse aveva determinato un’impennata degli sbarchi di marocchini in Sicilia.

Non c’è quindi da stupirsi che la famosa “politica migratoria comune”, che esiste sulla carta da quasi un decennio, fatichi a materializzarsi nella realtà. Come in altri ambiti del processo di integrazione, siamo in una situazione di “coopetition”, ossia un mix di cooperazione e competizione. In certi campi, la cooperazione fa passi da gigante. L’esempio principe è la sicurezza: l’Europa dei controlli migratori è sempre più unita, dotata di standard normativi comuni (particolarmente restrittivi quelli, appena concordati, in materia di espulsioni), di strutture di coordinamento (Frontex) e di leve finanziarie ad hoc (Fondo europeo per i rimpatri. Fondo per le frontiere esterne, ecc.).

Ma la Commissione, sembra consapevole che tutto questo non basta; anzi, che solo questo può divenire controproducente. Rassicurare l’opinione pubblica con strumenti repressivi può rinviare le tensioni, ma può anche alimentare un’esplosione xenofoba e antipolitica, quando le misure più draconiane avranno rivelato la loro sostanziale incapacità di gestire il fenomeno.

Nelle sue Conclusioni di marzo 2008, il Consiglio europeo dice di attendere “con interesse la proposta della Commissione relativa ad una Agenda sociale rinnovata, che dovrebbe tenere conto delle nuove realtà sociali e lavorative dell’Europa e affrontare i problemi relativi ai giovani, all’istruzione, ai flussi migratori e alla situazione demografica nonché il dialogo interculturale”. Con lo stesso documento, la Commissione è stata invitata a presentare “una valutazione esauriente dei futuri bisogni europei per quanto riguarda le competenze fino al 2020, che tenga conto delle ripercussioni dei cambiamenti tecnologici e dell’invecchiamento della popolazione, e a proporre iniziative per anticipare le esigenze future”. Era ora!

Insomma, una grande operazione di mainstreaming (cioè di inserimento fisso e organico in agenda) dell’immigrazione, quella legale e stabile, nelle politiche economiche e sociali dell’Unione sembra in gestazione. C’è da sperare che questo avvenga davvero, e che la testa sappia ancora parlare alla pancia, altrimenti l’Europa, un po’ come nell’apologo di Menenio Agrippa, rischia di venire lacerata.