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Allargamento della Nato

La Georgia nella Nato: un matrimonio necessario ad entrambi

17 Giu 2008 - Andrea Carteny - Andrea Carteny

L’amministrazione filo-occidentale e atlantista di Mikheil Saakashvili è uscita vincitrice dalle elezioni parlamentari del 21 maggio scorso e può guardare al summit Nato di dicembre come all’appuntamento su cui giocare la propria credibilità. Lo spazio di manovra resta, però, molto limitato. Soprattutto se Tbilisi non riuscisse a proporre una posizione che depotenzi il veto russo: una scelta atlantica “gollista”, con piena membership nell’Alleanza, ma fuori dal comando militare integrato Nato, potrebbe essere la formula per andare avanti nel processo di integrazione senza provocare un reazione a catena.

Paese geo-strategicamente cruciale tra Europa ed Asia, frontiera tra mondo turco, persiano e russo, tra Islam – sciita e sunnita – e cristianesimo, la Georgia incarna molte delle contraddizioni che la complessa storia delle civiltà mediterranee ha accumulato nella regione caucasica. Il Caucaso meridionale, già culla della civiltà proto-cristiana, ma nello stesso tempo zona di confine da molti considerata “esterna” al continente europeo, de facto è una regione d’indiscussa influenza russa i cui Stati – Georgia, Armenia e Azerbaijan – hanno difficoltà a farsi riconoscere i parametri minimi per l’adesione ai club euro-atlantici. Certo è che a 90 anni dalla breve indipendenza dei tre paesi dalla Russia post-zarista, il veto con cui i paesi dell’Alleanza atlantica hanno rimandato l’avvio del processo di membership per Tbilisi suona per l’antico popolo dei “kartveli” incomprensibile e inaccettabile.

Rischio “finlandizzazione”
Il rischio “finlandizzazione” – di essere in pratica uno Stato a sovranità “limitata” nella politica interna – è già, in parte, una realtà per la Georgia: anche di fronte all’opzione atlantica sancita da un voto popolare (77% di “sì” al referendum dello scorso gennaio) e dell’amministrazione Saakashvili (rieletto presidente a gennaio e il cui partito si è confermato saldamente al governo con le recenti elezioni politiche del 21 maggio), il niet russo è stato accolto da parte dei partner europei in occasione del vertice Nato di Bucarest dello scorso aprile. L’eventuale ripresa del processo per l’avvio della procedura di pre-adesione (Membership Action Plan) per Georgia e Ucraina è stata così rimandata a dicembre. Se qualche analogia con il presidente finnico Urho Kekkonen – che durante la Guerra fredda seppe mantenere il paese al di fuori del blocco orientale, concedendo un’influenza a Mosca che prevedeva condizionamenti politico-economici e internazionali, ma non ideologici – può averla avuta Eduard Shevardnadze, che negli anni Novanta ha fatto uscire il paese dalla guerra civile per farlo entrare nella Comunità di Stati Indipendenti, l’attuale leader georgiano Saakashvili ha fatto della differenza con il vecchio capo della diplomazia sovietica la chiave del successo nella “rivoluzione delle rose”, avvenuta neanche 5 anni fa. La lotta alla corruzione, l’indipendenza dalla Russia, l’orientamento atlantista e filo-europeo basato sull’asse con gli Stati Uniti di George W. Bush, hanno portato il giovane Saakashvili al trionfo presidenziale e parlamentare nel 2004. La repressione delle manifestazioni dell’opposizione nell’autunno 2007, però, ha gettato un’ombra sul netto profilo democratico e liberale che il giovane presidente si era guadagnato in Occidente.

La doppia vittoria di Saakashvili e l’opzione atlantista
La riaffermazione nelle elezioni presidenziali d’inizio anno, unita alla consultazione popolare vittoriosa proprio sull’adesione alla Nato, hanno accennato ad una strategia di svolta della leadership di Tbilisi, rafforzata dall’affermazione alle elezioni parlamentari del 21 maggio. Anche in quest’occasione le accuse dell’opposizione si sono ripetute: la vittoria sarebbe stata falsata dall’egemonia svolta nel paese da una “fazione familiare”: quella del Movimento Nazionale Unito del presidente Saakashvili. In effetti, il cambio del sistema di voto di un parlamento ridotto a 150 seggi totali, ha introdotto l’assegnazione della metà dei seggi con voto diretto su collegio elettorale: sui 75 seggi, il Movimento di Saakashvili ne ha presi 71. Così con il 60% dei voti nel proporzionale il Movimento Nazionale domina l’80% del Parlamento, supera il limite dei 2/3 ed ha via libera per politiche e riforme forti. Nonostante le polemiche e le proteste, anche nelle elezioni politiche del mese scorso più di qualche osservatore ha visto il fattore positivo di elezioni abbastanza libere – anche se non completamente corrette – che confermano la“buona strada” intrapresa dalla Georgia.

Rimane però il fatto che l’allargamento della Nato a ex membri dell’Unione Sovietica è tornato ad essere il vero nodo da sciogliere, su cui la leadership georgiana – ma anche la credibilità internazionale della Nato – si giocano molto. Eppure l’invito all’adesione dei Paesi baltici – avvenuto, seppur con molta cautela per la Russia, già durante il vertice di Praga nel novembre 2002 – non ha impedito all’Alleanza atlantica di entrare “dentro” l’ex Unione Sovietica. Le pressioni della Russia putiniana di Medvedev sono però di ben altro peso. L’asse nordamericano pro-allargamento – che prevederebbe un’integrazione non solo sul piano della sicurezza militare, ma anche di quella socio-economica, in applicazione dell’ articolo 2 detto “canadese” – rimane dunque il punto di riferimento per i governi filo-atlantici dell’area. Le posizioni dell’Ucraina e della Georgia sono però differenti. Il governo di Tbilisi, infatti, con l’elezione presidenziale di gennaio ha votato sull’adesione alla Nato, dove il “sì” ha superato i ¾ dei voti espressi, mentre a Kiev la volontà del governo coincide solo parzialmente con il favore della popolazione (che rimane fortemente divisa tra l’est filo-russo e l’ovest filo-occidentale).

Tra guerra e pace
Commentando il ruolo che Mosca gioca sui Balcani dopo la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, l’esperto Mauro De Bonis ha sintetizzato efficacemente che l’uso da parte della Russia dei secessionismi in Georgia (Abkhazia e Sud-Ossezia) e in Moldova (Transnistria) ha come posta in gioco principale quello di “evitare l’aggregazione della Georgia” (e nel futuro di altri possibili candidati) “alla Nato”. Di fatto in Sud-Ossezia e Abkhazia, così come in Transnistria, le stragrande maggioranza della popolazione ha passaporto russo, ha come seconda – se non come prima – lingua il russo, percepisce pensioni in rubli ed ha votato con circa il 90% dei consensi Dmitri Medvedev nelle elezioni presidenziali del marzo scorso. Queste tre regioni indipendentiste (a cui si aggiunge la regione del Karabakh, ancora formalmente territorio azero ma “de facto” armena) fin dai primi anni Novanta hanno avviato un coordinamento che ha come obiettivo prioritario di mantenere le truppe russe sui propri territori. In effetti, con i 5 mila soldati di stanza in Abkhazia, la Russia schiera nella regione secessionista un numero pari a oltre la metà dell’intero esercito georgiano. Da parte di Tbilisi c’è naturalmente sul campo l’ opzione bellica, che prevede un attacco sulle regioni separatiste (Abkhazia e Sud-Ossezia) e il ripristino della sovranità sull’intero territorio nazionale: eventualità, però, che potrebbe allontanare ancor di più le possibilità di integrazione atlantica.

Ecco dunque come una membership atlantica da parte della Georgia senza però l’integrazione nella struttura militare della Nato (simile alla situazione che ha la Francia dal 1966), può dare a Tbilisi la garanzia del casus foederis dato dall’articolo 5 del Patto (che prevede che “le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato quale attacco diretto contro tutte le parti…”). Al contempo la mancata integrazione militare (con l’esclusione del mantenimento di forze militari alleate – in primis americane – sul territorio nazionale) andrebbe incontro al timore dell’amministrazione russa nei confronti di uno stanziamento di forze armate atlantiche ai confini della Federazione. La prospettiva di stabilizzazione dell’area risulterebbe così salvaguardata.